• #irraggiungibili - Cose da cose, photo: Eleonora di Marino, courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea - Iglesias
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  • #irraggiungibili - Cose da cose, photo: Mario Baraglia, courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea - Iglesias
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Domenica 7 Giugno, in occasione della sua residenza presso la Scuola Civica d’Arte Contemporanea di Iglesias, Matteo Mottin ha curato il progetto espositivo #Irraggiungibili – Cose da cose. La mostra, composta da opere realizzate dagli studenti e dai docenti della Scuola Civica e pensata per non essere visitata dal pubblico, è stata allestita in una voragine nei pressi di un villaggio minerario abbandonato dell’Iglesiente.

Venerdì 5 giugno Davide Dal Sasso,  dottorando in filosofia dell’Università di Torino e membro di LabOnt, ha tenuto una conferenza intitolata Qualche osservazione sulle cose, gli oggetti e i materiali dell’arte contemporanea. A seguire vi è stata una conversazione tra Mottin e Dal Sasso sui temi introdotti, alla quale ha preso parte anche il pubblico con numerose domande. Di seguito riportiamo un estratto della conversazione.

Giovanna Pilloni: L’ontologia ci riporta a domande esistenziali. Penso che le domande ‘Che cosa c’è?’ o ‘Che cosa significa inventare?’, mettano l’artista in secondo piano privilegiando invece il ruolo del fruitore. Mi sembra che con esse il fruitore non si ponga più il problema di cosa voglia rappresentare l’artista, e si interessi invece a che cosa c’è. Peraltro senza il fruitore, l’arte sarebbe un discorso morto… Questo approccio, va dunque a beneficio del fruitore? 

Davide Dal Sasso: Sono dell’idea che tale approccio potrebbe andare a beneficio di entrambi. Indagare il materiale di un’opera contemporanea è un primo passo in direzione della sua comprensione, al quale seguiranno comunque ulteriori indagini sul lavoro e la poetica dell’artista. Provo a spiegarmi meglio. La mia proposta è di provare a procedere all’inverso di come facciamo di solito con le opere tradizionali. Ossia, anziché porci il classico quesito sulla rappresentazione (‘che cosa rappresenta quest’opera?’), potremmo invece interrogarci innanzitutto sulle fattezze materiali dell’opera al fine di cogliere il senso che questa potrebbe avere. Di solito non procediamo in questo modo perché con le opere tradizionali, penso per esempio ai dipinti e alle sculture, siamo interessati a scoprire che cosa viene rappresentato: la nostra attenzione è rivolta prima di tutto a una immagine. Oggi però in arte non si producono solo immagini. Come sappiamo, gli artisti si servono anche di oggetti e materiali che tradizionalmente erano estranei all’arte. Se procedere dall’esame dei materiali potrebbe rivelarsi inadeguato al fine di comprendere le opere tradizionali, la stessa investigazione potrebbe invece essere decisiva per capire parte di quelle contemporanee. Chiaramente, questo approccio si fa tutt’uno anche con l’esigenza di poter elaborare spiegazioni teoriche che possano rendere conto dell’odierna condizione delle arti. E forse, proprio un’inversione di rotta potrebbe essere decisiva. Per questo ho introdotto alcuni passaggi tratti dalla filosofia di Maurizio Ferraris, riferendomi in particolare al suo Estetica razionale, in cui egli teorizza a favore di una estetica come teoria della sensibilità, ponendo al centro delle sue riflessioni il quesito ‘che cosa c’è?’. A mio modo di vedere, tale quesito potrebbe essere posto all’origine della nostra investigazione di una parte della produzione artistica contemporanea. Sulla base del riconoscimento della materialità dell’opera potremo in seguito riflettere sul suo senso, sul modo in cui questa potrebbe rappresentare ben altro rispetto a quel materiale o sulla possibilità che l’artista si serva proprio di quel materiale per trasmettere una o più idee. Vorrei precisare che questo non è affatto un modo per esaurire la complessità di un’opera. Si tratta piuttosto di seguire un ordine di indagine che non muove dal tentativo di attribuire all’opera le nostre interpretazioni, bensì di coglierne il senso a partire dal riconoscimento della sua materialità. In fondo, l’opera è al centro della relazione tra artista e fruitori. Per questo, secondo me, tale approccio va a beneficio di entrambi.

Tuttavia, potremmo anche immaginare un caso in cui il fruitore sia completamente escluso, e la relazione con l’opera sia perciò modificata. Consideriamo allora il progetto a cui sta lavorando Matteo Mottin. Si tratta di una mostra dove viene impedito l’accesso ai visitatori, che perciò non potranno neppure esperire le opere. È  un’operazione molto radicale. D’altro canto, come suggerisce il titolo da lui scelto, si tratta di “cose da cose”. Ossia, cose che stanno tra altre cose, oggetti e materiali che stanno tra loro in un certo contesto ambientale, senza la presenza dei soggetti. Non dimentichiamo però che quegli oggetti sono stati messi lì da qualcuno, e che dietro alla loro esposizione irraggiungibile, vi è appunto il progetto di Matteo e la sua intenzione di alterare la relazione tra i fruitori e le opere. Trovo che la forza del suo progetto stia proprio nel mettere in crisi talune delle nostre abituali credenze sull’arte, su cosa possa essere un’opera e sul ruolo dell’artista… tutte questioni che permettono anche di sviluppare ulteriori riflessioni in ambito filosofico.

