Luigi Ontani

Luigi Ontani

Non poteva che aprire in ‘bellezza’ il nuovo spazio per mostre temporanee ed eventi che ha sede nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio a Bologna. Dal 29 gennaio al 31 marzo Jacopo Benassi presenta ‘Bologna Portraits’, una serie di fotografie che documentano i suoi passaggi in città: artisti, musicisti, creativi e personaggi famosi; ma anche e soprattutto amici che hanno riempito le sue serate bolognesi. Ma più che di una serie di ritratti, la mostra può essere considerata un unico e personalissimo omaggio alla città, con i suoi umori e le particolari atmosfere che la connotano e la rendono speciale.
Nelle parole del curatore della mostra Antonio Grulli, si evince il ‘sanguigno’ temperamento non solo di Benassi, ma anche di ciò che è riuscito a far emergere dalle fisionomie e dalle espressioni degli immortalati. Quasi mai sorridenti, in un posa frettolosa, quasi braccati da un impietoso ‘flash’, l’umanità immortalata da Benassi, per la schiettezza e onestà degli sguardi, sembra mettersi a nudo, spogliarsi appunti di sorrisi e convenevoli. Perchè è proprio delle convenzione ciò che Benassi si libera, facendo emergere, da un buio quasi metaforico, l’essere umano in tutte le sue fragilità.
Accanto ai ritratti una serie di immagini del giardino interno di Palazzo Bentivoglio fotografato nel buio della notte. Per lo più realizzate nelle nottate insonni di Benassi, le foglie, piante e alberi, sembrano nascondere segreti e misteri, un po’ come i volti che, speculari alle visioni naturali, raccontano di stati psicologici e di intimità, di realtà ambigue e verità celate.
Racconta il curatore: “La sua è una fotografia disturbante, che viene dalla scena punk, ma al tempo stesso è molto elegante: una strana contraddizione. Jacopo è riuscito a trovare una cifra stilistica unica fatta di un particolare uso del bianco e nero e del flash. Questo implica sempre la necessità di un’oscurità in cui il flash possa emergere, e di una vicinanza estrema col soggetto in cui la luce artificiale possa creare una plasticità quasi scultorea dei corpi.”

Prima di entrare nel merito della mostra di Jacopo Benassi, nell’intervista che segue Antonio Grulli ci racconta le motivazioni che hanno portato all’apertura del nuovo spazio espositivo e come l’esigenza di essere ‘locali’, sia una necessità per poter sostenere talenti e capacità che sono tutt’altro che provinciali (anzi!): “Amo lavorare con quello che mi è vicino, che ho sotto mano, perché odio il provincialismo. Non vedi quanto provincialismo c’è in giro oggi? Pensa al provincialismo di fare solo mostre di vecchi, ormai sembra non si faccia altro (non solo in Italia).”

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Fabrizio Cocchi

Fabrizio Cocchi

Elena Bordignon: Prima di entrare nel merito della mostra di Jacopo Benassi – Bologna Portraits – vorrei che mi raccontassi le motivazioni di inaugurare un progetto ‘dedicato’ alla relazione tra artisti e contesto cittadino. Perché c’è la necessità di riflettere sulla città di Bologna e i suoi abitanti? E’ troppo generico considerare lo sguardo di un artista ‘sul mondo’? Un ripiegamento sul ‘locale’?

Antonio Grulli: Sì!!! Lo sai Elena che io amo il locale, è l’unico modo oggi per non essere provinciali! E poi scusa, Bologna non fa parte del mondo? Pensi che qualcuno che magari da Londra transiti in Italia voglia trovare le stesse cose che ha sotto casa? Lavorare con ciò che mi circonda significa parlare in qualche modo di me, l’unica cosa che conosco e su cui non rischio di dire sciocchezze. Dovrei fare una mostra “sul mondo”? L’arte sta morendo di genericismo, non frega niente a nessuno di termini come neomodernismo o postfordismo, o del “mondo” in generale. Saremo sempre i cugini poveri di linguaggi come il cinema e la musica se continuiamo a parlare del “mondo”.

