Allora & Calzadilla, The Great Silence, 2016. Installation view (still da video). Courtesy Quartz Studio, Torino, foto: Beppe Giardino

A cura di Alessandro Masetti, Giulia Parolin e Maria-Elena Putz*

A Torino, in Vanchiglia, un quartiere con una buona presenza culturale, ma anche con una forte connotazione domestica e dall’atmosfera amichevole, ha sede un piccolo ma vitale spazio espositivo che promuove il lavoro di artisti internazionali dal 2014.  Si tratta di Quartz Studio, un luogo che rimanda per denominazione e dimensioni agli studioliprivati dei collezionisti del passato, scrigni di meraviglie e Wunderkammern a cui la fondatrice, Francesca Referza, ha dato una veste contemporanea.
ATP Diary l’ha intervistata per un bilancio su questi primi sette anni di attività.

Alessandro Masetti: Quale è il percorso e il motivo che ti hanno portato a scegliere di aprire uno spazio espositivo indipendente come Quartz Studio? A quale necessità si lega?

Francesca Referza: La nascita di Quartz si colloca alla fine di una serie di esperienze professionali e coincide con l’arrivo del mio secondo figlio. La mia mobilità si era ridotta drasticamente, quindi invece di continuare a fare la curatrice nomade, mi sono fermata e, su suggerimento di Sonia Rosso, amica gallerista proprietaria dello spazio, ho fatto in modo che l’arte venisse sotto casa mia. In effetti Quartz, vicinissimo all’appartamento in cui vivevo, è diventato la mia stanza per l’arte, una sorta di estensione ideale del mio ambiente privato. Quartz nasce dunque dall’esigenza di continuare ad occuparmi di arte e dei miei figli, conciliando le due cose.

AM: Pensando soprattutto al tuo trascorso personale, che tipo di formazione o esperienza ritieni necessaria per poter gestire e curare uno spazio indipendente?

FR: Date le sue dimensioni ridotte, Quartz è uno spazio indipendente particolare. La curatela spesso coincide con la scelta dell’artista perché si tratta quasi sempre di mostre-progetto che gli artisti sviluppano autonomamente. Prima di approdare a Quartz, ho studiato storia dell’arte a Firenze con la prof.ssa Mina Gregori per poi iscrivermi alla Scuola di Specializzazione di Siena diretta da Enrico Crispolti che mi ha trasmesso una delle sue passioni, la scultura, soprattutto nella sua declinazione pubblica. Tra la laurea e la specializzazione ho vissuto un anno a Londra dove in settimana studiavo alla UCL e nel weekend lavoravo alla Estorick Collection.
Al rientro in Italia ho continuato il mio percorso formativo osservando alcuni curatori con cui ho avuto occasione di collaborare. Quando la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha inaugurato la sua sede di Torino, nel 2002, sotto la direzione di Francesco Bonami, ho fatto parte del gruppo di mediazione coordinato da Emanuela De Cecco che si occupava di divulgare l’arte contemporanea al pubblico, con focus specifici sugli artisti in mostra.
Nel 2007 ho affiancato Sergio Risaliti, che aveva aperto uno spazio non-profit in San Salvario, a Torino, dove anni prima aveva sede la galleria Antonella Nicola. Collaborando con lui per un paio di anni, ho ricevuto consigli come «lavora con artisti bravi», «occupati di scrittura, ma a modo tuo, senza emulare gli altri», il cui peso e significato ho apprezzato appieno con il passare del tempo.
Tra il 2009 ed il 2011, in qualità di curatrice delle mostre della Fondazione Menegaz di Castelbasso, ho collaborato con Giacinto Di Pietrantonio a cui riconosco intuito e pragmatismo, ma anche un approccio all’arte giocoso ed ironico che apprezzo molto, anche perché piuttosto raro tra gli addetti ai lavori.
Tra il 2010 ed il 2013 mi sono occupata del Velan Center per l’arte contemporanea del collezionista Vezio Tomasinelli curando diverse mostre, tra cui le personali di Maja Bajevic, Ingar Krauss, Annika Larsson, Domenico Mangano, Jacopo Miliani e Vedovamazzei. 
Per rispondere in modo sintetico alla domanda iniziale, direi che sono fondamentali studio, costante aggiornamento, esperienza sul campo e determinazione.