Giovanna Dessì: L’artista è più intuitivo del fruitore. L’artista vede un oggetto e sa quale uso farne. Il fruitore vede l’oggetto, ma lo vede e basta, non è capace di creare una relazione tra le cose e le cose. 

DDS: Mi soffermo di nuovo sul progetto di Matteo e cerco di stabilire una connessione con queste ultime osservazioni. Credo sia importante pensare alla sua mostra come a un esperimento che, come rivela il titolo “#irraggiungibili. Cose da cose”, mira a mettere in crisi la relazionalità che contraddistingue il fenomeno dell’arte. L’irraggiungibilità è determinante al fine di stabilire un cambiamento rispetto al solito modo che abbiamo di fare esperienza delle opere. Solitamente tra gli obiettivi di un artista vi è quello di mettere l’opera a disposizione del fruitore. E questo ha a che fare proprio con la sua capacità di misurarsi con i materiali e, probabilmente anche di stabilire potenziali relazioni tra cose e cose. Con la mostra di Matteo però, anche l’artista come creatore capace di stabilire rapporti tra cose viene messo in discussione, poiché il curatore mira ad alterare il potenziale rapporto che potranno stabilire i fruitori con le sue opere.

Matteo Mottin: Questo ha a che fare con una mia riflessione: storicamente, i sistemi di pensiero pongono al centro l’uomo. A me interesserebbe invece una prospettiva in cui ci si mette sullo stesso piano degli animali, degli oggetti, delle cose…

DDS: In questo modo, però, gli unici soggetti a essere lasciati fuori dal gioco sarebbero proprio i fruitori. In fondo, quegli oggetti sei tu che li metterai in un luogo irraggiungibile dopo averli avuti da altre persone, forse artisti, che li hanno realizzati. La mia proposta di investigare i materiali, non mira però a un tale risultato. Credo che procedere dall’esame dei materiali voglia anche dire riconoscere eventuali possibilità e limiti che derivano da essi. E, in un certo senso, rivalutare anche la relazione tra artista e fruitori. Secondo me, in parallelo alle trasformazioni novecentesche dell’arte, tale relazione è stata rafforzata – anche se spesso non crediamo che questo sia accaduto. Forse il tuo progetto amplifica proprio questa diffidenza nei confronti dell’arte odierna. A maggior ragione, penso allora che la tua mostra possa essere valutata anche in rapporto a una riflessione più ampia che riguarda le possibilità di un nuovo approccio all’arte.

MM: Forse anche in rapporto a un discorso su un nuovo modo di produrre arte. Secondo te, in che modo si può essere realisti rispetto alla produzione di nuova arte?

DDS: Dipende. Come dicevo prima, ci sono diversi modi di essere realisti, sia in filosofia sia in arte. Taluni potrebbero essere interessati al realismo dei personaggi fittizi dei romanzi, altri a quello delle immagini. Spesso per realismo si intende infatti il grado di verosimiglianza di una raffigurazione visiva. Tuttavia, se ci concentriamo sui nuovi oggetti e materiali, sulla produzione di nuova arte, potremmo adottare un approccio come quello di cui parlavamo oggi; ossia procedere dall’esame della materialità delle opere in direzione della loro comprensione. Si tratta di un approccio teorico affatto estraneo all’ambito storico-artistico, un po’ meno frequente in quello filosofico tradizionale ma in crescente diffusione nelle ricerche contemporanee. Se consideriamo l’attuale condizione dell’arte, ci accorgiamo che forse un tale tentativo potrebbe anche non essere così azzardato.

MM: Quello che mi interessa di questo approccio è che l’arte potrebbe aprire a un nuovo modo di guardare non solo le opere, ma anche la realtà stessa. Questo cambio di direzione, ossia non più verso l’opera e l’oggetto ma dall’opera e dall’oggetto, potrebbe portare a una nuova coscienza. Tu che cosa ne pensi? 

DDS: E’ una questione sulla quale mi sto interrogando anche io. Negli ultimi cinquant’anni servendosi di nuovi oggetti e materiali, gli artisti hanno contribuito a far rinascere l’arte. Penso a tale cambiamento nei termini di un arricchimento: l’interazione con i materiali e gli oggetti dell’arte contemporanea è all’origine di nuove possibilità. L’indagine della nuova materialità in arte potrebbe perciò essere importante proprio per comprendere meglio la portata di tale rivitalizzazione creativa.

#irraggiungibili - Cose da cose,   photo: Eleonora di Marino,   courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea - Iglesias

#irraggiungibili – Cose da cose, photo: Eleonora di Marino, courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea – Iglesias

#irraggiungibili - Cose da cose,   photo: Eleonora di Marino,   courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea - Iglesias

#irraggiungibili – Cose da cose, photo: Eleonora di Marino, courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea – Iglesias

#irraggiungibili - Cose da cose,   photo: Mario Baraglia,   courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea - Iglesias

#irraggiungibili – Cose da cose, photo: Mario Baraglia, courtesy giuseppefraugallery c/o Scuola Civica d’Arte Contemporanea – Iglesias