No cara Elena, io amo lavorare con quello che mi è vicino, che ho sotto mano, perché odio il provincialismo. Non vedi quanto provincialismo c’è in giro oggi? Pensa al provincialismo di fare solo mostre di vecchi, ormai sembra non si faccia altro (non solo in Italia). Quando vengo a Milano per un’inaugurazione chic mi trovo sempre a una mostra di qualche artista ottantenne, quasi sempre straniero. Non fare mai nuovi progetti con artisti italiani, producendoli, facendo in modo che abbiano una bella pubblicazione, non è altrettanto provinciale? Quanti nuovi progetti con artisti italiani sotto i sessant’anni vedi in giro? Quante pubblicazioni? E allora viva il locale, come quella t-shirt che va di moda in America che dice “Support your Local Artists”.

In realtà mi sembra che molte delle istituzioni più avvedute e di ricerca anche all’estero si stiano muovendo in questo modo, pensa al lavoro che Luma sta facendo attorno ad Arles. Negli anni cinquanta dicevano a Morandi che era un pittore troppo locale, di campagna: oggi i miei amici galleristi mi dicono che Morandi è una delle poche realtà occidentali amate dal collezionismo giapponese e cinese. Non è il soggetto che fa il livello dell’opera, è ciò che ne fai. In queste foto di Jacopo le persone sono soprattutto un case study, un grande pretesto per parlare del ritratto oggi, un genere in Italia molto trascurato.

Luca Magliano

Luca Magliano

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EB: Puoi darci delle anticipazioni su come si svilupperà il programma di questo nuovo spazio espositivo dedicato a mostre temporanee all’interno dei sotterranei di Palazzo Bentivoglio? Lo spazio ha delle particolarità degne di nota?

AG: Palazzo Bentivoglio è e sarà sempre un luogo volutamente anomalo. E’ un grande laboratorio in cui vorremmo fare in modo che gli artisti vengano soprattutto a lavorare. E’ come un Giano bifronte: c’è l’appartamento, al piano terra, che è un luogo privato e sede della collezione che stiamo costruendo con Gaia e Alberto Vacchi, in cui continuamente transitano artisti in visita o per lavorare, in modi più o meno visibili. E poi ci sono i sotterranei – inaugurati proprio con questa mostra – che costituiranno lo spazio pubblico, in cui l’anima laboratoriale può emergere ed entrare in contatto con il pubblico.

Vorremmo che questa dimensione sotterranea fosse una delle sue anime. Duchamp una volta ha detto: “The great artist of tomorrow will go underground”: ma a volte sembra che del suo pensiero si prenda solo quello che fa comodo. Penso che uno dei grandi problemi dell’arte oggi sia questa ricerca spasmodica ed esasperata di visibilità totale, di comunicazione immediata, aspetto di per sé distante dall’arte stessa e che credo si possa ottenere solo tramite appiattimento e semplificazione esasperata, senza spazio per il mistero o per una dimensione destabilizzante dell’arte di cui spesso ho scritto, come tu ben sai Elena. Vorremmo che questo fosse un luogo in cui proporre progetti azzardati, in cui ci si possa prendere anche il rischio di sbagliare, cosa sempre più rara: ormai si tende ad andare sul sicuro, alla minimizzazione del rischio, soprattutto a livello istituzionale, in cui ormai spesso vigono solo logiche burocratiche o dinamiche di potere. I progetti che qui verranno mostrati saranno legati alla collezione e a questo luogo speciale, nel centro di Bologna. Lo spazio si accenderà durante l’anno di volta in volta a seconda delle necessità, in modalità sempre differenti. Non vi sarà quindi un programma fisso. Spesso dico che tutto emergerà in maniera carsica per poi sparire nuovamente sotto terra. Penso che questa atmosfera laboratoriale, di studio, di ricerca, e al tempo stesso questo suo essere anche poeticamente “underground” possa accostarsi bene con la Zona Universitaria bolognese in cui il palazzo è inserito. Mi piace molto il modo in cui questo nuovo luogo vivrà come anomalia rispetto all’atmosfera classica di questa zona, spesso percepita come spazio di sola movida. Sarà un arricchimento per l’intera città, considerando anche il fatto che non esistono molti nuovi interventi architettonici nella zona (forse è addirittura l’unico degli ultimi decenni).

