Elena Nemkova, How to draw alerted amorousness, 2018, La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

Elena Nemkova, How to draw alerted amorousness, 2018, La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

Si è da poco conclusa la XV edizione di Ipercorpo il festival forlivese curato da Mara Serina e Claudio Angelini che unisce arti visive, danza, teatro e musica negli spazi dell’EXATR la grande autorimessa, ormai in disuso, esempio di architettura razionalista e oggi oggetto e soggetto di riqualificazione urbana.

Il tema del Patrimonio, affrontato e sviluppato lo scorso anno, ha trovato il proprio sviluppo in una nuova declinazione di eredità: il padre. Una figura umana, letteraria e mitologia alla quale alludono, attraverso tecniche e linguaggi differenti le opere raccolte ne “La stanza del padre”, la sezione di arti visive curata da Davide Ferri.
Un luogo fisico, materializzazione di uno spazio mentale, emotivo ed intimo che accoglie le opere di artisti italiani in quanto dispositivi capaci di mettere in discussione i ruoli e di indagare l’identità. La figura del padre è richiamata per allusione in quanto traumatica assenza e scomparsa o al contrario forza da contrastare attraverso una forma autobiografica e a tratti narrativa. Le opere diventano allora traduzione materiale di memoria e relazioni. Un blocco di marmo informe raccolto in una cava abbandonata si trasforma nell’opera di Fabrizio Prevedello in monumento potenziale che sembra galleggiare su una superficie d’acqua. La figura paterna è trasformata e circondata da riferimenti ai padri non biologici, quelli elettivi, i maestri come Carlo Scarpa, al quale rimanda la forma della vasca, e Brancusi per lo stato grezzo del marmo stesso. Appare più tradizionale la ricerca di Gianni Politi che insegue il volto del padre scegliendo il ritratto. Ne nasce una serie di dipinti nei quali sovrappone l’immagine genitoriale, sfuggente e irraggiungibile, al ritratto settecento di Gaetano Gandolfi “Studio per un uomo con la barba”: tre opere di piccolo formato in cui il gesto pittorico nell’ostinata ricerca figurativa sembra invece cancellare gli unici tratti distintivi. La figura paterna è invece perfettamente riconoscibile nelle due riprese amatoriali riprodotte in loop nell’opera di Agata Torelli che con questo ritratto digitale instaura un dialogo basato sugli opposti. La giovane artista siede infatti lontana dal piccolo schermo, in uno degli angoli illuminati della sala, e come un mantra ripete continuamente una ninnananna che contrasta per ritmo e tonalità con l’irrequietezza delle immagini video.

Coca - Cola Favelli, Flavio Favelli, 2018 - Diari di viaggio, 2017, Maria Morganti, 2017, La stanza del padre, exhibition view, photo, Gianluca Camporesi

Coca – Cola Favelli, Flavio Favelli, 2018 – Diari di viaggio, 2017, Maria Morganti, 2017, La stanza del padre, exhibition view, photo, Gianluca Camporesi

Gianni Politi, Metal Heart, 2016, Germinale, 2017, Noble lord (autunno), 2016, La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

Gianni Politi, Metal Heart, 2016, Germinale, 2017, Noble lord (autunno), 2016, La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

I ricordi del passato riaffiorano nella lattina “Coca – Cola Flavio Favelli” oggetto pregno di rimandi ai viaggi e alle piccole trasgressioni domestiche dell’artista che al padre, la cui malattia psichica ha segnato la vita, ha dedicato una serie di lavori. Maria Morganti sceglie come testimone di un’esperienza il colore, trattato in quanto elemento fisico e tattile, materia con la quale rapportarsi con il proprio corpo. Al pari delle parole contenute nei diari del padre scrittore e giornalista, la pittura è traccia di un gesto e di un vissuto.

Segnati da un’ambiguità di fondo appaiono invece le opere di Luca Bertolo ed Elena Nemkova le cui opere sembrano condividere, oltre al racconto visivo di un rapporto diviso tra affetto e contrasto, anche la scelta dell’utilizzo dello spray. Bertolo abbandona gli spazi interni della stanza per realizzare un murale nell’area esterna del fabbricato, all’interno del cortile, sulla cui parete un disegno a spray tradisce la propria natura chiudendosi nei contorni di una scrittura tipografica. La frase di Cesare Pavesa tratta da “Paesi tuoi” mio padre è peggio della giustizia sembra richiamare due forme di intransigenza, quella del proprio padre e quella dello scrittore amato. Il segno della bomboletta torna nei disegni di Nemkova come elemento di unione di un ritratto del padre, dalla forte impronta devozionale e al contempo figura fragile, e un’immagine più ambigua dello sguardo paterno sul corpo della figlia.

Fabrizio Prevedello, Sceso da una cava sul monte dentro lo zaino (pensando a Carlo Scarpa che pensava a Costantin Brancusi), 2017, La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

Fabrizio Prevedello, Sceso da una cava sul monte dentro lo zaino (pensando a Carlo Scarpa che pensava a Costantin Brancusi), 2017, La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

La stanza del padre, exhibition view, photo Gianluca Camporesi

Una suggestione, quella della ricerca del padre, attorno alla quale si sono sviluppati anche i progetti di teatro e danza la cui sezione ha portato a spettacoli come “Gravitas” del coreografo israeliano Ofir Yudilevitch. Un progetto che unisce la danza all’acrobatica, entrambi campi di esperienza di Yudilevitch, e nel quale il passaggio tra allestimento e spettacolo è reso labile da gesti inaspettati. La preparazione del tappeto da acrobatica, terreno di confronto tra due corpi, diventa allora parte integrante di una danza in cui il piacere infantile della sfida e del gioco si alterna ad una forma di competizione umana dai tratti prettamente mascolini. La musica, limitata a due brani di breve durata, è sostituita da una partitura creata dai corpi che rimbalzano sulla pedana. Ad essere messo in scena dai due ballerini è un gioco di ruoli durante il quale si alternano momenti drammatici ed ironici, vincitori e vinti, scontri e pacificazioni. Un gruppo di bambini tra il pubblico ride, mentre i genitori imbarazzati li pregano di fare silenzio.

Eshed Avraham e Ofir Yudilevitch, Gravitas, photo Gianluca Camporesi

Eshed Avraham e Ofir Yudilevitch, Gravitas, photo Gianluca Camporesi

Eshed Avraham e Ofir Yudilevitch, Gravitas, photo Gianluca Camporesi

Eshed Avraham e Ofir Yudilevitch, Gravitas, photo Gianluca Camporesi