Silvia Camporesi L’Isola delle Rose, 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro cm 120 x 90
Silvia Camporesi L’Isola delle Rose (Documento), 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice e passe-partout cm 30 x 40

L’isola delle Rose, lo Specchio di Viganella e il paese di Fabbriche di Careggine sono i tre luoghi scrutati da Silvia Camporesi attraverso l’occhio della macchina fotografica. Sono tre luoghi reali le cui storie e vicende sono così immaginifiche da sembrare totalmente inventate. Mentre il primo caso viene originato ex-novo da una visione utopica, il secondo sfrutta in modo singolare le risorse naturali per contribuire al benessere di una determinata comunità e, infine, il terzo rimane impregnato e celato da un’aurea enigmatica che, di fatto, rimanda periodicamente il suo definitivo oblio.
In occasione della sua mostra Forzare il Paesaggio alla galleria Z2O Sara Zanin (fino al 11/01/21), pubblichiamo un estratto e l’intervista del curatore Angel Moya Garcia.

(…) Assistiamo in tutti e tre i casi a una forzatura del paesaggio, a una manipolazione accelerata che ha alterato inevitabilmente le condizioni in atto di partenza e quelle potenziali di arrivo. Un’alterazione del paesaggio che si interseca e si stratifica a sua volta con le possibilità di manipolazione della fotografia e che porta l’artista a mettere in discussione l’infallibilità di questo mezzo per riprodurre fedelmente la realtà, evidenziando l’ambiguità e assottigliando il confine tra realtà e finzione, tra fattibilità e chimera, tra verità e inganno. La presenza di minimi dettagli quasi impercettibili che sottolineano le anomalie, la consapevole messa in scena in grado di aggirare qualunque limite e l’indagine sul verosimile collegano e intersecano questo ciclo a tutta la produzione dell’artista. Fotografie, video e materiali di repertorio che originano un’atmosfera utopica, sospesa e cristallizzata che segue gli intenti di alcuni dei cicli fotografici precedenti come “Atlas Italie”, un’indagine condotta in tutte le regioni italiane, di luoghi e paese abbandonati o “Le città del pensiero” in cui l’artista aveva fotografato nell’attualità un ipotetico paese abbandonato, progettato in origine da Giorgio de Chirico. Tuttavia, qui si evince un’ulteriore maturità nell’aumentare l’aspetto scultoreo alla base degli scatti e innanzitutto nel creare una narrazione che superi la dicotomia tra l’aspetto documentaristico e quello inventato per aggiungere strati, visioni, componenti, relati e documenti in grado di mantenere attiva la soglia di attenzione su ciò che ci sta raccontando e soprattutto su ciò che vogliamo credere.

Estratto dal testo “Fare Luce” scritto da Angel Moya Garcia in occasione della mostra di Silvia Camporesi “Forzare il Paesaggio” alla Galleria Z2O – Sara Zanin Roma.

Angel Moya Garcia: Il complesso universo delle immagini fotografiche e dei generi fotografici è stato suddiviso da Renzo Chini in tre aree linguistiche distinte, quello della fotografia diretta (di strumenti), quello della fotografia manipolata (parafotografia), e quello della fotografia che parla di sé (metafotografia). In quale di questi tre ambiti pensi si possa posizionare il tuo lavoro?

Silvia Camporesi: In tutte e tre le categorie. Fino ad alcuni anni fa la fotografia era per me il risultato di una messa in scena, non ero minimamente interessata all’accadere delle cose, al documento, a tutte le altre forme di fotografia. Poi ho cominciato a pensare alla fotografia come ad uno strumento più ampio, più versatile, da utilizzare in contesti diversi e con modalità più variegate. Mi sono interessata ai limiti della fotografia e ho cercato di forzarli. Ho iniziato a fotografare il paesaggio e al tempo stessa a metterlo in scena attraverso miniature. Ho elaborato varie immagini creando nuove visioni, totalmente verosimili, e infine ho cercato di esplorare la fotografia circolarmente, attraverso se stessa. Il risultato è sicuramente complesso e variegato, ma tutte queste diramazioni possibili sono tenute insieme dal pensiero e dal processo che sottendono ad ogni lavoro.

