The Soft Machine. Norma Jeane. Black Sheep Orgone Blanket. Cotton, steel wool, Barbagia black sheep wool, ed. of 5, 2017. Realized with Aldo Lanzini De Agostini Aviance. Installation view at Marsèlleria

The Soft Machine. Norma Jeane. Black Sheep Orgone Blanket. Cotton, steel wool, Barbagia black sheep wool, ed. of 5, 2017. Realized with Aldo Lanzini De Agostini Aviance. Installation view at Marsèlleria

Come siamo davvero? Quante immagini di noi ci sono nel mondo? Come veniamo percepiti dalle centinaia di persone che conosciamo? E come giostriamo la realtà virtuale? “Nel corso del tempo i punti di vista sono mutati e si sono moltiplicati fino a dissolversi in un rumore di fondo composto da infinite rappresentazioni di ciò che siamo e di ciò che percepiamo come fuori di noi”, questo viene detto nel comunicato stampa che introduce la mostra The Soft Machine di Norma Jeane in corso a Marsèlleria (Milano) fino al 24 novembre.
Le opere in mostra hanno una gestazione molto lunga, e una realizzazione complessa…e vanno a creare una “giostra di certezze”, che “hanno in comune una natura evocativa di storie, di paure, di tenerezza e di disorientamento, e costruiscono la propria identità nella relazione con le persone con cui entrano in contatto”.

ATPdiary ha posto alcune domande all’artista –

ATP: Antinomie e contraddizioni contemporanee sembrano essere i grandi confini che delimitano – e raccontano – il presente. Penso che le incoerenze, a tutti i livelli, abbiano contraddistinto il genere umano fin dalle sue origini. Forse oggi, sono solo più manifeste, sbandierate. Quale è il tuo pensiero in merito e come lo attraversi con il tuo lavoro?

Norma Jeane: Siamo creature instabili, organismi evolutivi. Questa natura ci spinge alla ricerca di un’identità riconoscibile, prima di tutto da noi stessi. Siamo immersi in un flusso esistenziale dinamico e dialettico. Conciliare le contraddizioni è la nostra routine nonché la principale condizione che ci permette di considerarci individui. Rappresentare noi stessi agli altri e a noi medesimi contribuisce in modo fondamentale al nostro essere umani.
Le mie opere abbracciano le antinomie degli elementi che le costituiscono e le utilizzano per definirne il carattere e il modo di interagire con il pubblico (di cui, in modo un po’ schizofrenico, mi sento parte). In un certo senso gli oggetti che realizzo o le situazioni che creo ripercorrono le tracce del nostro modo di essere: oggetti che si propongono come soggetti.

ATP: Mi racconti com’è nata l’idea del cortometraggio ShyBot, realizzato in collaborazione con Andrea Giannone?

NJ: ShyBot era, fin dal principio, una creatura destinata a perdersi. Inoltre per la sua “timidezza”, da quando è stato liberato nel deserto di Sonora ha sistematicamente evitato di incontrare chiunque provasse a trovarlo e avvicinarlo. Fino al momento della sua scomparsa le persone che l’hanno visto si possono contare sulle dita di due mani, e la popolarità mediatica di cui ha goduto si basava appunto sulle proiezioni emotive del pubblico sollecitate dai racconti, dal passaparola.
A bocce ferme mi sembrava opportuno e divertente raccontare la sua storia per immagini, con il materiale girato durante la sua realizzazione. In questo modo la breve esistenza di ShyBot potrà essere conosciuta da più persone e con una diversa prospettiva, e forse perdurare nel tempo a futura memoria.
Con Andrea Giannone avevo già collaborato per la realizzazione di teaser per i social network e di un video in mostra a The Lab (San Francisco) durante la Desert X Biennial, e mi è sembrato naturale continuare la collaborazione.

ATP: I diversi ‘oggetti’ – come sono definiti – raccolti in mostra hanno in comune “una natura evocativa di storie, di paure, di tenerezza e di disorientamento”. Mi interessano soprattutto le paure. A quali in particolare alludi?