Giovanni Kronenberg, Installation view at Quartz Studio, 2020. Courtesy Quartz Studio, Torino, foto: Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Unearth, 2021, oil painting on canvas. Courtesy Quartz Studio, Torino, foto: Beppe Giardino

Maria-Elena Putz: La vocazione internazionale è stata fin da subito il tratto distintivo di Quartz Studio. Quali spazi sono, o sono stati, per te un modello di riferimento? E quali di questi fanno ancora parte del network internazionale di Quartz?

FR: La natura di spazio indipendente rispecchia la mia curiosità e rappresenta senza dubbio un punto di forza di Quartz, nato con l’intento di collaborare con curatori indipendenti, artisti e spazi internazionali. Tra questi, mi piace ricordare il londinese Studio Voltaire, che ha rappresentato un punto di riferimento per Quartz nei primi anni di attività. Da questo spazio oltre manica ho mutuato la parola “studio”, ma mi sono ispirata a Voltaire anche per le sue caratteristiche di indipendenza e di novità. Negli anni Quartz ha incuriosito a sua volta spazi come Ariel, piattaforma di ricerca artistica dedicata al femminile, fondata a Copenaghen da Nina Wöhlk o Furiosa, project space fondato a Montecarlo da Arlène Berceliot Courtin & Thibault Vanco. Recentemente il network è cresciuto, così come sono aumentate le collaborazioni oltre confine, in un’ottica tutt’altro che unidirezionale, e questo è molto importante. 

MEP: Quartz Studio nasce nel 2014 come spazio non-profit. Di quali supporti economici beneficia e in quale misura ne vengono influenzate le vostre attività?

FR: La programmazione di Quartz Studio dipende dal budget privato messo a disposizione dello spazio, ma Quartz beneficia anche, saltuariamente, del supporto economico di sostenitori, come accaduto nel 2018 con la Fondazione Sardi di Pinuccia Sardi Cagnucci.

Giulia Parolin: Quartz Studio si rivolge ad artisti mid career e, nello specifico, ai nati negli anni Settanta. A cosa è dovuta la scelta di dedicare particolare attenzione alle ricerche di questa generazione e con quali altri criteri vengono selezionati gli artisti?

FR: I primi artisti con cui ho lavorato sono stati quelli della mia generazione. Nel tempo ho sentito la naturale inclinazione a seguire, anche come collezionista, la generazione dei nati negli anni Settanta, che ha vissuto in modo più evidente il cambiamento da una società ancora tradizionale ad una più decisamente ‘sociale’. Tra gli artisti nati negli anni Settanta ho opere di Salvatore Arancio, Sara Enrico, Eva Frapiccini, Ryan Gander, Khaled Jarrar, Giovanni Kronenberg, Matteo Fato, Zora Mann, Jacopo Miliani, Alessandro Roma e Guy Yanai. Per quanto riguarda la scelta degli artisti prediligo chi lavora con il linguaggio scultoreo-installativo, in una formula concettuale, ma Quartz ha ospitato anche artiste il cui lavoro ha una più spiccata vocazione filosofico-spirituale e materica, come nel caso di Athena Vida (aka Gitte Schäfer), Astrid Svangren o Lihi Turjeman.

GP: Quartz Studio opera all’interno di un ambiente peculiare e fortemente connotato: le dimensioni contenute, il soffitto a volta e il pavimento in cemento composto da piastrelle esagonali di diverso colore. Come si relazionano gli artisti con questo tipo di spazio?

FR: Solitamente ne sono entusiasti. Il pavimento di fine Ottocento è per tutti molto attraente. La stanza con vetrina permette una dimensione pubblica, ma che al contempo ricorda agli artisti l’intimità di uno studio. Inoltre Quartz, a mio avviso, possiede una propria ‘sezione aurea’, nel senso di rapporti tra proporzioni, che funziona. Infatti, anche se esternamente sembra piccolo, entrando, la volta e le pareti, alte oltre quattro metri, riescono a dare il giusto respiro ad ogni mostra. 

Ola Vasiljeva, Qualcuno si è seduto sulla mia sedia, 2018. Installation view, mixed media. Courtesy Quartz Studio, Torino, foto: Beppe Giardino
Astrid Svangren, Her spinning takes place near the mouth, 2019. Installation view. Courtesy Quartz Studio, Torino, foto: Beppe Giardino

AM: Ogni progetto espositivo comporta dedizione e passione per il proprio lavoro, ma se dovessi sceglierne uno dal 2014 a oggi, quale è quello a cui sei più legata o che ti ha fatto più soffrire, e perché?