AMG: L’utilizzo delle telecamere di sorveglianza, gli algoritmi di correzione dell’immagine, la codificazione dell’immagine in stringhe di numeri, l’archivio o lo scanner invece di un obiettivo sono solo alcuni dei metodi e delle modalità di ricerca adottati negli ultimi anni in ambito fotografico. Tuttavia, il tuo lavoro è rimasto fedele alla macchina fotografica come elemento di partenza. Come pensi che potrebbe essere inserita la tua modalità di lavoro in dialogo o in contrasto con questa varietà di ricerche nella fotografia contemporanea?

SC: Credo che in ogni progetto artistico contino due cose: coerenza, processo. Se sono presenti entrambe, cioè se il lavoro è coerente con il percorso artistico – nella sua evoluzione – io penso che in modo quasi automatico esso si inserisca nel proprio tempo storico, senza dover essere necessariamente assoggettato alle mode. Ho visto tanti lavori che, seguendo le innovazioni digitali, erano inizialmente pionieristici, ma che sono diventati obsoleti in poco tempo, datati. Un’immagine della Arbus, a distanza di cinquant’anni è ancora potentissima e non risente dello scorrere del tempo. Non mi sono mai posta più di tanto questo problema, piuttosto ho cercato sempre un filo conduttore che tenesse collegati, nel tempo, tutti i miei lavori.

Silvia Camporesi Lo specchio, 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro cm 60 x 40
Silvia Camporesi Il sole riflesso (polittico), 2020 4 inkjet print su fine art paper (2 cm 60 x 80; 2 cm 40 x 60) inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro museale Dimensioni totali cm 180 x 80
Silvia Camporesi Il sole riflesso, 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro cm 60 x 40

AMG: La rivoluzione elettronica e quella digitale hanno rivoluzionato il momento stesso della ripresa fotografica, ma hanno soprattutto alterato le operazioni successive a questo momento, come il ritocco o la gestione e la trasmissione delle immagini. Che ruolo ha nella tua ricerca la fedeltà al mezzo fotografico rispetto alla postproduzione delle immagini?

SC: E’ vero, una volta si scattava, si aspettavano i negativi e poi si stampava. Ogni modifica dell’immagine era estremamente complessa. Oggi la maggior parte del tempo lo passo seduta ad un tavolo, dedicandomi alla post produzione. Anche l’immagine digitale più “perfetta” nella fase di scatto ha bisogno comunque di essere controllata, sistemata ed archiviata. Sostanzialmente rimango fedele all’aspetto professionale della fotografia. Non mi interessano la bassa risoluzione, le pratiche di appropriazione postfotografiche, ma uso uno strumento pesante che mi dia ancora l’impressione di far fatica, che mi faccia pensare che la bontà del risultato sia proporzionale allo sforzo. Poi in alcuni casi lo scatto è una sorta di tela bianca sulla quale costruire il dopo, attraverso la post-produzione, i fotomontaggi, la pulitura da elementi indesiderati, insomma la restituzione di un nuovo assetto all’immagine finale. L’immagine finale deve corrispondere alla mia immagine mentale, altrimenti non sento di aver terminato il lavoro.

AMG: La tua ricerca è incentrata prevalentemente sull’ambiguità e si muove su una sottile linea di confine fra immaginazione e realtà. Un’articolata manipolazione del mezzo fotografico che illude la netta distinzione tra finzione e verità delle rappresentazioni. Fino a che punto ti interessa che questa ambiguità venga svelata e che ruolo gioca questa indeterminatezza nella lettura dei tuoi lavori?

SC: Hai colto un punto per me molto importante e divenuto sempre più determinante nei lavori degli ultimi anni. Mi interessa affiancare l’immagine diretta, dove l’intervento è minimo, con immagini che nascono da un lungo lavoro di preparazione – per esempio la ricostruzione di un luogo reale, fatta in scala, con minuzia di dettagli – per ottenere un effetto finale in cui le due vedute sono equivalenti, confondibili: non solo perché la seconda risulta tendenzialmente verosimile, ma anche perché la prima rappresenta spesso soggetto reali ma apparentemente finti. Non mi interessa che l’ambiguità venga svelata, trovo interessante marciare su questo doppio binario, creando interrogativi e supposizioni nello spettatore.