NJ: Da un lato mi riferisco alle paure tecnologiche, ad esempio lo scenario della “singularity” elaborato da Ray Kurzweil o l’analogo leviatano tecnologico teorizzato da Stephen Hawking – entrambi profetizzano la rapida presa del potere da parte di macchine sempre più intelligenti e consapevoli, che spazzeranno via gli esseri umani dalla faccia della terra o che, nella migliore delle ipotesi, ci renderanno schiavi più o meno consapevoli – dall’altro alla paura di ciò che non è consueto, che è nuovo e non ha un solido imprimatur accademico – oppure eccentrico, fuori dagli schemi, o semplicemente raro. Caratteristiche queste che fanno nascere crociate di ortodossia, superstizioni o quantomeno una diffidenza irrazionale.
Questa condizione è condivisa sia dal piccolo robot intelligente e apparentemente preda di una debolezza che consideriamo solo umana, sia dalla teoria dell’energia vitale (“orgonica” – da orgasmo) elaborata da Wilhelm Reich, con tutte le sue bizzarre applicazioni dal cloudbuster per far piovere agli accumulatori organici per applicazioni terapeutiche, e anche dalla pecora nera, simbolo di diversità con connotazioni negative e minacciose, da cui proviene la lana con cui sono state realizzate le coperte orgoniche.

The Soft Machine. Norma Jeane. ShyBot. Single channel color video, 13’28’’, 2017. Realized with Andrea Giannone. Installation views at Marsèlleria

The Soft Machine. Norma Jeane. ShyBot. Single channel color video, 13’28’’, 2017. Realized with Andrea Giannone. Installation views at Marsèlleria

ATP: Citi il medico e psicanalista Wilhelm Reich. Le sue ricerche e scoperte, come rientrano nel dispositivo della mostra The Soft Machine?

NJ: La parabola di Reich è incredibile! Da stimatissimo accademico al fianco di Sigmund Freud, autore di testi ritenuti pietre miliari nel secolo scorso (vedi “Psicologia di massa del fascismo” e “La rivoluzione sessuale”) a visionario ricercatore della fantomatica energia vitale (il chi o qi cinese, il ki giapponese o il prana indiano), in un primo momento spalleggiato da figure eminenti come Albert Einstein e poi, considerato un rivoluzionario con l’avvento del maccartismo, abbandonato dal mondo accademico, fu dapprima isolato, poi censurato (i suoi testi bruciati dalla Public Library di New York) quindi assurse a punto di riferimento del pensiero alternativo (da William S. Burroughs al femminismo rivoluzionario), infine messo in galera dal US Food and Dug Administration, dove a breve trovò la morte. La memoria dei suoi studi eccentrici della maturità è però stata tramandata con entusiasmo da innumerevoli figure pubbliche della pop culture come la band dei Devo, Kurt Cobain, Kate Bush, Woody Allen, J.D. Salinger, Jack Kerouac, fino a Hayao Miyazaki che lo citò nella serie Lupin III.
La sua visionarietà travalica completamente la volontà (o la possibilità) di verificare la fondatezza delle sue scoperte e continua a offrirsi come strumento alternativo di rappresentazione del mondo. In questo senso è per me una perfetta rappresentazione della soggettività che cambia il modo con cui consideriamo l’esistenza, al di là di ogni verità codificata (o presunta tale) e imposta in modo coercitivo. Una perfetta incarnazione del “soft power” che ha segnato, nel bene e nel male, la storia dell’ultimo secolo.
La mostra è concepita come un piccolo dispositivo (machine) che prova a mostrare la natura relativistica e resiliente (soft) della nostra coscienza.

ATP: Mi ha incuriosito “la pecora nera che serra tra i denti un coltellaccio”. Quest’opera fa parte di un progetto che ha avuto una lunga e articolata gestazione, partito dalla Sardegna, per giungere a Milano. Me lo racconti?