FR: Rispondo concentrandomi sull’aspetto della sofferenza, da considerarsi come una condivisione di sforzi tra Quartz e gli artisti. Ce ne sono stati due, in particolare. Uno è The Water They Dwell Indi Salvatore Arancio, artista che subito dopo è stato invitato alla Biennale di Venezia del 2017. Arancio sarebbe dovuto rimanere tre mesi a Torino per produrre le sue sculture in ceramica a Castellamonte, ma alla fine i mesi sono diventati cinque, perché durante la residenza in Piemonte ha prodotto anche le opere per una personale alla Kunsthalle di Winterthur in Svizzera. L’altro progetto impegnativo è stato The Annotated reader, a cura di Ryan Gander e Jonathan P. Watts, ospitato da Quartz nel 2019. The Annotated reader è una mostra itinerante per la quale le pareti dello spazio sono state rivestite da circa 15000 pagine di libri ‘annotati’ dai 281 contributor, selezionati dai curatori, e messe a disposizione dei visitatori. In tantissimi hanno apprezzato questo progetto perché la mostra era allo stesso tempo uno studiolo ed un display concettuale, rigorosamente in bianco e nero, ricco di spunti visivi e riferimenti bibliografici, raccolti anche in un catalogo, edito dalla londinese Dent-De-Leone.

GP: In questi 7 anni di attività, cos’è cambiato in Quarz Studio rispetto agli intenti iniziali e cosa rimane come fondamento imprescindibile di tale spazio? 

FR: Nel 2014 ho fondato lo spazio seguendo una mia idea curatoriale, basandomi sul percorso professionale compiuto ed assecondando un personale sguardo sullo stato dell’arte. Alla fine del 2018 ho iniziato ad accettare proposte e collaborazioni da parte di artisti, curatrici o storici dell’arte che condividono (o hanno condiviso) la mission dello spazio come Lisa Andreani, Eva Brioschi, Zasha Colah, Anna Daneri, Massimo Marchetti, Marco Scotti, Lisa Parola, Noam Segal e Nina Wöhlk, ma il progetto deve la sua continuità e vitalità nel tempo anche a professionisti e giovani collaboratori come Elisa Barbero, Veronica Barisan, Olga Cantini ed Irene Mina, che sono vicini a Quartz per affinità elettive. La vocazione internazionale ed una posizione di resistenza a certi modi (ed alle mode) dell’arte contemporanea direi che sono rimasti caratteri distintivi di Quartz dalla sua fondazione ad oggi.

GP: A tuo parere, Quartz Studio beneficia di maggiore visibilità locale, data la sua prossimità ad alcune sedi dell’Università o ad altre Istituzioni culturali? Quanto è importante, se lo è, e come viene gestito il rapporto con il quartiere?

FR: Per Quartz è molto importante il rapporto con Vanchiglia, il quartiere dell’architetto Alessandro Antonelli autore della Mole, ma anche della “Fetta di Polenta” (Casa Scaccabarozzi), già sede della galleria Franco Noero. Non distante ci sono Palazzo Nuovo, sede dell’Università di Torino, l’Accademia Albertina, ma anche la casa-studio di Carol Rama, la casa-museo di Carlo Mollino. E poi gallerie, studi d’artista e tante botteghe artigiane.Prima della diffusione del Covid-19 avevamo organizzato dei talk con Francesco Bernardelli e Gianluigi Ricuperati da Quartz, e con Maria Teresa Roberto ed Olga Gambari, con la collaborazione di Stefano W. Pasquini, presso l’Accademia Albertina. Nel 2021 abbiamo continuato online con le lecture di Lihi Turjeman per l’Università di Torino e di Gernot Wieland per la NABA di Milano. Per il 2022 ci auguriamo di poter tornare gradualmente alla normalità, e quindi ad incontri (studio-visit, talk, lecture, etc.) dal vivo.

* Intervista curata da Alessandro Masetti, Giulia Parolin e Maria-Elena Putz durante una lezione tenuta da Elena Bordignon alla School for Curatorial Studies Venice (2021)

Ryan Gander, Jolly Grown Up, 2015 The redistribution of everything that is good (detail) courtesy Quartz Studio, Turin, photo Beppe Giardino