Il progetto è stato seguito dallo Studio Iascone di Bologna, che è andato a inserirsi in maniera elegante e contemporanea, utilizzando materiali e tecniche avanzatissime, ma mantenendo intatto il fascino di ambienti che risalgono al 1550, rendendoli funzionali e attuali senza cancellare i segni del tempo.
Il cortile di ingresso invece è stato ripensato assieme alla coppia di artisti Cuoghi Corsello, che tu conosci bene. Hanno realizzato una enorme installazione, spettacolare e molto poetica, anche in questo caso segnale indicativo di come lo spazio sia legato alla scena della città quando questa è in grado di produrre artisti di alto livello.

Eva Robins

Eva Robins

Gianluca Vacchi

Gianluca Vacchi

EB: Artisti, scrittori, imprenditori, baristi, stilisti, musicisti, attori: queste alcune delle ‘tipologie umane’ che caratterizzano la lunga serie di ritratti presentati da Jacopo Benassi. Soggetti che, guardando alla pluri-decennale carriera dell’artista, ritornano spesso (e volentieri), a parte un episodio – una mostra ospitata alla Camec di La Spezia – in cui ha fotografato dei bambini. Cosa ha guidato l’artista nella selezione dei soggetti in mostra?

AG: Jacopo è un artista stupendo, pantagruelico: fa foto in continuazione. Lui non fa l’artista, lui vive, con un’intensità enorme, come un pianeta che nella sua rotazione tocca le grandi capitali europee, il mondo della moda, il mondo punk, quello della musica, la performance di ricerca più avanzata, e poi torna a riavvicinarsi a La Spezia e a Piazza Brin. Torna al suo studio allargato, popolato di mostri ma bellissimo, e poi di nuovo via, seguendo un’orbita invisibile ma fatta di traiettorie e tempi precisissimi, regolari, che lo riportano a vivere assieme a miliardari, o ai barboni sui treni regionali che ama tanto. Non è un ragioniere dell’arte che timbra il cartellino. Non ha nemmeno frequentato accademie o scuole d’arte: è autodidatta, pensa che bello. Ci sono così pochi autodidatti ultimamente. Ho deciso che voglio lavorare sempre più con artisti che non provengono dalle accademie. Ne ho piene le palle di gente che mi dice che ha studiato con tizio e caio, o che ha fatto la Staedelschule. Bisogna tornare a pensare che le accademie producano per lo più accademismo, come si è sempre pensato nei momenti di vera rottura. E anche gli artisti che le hanno frequentate devono avere successo non grazie agli studi fatti, ma nonostante questi.

Gli scatti della mostra sono spietati e lussuosi. E’ una mostra solo all’apparenza facile, è durissima in realtà. Il ritratto è un’arma a doppio taglio: il giorno in cui è nato il ritratto è nata anche l’insoddisfazione del soggetto ritratto. Nessuno vuole davvero vedersi. Devo ammettere che i bolognesi sono stati davvero molto disponibili da questo punto di vista, nonostante vi siano state difficoltà ovvie e che mettevamo in conto. I primi ritratti sono stati fatti per caso: Jacopo era spesso a Bologna e semplicemente scattava foto come è sua abitudine. A un certo punto me le ha fatte vedere e ci siamo accorti che c’era un corpus di lavori molto interessante, una cinquantina di ritratti molto belli, avremmo già potuto farci una pubblicazione. Allora abbiamo semplicemente continuato a farne altri fino a che non siamo arrivati ad avere materiale sufficiente per esaurire davvero il tema. Molti sono ovviamente amici, molti artisti, musicisti, persone che più o meno gravitano nell’ambiente che frequento. Altri li ha coinvolti direttamente Jacopo perché intrigato dalla loro storia personale o dalla loro fisicità o dal volto.

