• Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018
  • Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Parte dall’ambiguo significato dell’espressione “It’s just not cricket” – titolo della mostra ospitata fino al 5 maggio all’Ar/ge Kunst di Bolzano – Matilde Cassani, per indagare una realtà territoriale come quella del Brennero. Raccolta di oggetti e attrezzature dello sport del cricket, l’esposizione racconta – metaforicamente — una condizione sociale, un rituale sportivo aggregante, una realtà che – colta nella sua natura simbolica – apre a una moltitudini di narrazioni.
Studiata come un “display-altare”, la mostra presenta la collezione privata di Ali Saqib, con mazze da tutto il mondo, palline e coppe vinte nei tanti tornei già avvenuti, a fianco ad una selezione di magliette dei numerosi team che giocano in Alto Adige: Laives, Brennero, Vipiteno, Ora, Bolzano, comuni che hanno le proprie squadre e tornei di cricket che in pochi conoscono.
“It’s just not cricket” è l’esito del periodo di ricerca di Matilde Cassani, organizzato congiuntamente da ar/ge kunst, Bolzano e Künstlerhaus Büchsenhausen, Innsbruck che ha portato l’artista a visitare la macro-regione tra Bolzano e Innsbruck in numerosi intervalli tra il 2016 e il 2018 .

Segue l’intervista con Matilde Cassani —

ATP: Il progetto che presenti a Bolzano ha come titolo un modo di dire inglese, “It’s just not cricket”: espressione che si utilizza per dire che qualcosa è scorretta o, peggio, disonesta. Come ti sei imbattuta in questo modo di dire e perché lo hai utilizzato per la mostra?

Matilde Cassani: Il cricket, nato in Inghilterra, è considerato uno sport da veri gentlemen, dove il giocatore applaude all’avversario se ha fatto una bella azione.
Dire che qualcosa “it’s not cricket” significa proprio che non è giusto, che è poco sportivo, non si fa. L’ ho scoperto per caso, leggendo un libro che si chiama “Italian cricket club” dove si descrive proprio questa espressione. La ragione per cui l’ho utilizzata come titolo della mostra è duplice: in italiano sembra significare, se letta distrattamente “non è solo cricket”. Mi è sembrato perfetto per dire che la mostra in realtà parla anche di tutt’altro. Racconta la storia di un territorio complesso, il rapporto controverso tra paesi confinanti e la recente importanza del paese di Brennero, il paese di confine, nel corso delle recenti crisi migratorie. Racconta come vivono il territorio i suoi abitanti. La seconda ragione è quella che ci sono fenomeni che rimangono inosservati. L’idea di portarli allo scoperto è un modo per evidenziarli e ribaltare la scena. Ho, impropriamente, spostato il focus dal generale all’ iper-particolare e ho guardato al territorio attraverso un’unica lente, il cricket.

ATP: La mostra è introdotta come un ‘display-altare’ dove presenti la collezione privata di Ali Saqib. Chi è quest’ultimo?

MC: Ali Saqib abita a Laives, un paese vicino a Bolzano. Lo abbiamo conosciuto per caso, quando io e Simone Mair, curatrice del public programme di ar/ge kunst stavamo cercando delle persone per chiedere informazioni sul cricket. Abbiamo trovato la pagina Facebook del Laives Cricket Club e li abbiamo contattati tramite il numero di telefono che appariva sul profilo.
Ali è stato da subito entusiasta. Lo abbiamo incontrato e ci ha spiegato tutto, oltre a mostrarci con il cellulare tutto ciò che possedeva, come giocatore e come tifoso. Sono rimasta immediatamente affascinata da questi oggetti e ho deciso che parte della mostra sarebbe stata dedicata alla sua collezione privata. Ho disegnato un supporto che contenesse tutto, una sorta di sala delle coppe dove ogni mensolina è fatta per accogliere un pezzo alla volta. Ho pensato che avessero un grande valore, oltre ad essere, per me bellissimi. Descrivono con precisione quante squadre sono già composte, quante partite sono già state giocate e quali sono i luoghi dove sono avvenute. Guardando da vicino la targhetta sulla base della coppa si vedono i nomi dei paesi, i tornei e gli sponsor. Le grafiche delle magliette parlano di dove lavorano i giocatori, chi sono e da dove vengono. Non era assolutamente previsto, ma si è fatta avanti l’idea di concepire la stanza come se fosse un cricket club, il luogo dove si raccolgono tutti i memorabilia della squadra e dove si prendono delle decisioni. C’è anche un tavolo che pare sembrare in attesa della prossima riunione sul futuro del cricket in Alto Adige.