AMG: La mostra “Forzare il paesaggio” alla Galleria Sara Zanin di Roma sviluppa e dilata quest’ambiguità attraverso tre casi in cui l’uomo ha portato al limite le possibilità di un determinato luogo. L’isola delle Rose, lo Specchio di Viganella e il paese fantasma di Fabbriche di Careggine costituiscono rari esempi di interventi inconsueti che hanno dato come risultato luoghi straordinariamente insoliti. Una rappresentazione sofisticata o una riproduzione plateale di questi luoghi avrebbe senza dubbio incuriosito qualunque pubblico, ma tu non ti sei fermata a questo aspetto. In che modo hai sfruttato ulteriormente le potenzialità del mezzo fotografico in relazione a questi luoghi?

SC: Sono sempre alla ricerca di luoghi reali le cui storie e vicissitudini sono così incredibili da sembrare totalmente inventate. L’isola delle Rose era una piattaforma costruita al largo di Rimini negli anni Settanta, trasformata in una micronazione in cui si sarebbe dovuto parlare esperanto. Un’utopia durata pochi mesi, poi distrutta. Ho ricostruito la piattaforma, seguendo le immagini dell’epoca e l’ho fotografata, ridando vita a quella storia. Le altre “forzature del paesaggio” riguardano altri due paesi con storie altrettanto curiose: A Viganella, in Piemonte, per tre mesi all’anno non arriva la luce del sole, così nel 2006 il sindaco fece costruire uno specchio per mandare la luce del sole in paese. Un’opera d’arte a tutti gli effetti. In quel caso ho fotografato la luce riflessa, il modo in cui illumina le cose del piccolo paese. Infine, la storia di Fabbriche di Carreggine, paesino sommerso per la creazione di un lago artificiale, poi svuotato dopo tanti anni. Le immagini del paese che emerge dalle acque sono meravigliose, sembra un paese di cartone, sembra finto. In questo caso ho ricostruito le 31 case del paese, in gesso, e l’ho fotografato nelle tre fasi: sott’acqua, in emersione ed emerso. Confrontando le mie immagini con quelle dell’epoca devo dire che la differenza non è così evidente e questo era il risultato che volevo ottenere.

AMG: Possiamo definire questi tre luoghi come simbolici o come esempi diun’antropizzazione estrema rispetto a un paesaggio che si crea, si trasforma o si abbandona. Pensi che questa ricerca possa o debba trovare altri esempi per essere completata o ulteriormente sviluppata o, invece, ritieni che sia conclusa in quanto circoscritta a questi tre precisi ambienti?

SC: Questi tre luoghi, nella loro estrema diversità, mi sembra abbiano qualcosa in comune, così li ho indagati nello stesso periodo, unendoli sotto un minimo comune denominatore. Sto riflettendo se considerare questo lavoro concluso o se aggiungere altre storie, ma penso che sceglierò la prima opzione; posso però dire che in generale le cose sulle quali sto lavorando ora sono molto vicine a queste visioni in bilico fra realtà e finzione. Il mio progetto precedente “Atlas Italie” era un’indagine condotta in tutte le regioni italiane, di luoghi e paese abbandonati. Avrei voluto inserire l’immagine (reale) di Fabbriche di Careggine, in quanto paese abbandonato; speravo che il lago venisse nuovamente svuotato, ma poiché questo non è accaduto ho deciso di aggirare il limite riproducendo il paese, ed entrando così in una dimensione, che ha messo in campo anche l’aspetto scultoreo, diversa da quella più dichiaratamente documentaria relativa ad Atlas.

Silvia Camporesi Il Paese sommerso #3, 2019 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro museale Cm 120 x 90
Silvia Camporesi Il paese che emerge #1, 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro Cm 90 x 120
Silvia Camporesi Il paese che emerge #2, 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro Cm 40 x 65
Silvia Camporesi Il paese emerso #2, 2020 Inkjet print su fine art paper, su dibond, con cornice Nielsen Natura/34 e vetro Cm 40 x 65
Silvia Camporesi Alla sua luce alla sua oscurità (frames da video), 2020 9 Inkjet print su fine art paper, con vetro Cm 10 x 17 ognuna