Mariuccia Casadio

Mariuccia Casadio

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EB: “Bologna Portraits” può essere considerata come una sorta di diario fotografico di Benassi. La mostra, infatti, raccoglie scatti realizzati dall’artista durante i suoi soggiorni bolognesi negli ultimi anni. Dettati spesso dal caso, le sue fotografie a volte sono ‘sporche’, con una luce che i virtuosi giudicherebbero sbagliata, dai tagli spesso sghembi, messe a fuoco opinabili ecc. Come leggi queste licenze stilistiche di Benassi? Cosa le rende ‘speciali’?

AG: Quasi tutti quelli che si vedono ritratti da Jacopo rimangono al tempo stesso spiazzati e attratti perversamente. La sua è una fotografia disturbante, che viene dalla scena punk, ma al tempo stesso è molto elegante: una strana contraddizione. Jacopo è riuscito a trovare una cifra stilistica unica fatta di un particolare uso del bianco e nero e del flash. Questo implica sempre la necessità di un’oscurità in cui il flash possa emergere, e di una vicinanza estrema col soggetto in cui la luce artificiale possa creare una plasticità quasi scultorea dei corpi. E’ ovvio che questi elementi, il buio – la vicinanza e una certa volumetria dei corpi – finiscono per emergere anche come caratteristiche formali, artistiche e spirituali soprattutto legate al desiderio nel suo lavoro di creare personaggi spesso esasperati, in grado di proporsi con uno spessore psicologico. Anche le persone che vedrete in questa mostra saranno solo in parte ancora loro: saranno anche attori di una storia che Jacopo sta costruendo da anni, che ci parla sia di umanità in generale che di individui singoli e unici.

EB: Alla serie di ritratti si intervallano delle immagini del giardino interno di Palazzo Bentivoglio. Che relazione c’è tra questi due diversi soggetti? Quale scelta narrativa avete attribuito all’intreccio tra i ritratti e le ambientazioni notturne?

AG: La vegetazione del giardino semplicemente sottolinea questa dimensione densamente psicologica e notturna che hanno le sue foto. È come un sottofondo, una scenografia. L’altro giorno pensavo ai paesaggi de ‘I promessi sposi’ che riflettono sempre lo stato d’animo dei personaggi che vi si muovono. Vedrete, sembra incredibile ma anche le cortecce, le foglie, l’erba, nei suoi lavori sembrano nascondere un’anima, e non si tratta di un’anima così pacificata.

EB: La mostra è accompagnata da una pubblicazione edita da Damiani. Come avete strutturato questo progetto editoriale?

AG: Il libro è stato l’inizio di tutto. Quello da cui poi è nato anche il desiderio di fare una mostra. Mi è venuta in mente una particolare idea di layout, molto semplice ma al tempo stesso particolare. Ho scritto un lungo saggio che parla del lavoro di Jacopo, del genere del ritratto, e della città di Bologna. Questo testo corre a fondo pagina, sotto le foto, per tutta la lunghezza del libro. I frammenti di testo che accompagnano ogni singola foto sembrano quasi delle fallimentari didascalie, come se il testo fosse esploso in mille schegge taglienti fatte di poche righe, e per leggerlo bisogna sfogliare tutto il libro. Siamo molto contenti del risultato. In Italia si producono moltissimi libri di fotografia, ma quasi nessuno concepito come un’opera d’arte, seppur economica. Siamo anche felici che sia stato pubblicato da Damiani: hanno fatto un ottimo lavoro e la distribuzione avverrà a livello internazionale.

Nino Migliori

Nino Migliori

Jacopo Benassi, Senza titolo, 2018 fotografia in b/n
Photo Courtesy: Jacopo Benassi