NJ: L’idea nasce anni fa dalla constatazione che una delle basi dell’economia di mercato è la paradossale attribuzione di valore in base alla condizione di scarsità. Durante un viaggio nell’entroterra della Sardegna questo concetto si è materializzato di fronte alle continue numerosissime greggi di pecore distribuite sul territorio, di cui solo rarissime nere. Se dal punto di vista commerciale questa scarsità non ha prodotto un aumento di valore economico (la lana sarda è fuori mercato dalla fine dell’autarchia) tuttavia lo ha creato a livello simbolico generando metafore e associazioni cariche di valori, perlopiù negativi. Così ho deciso di coinvolgere alcuni amici, tra cui Aldo Lanzini (artista e artigiano della moda) nell’avventura di creare un tessuto con un elevato tasso di forza simbolica e evocativa proprio con la lana di quelle pecore involontariamente eccentriche. Così ci siamo recati a più riprese in Barbagia per conoscere i pastori e, al momento della tosatura, raccogliere la poca lana nera disponibile spostandoci di gregge in gregge. La lana è stata poi lavata, cardata e filata nel biellese e successivamente portata a Prato per la tessitura. Infine, incrociando il progetto di realizzare le coperte orgoniche di Reich, che prevedono l’alternanza di strati di lana vergine non trattata e lana d’acciaio, è stata confezionata a Milano nella forma che si può vedere oggi alla Marsèlleria. La piccola scultura della pecora che regge (o porge) un coltellaccio tra i denti è l’icona di questo modo obliquo di pensare alle cose.

ATP: E’ dagli anni ’80 – ma forse anche prima, se pensiamo al punk – che viene citatato William Burroughs per la tecnica del cut-up. Giustificazione colta o pretesto intellettuale, l’accumulo, l’accozzaglia, la congerie eterogenea descrive bene l’ingiustificato e casuale mondo esistenziale. Come dire: meglio ammassare cose-concetti-idee piuttosto di semplificare e tirare le somme sui paradossi (e contraddizioni che dicevamo all’inizio) dell’uomo. Qual è il motivo basilare che ti ha spinto a citare Burroughs?

NJ: Come dicevo sopra, Burroughs è in qualche modo parte integrante di questa storia. Diventò infatti amico di Reich nei suoi anni più difficili e da lui si fece costruire un accumulatore orgonico in forma di grande scatola dentro cui rinchiudersi per la terapia. Da quel momento Burroughs portò l’accumulatore ovunque visse stabilmente, compresa Tangeri dove scrisse il Pasto Nudo, fino alla sua ultima residenza upstate New York, dove Kurt Cobain andava regolarmente a trovarlo per approfittare del suo magico dispositivo.
Il titolo però è emblematico di per sé. Come ho scritto nel testo di presentazione della mostra, The Soft Machine fu il primo romanzo scritto da William Burroughs con la tecnica del cut-up, cioè usando frammenti di altri scritti ricombinati per rappresentare la contraddittoria complessità del corpo e l’ambiguità insita nello sguardo su di sé.
Ed è proprio questa la morbida macchina di seduzione che ho cercato di trasformare in una mostra, accogliendo il pubblico in un lounge dove accomodarsi a guardare l’improbabile storia di una creatura meccanica troppo timida per farsi osservare, stando sotto una coperta di lana nera e acciaio che convoglia l’energia sessuale dell’universo…

The Soft Machine. Norma Jeane. Black Sheep Orgone Blanket. Cotton, steel wool, Barbagia black sheep wool, ed. of 5, 2017. Realized with Aldo Lanzini De Agostini Aviance. Installation view at Marsèlleria

The Soft Machine. Norma Jeane. Black Sheep Orgone Blanket. Cotton, steel wool, Barbagia black sheep wool, ed. of 5, 2017. Realized with Aldo Lanzini De Agostini Aviance. Installation view at Marsèlleria

The Soft Machine. Norma Jeane. Untitled. Barbagia black sheep wool, plastic sheep, miniature knife, 2017. Realized with Aldo Lanzini De Agostini Aviance

The Soft Machine. Norma Jeane. Untitled. Barbagia black sheep wool, plastic sheep, miniature knife, 2017. Realized with Aldo Lanzini De Agostini Aviance

The Soft Machine. Norma Jeane. ShyBot. Single channel color video, 13’28’’, 2017. Realized with Andrea Giannone. Installation views at Marsèlleria

The Soft Machine. Norma Jeane. ShyBot. Single channel color video, 13’28’’, 2017. Realized with Andrea Giannone. Installation views at Marsèlleria