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

ATP: Immagino che il tuo interesse per il cricket abbia una valenza simbolica. Se sì, oppure, al contrario, se non utilizzi questo sport come metafora di qualcos’altro, cosa ti ha attratto di questa disciplina a squadre? Nato in Inghilterra, è uno sport ben lontano dalla tradizione sia italiana che altoatesina…

MC: L’ interesse per il cricket è decisamente strumentale in questo caso: è uno sport che non avevo mai guardato, di cui non conoscevo le regole e non conoscevo le dinamiche. In realtà è uno sport antichissimo ed anche il secondo sport più diffuso al mondo dopo il calcio e il primo più visto in tv. Nasce in Inghilterra nel 1700, si diffonde nelle colonie britanniche e ritorna oggi in Europa attraverso chi lo importa dal paese di origine.
La sua storia è quindi una storia di adattamenti a diverse culture, diversi climi e contesti. Viaggiando, il cricket ha cambiato l’essenza delle sue mazze, la sua forma e anche il materiale della pallina. Si potrebbe addirittura ricostruire la storia del cricket attraverso la pallina: originariamente rossa scura e fatta di pelle di cervo, ora è di vari colori, può essere anche una pallina da tennis, ricoperta di scotch isolante per renderla più dura. Quella in mostra è’ stata fatta da un ragazzo che è passato per caso in galleria a consegnare i volantini e che, vedendo tutti i materiali da cricket si è fermato a chiacchierare. In esposizione ci sono tutte le palline dalla sua origine ad oggi. La pallina rossa veniva usata perché lasciava un segno sulle prime divise, quelle interamente bianche, il gilet con le trecce e lo scollo colorato. Con l’introduzione delle divise colorate, la pallina ritorna bianca, per essere più visibile in ore diurne, oppure rosa in ore notturne. Il gioco, i suoi tempi e strumenti si traducono e adattano ai luoghi. Originariamente le partite duravano fino a 5 giorni, poi 3, adesso anche solo alcune ore. Il campo è enorme, circa 130 metri di lunghezza, ora si gioca anche in un campo da calcio, in un parcheggio, in palestra.
Ho deciso di utilizzare lo sport anche come pretesto per spostare l’attenzione, lo sport unisce, gasa e distrae. Per il cricket addirittura si parla di “cricket diplomacy”: quando due paesi in conflitto vivono un momento di crisi diplomatica, viene organizzata una partita.

ATP: La mostra ospitata ad ar/ge kunst è il frutto di un periodo di ricerca che hai svolto – anche grazie al supporto di Künstlerhaus Büchsenhausen, Innsbruck – nella macro-regione a cavallo del confine Italo-Austriaco tra il 2016 e il 2018. Mi racconti la relazione tra le osservazioni e scoperte che hai fatto in questi luoghi e la mostra che presenti?

MC: Il percorso di ricerca è iniziato due anni fa, quando Emanuele Guidi mi ha invitato a fare una residenza ad ar/ge kunst e mi ha chiesto di lavorare sul territorio che lega Bolzano ad Innsbruck, sede dell’altra istituzione partner, Künstlerhaus Büchsenhausen di Andrei Siclodi.
Con Guidi alla guida, ho esplorato il territorio: l’idea era quella di attraversare il confine a diverse velocità, con la macchina poi con un tir, avevo addirittura in programma di attraversarlo a piedi.
Ho iniziato però poi ad osservarlo da vicinissimo, direttamente dal punto di confine tra Austria e Italia, Brennero, un paese fantasma per anni. Dopo Schenghen l’economia legata agli scambi di frontiera era entrata in crisi e il paese si era svuotato lasciando numerose case vuote. Solo recentemente è stato ripopolato da stranieri. Li conosco Saad Kahn, pakistano che vive a Brennero da diversi anni, che ci racconta che suo fratello gioca a cricket e ci invita a vedere una partita. Capisco che per raccontare questo territorio così difficile da capire per me, posso provare ad approfondire anche un tema soltanto: il cricket.
La mostra che presento espone solo materiale sportivo trovato o prodotto in queste zone ed è sostanzialmente divisa in due parti, molto diverse tra loro. La prima stanza ospita una partita interrotta, tutti gli strumenti del gioco sono legati a delle corde che registrano i movimenti che hanno fatto gli oggetti l’ultima volta che sono stati utilizzati; le mazze concorrenti sono rispettivamente prodotte da falegnami del Nord e del Sud Tirolo con essenze locali, cirmolo e frassino.
La seconda stanza, come dicevo prima, è concepita come un ipotetico cricket club, il luogo dove si prendono le decisioni e si custodiscono le vittorie. C’è anche un televisore, oltre la tenda, che trasmette il PSL, il Pakistani superleague che si gioca a Dubai.

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

ATP: Per la mostra ti sei confrontata con i giovani giocatori di cricket che vivono in questo territorio e che arrivano dal Pakistan, Afghanistan, India e Sri Lanka. Come hai tradotto o presentato la tua ricerca artistica a questi ragazzi? Cosa hai raccolto di significativo da questa esperienza in relazione alla mostra?

MC: Ho chiesto di spiegarmi le regole del cricket, che tuttora per me sono difficili da capire, ho detto che volevo sapere di più. Poi tutto è avvenuto un po’ per caso: sono andata al negozio di money transfer Smallworld, dove c’è una selezione di mazze da cricket in vendita, ne ho comprata una e ho iniziato a chiacchierare con il proprietario. Mi ha spiegato come funzionava lo sport, dove giocavano, mi ha fatto vedere la maglietta della squadra di cui era anche sponsor. Ho poi conosciuto tanti altri giocatori che mi hanno introdotto al resto del loro mondo.

ATP: Per tornare al significato di “It’s just not cricket”, cosa hai trovato di scorretto o ingiusto, nell’elaborazione o nella gestazione della mostra?

MC: Nella mostra non c’è stato niente di ingiusto. E’ stato tutto molto semplice, forse anche perché ho lavorato in modalità aperta, aspettando che arrivasse naturalmente la sua conclusione. La mostra ha infatti preso forma, soltanto all’ ultimo momento!

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s Just Not Cricket © ar:ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018