Chiara Camoni, Ipogea, installazione ambientale, materiali vari, 2021 Courtesy Palazzo Bentivoglio e l’artista. Foto: Camilla Maria Santini

Architettura immaginaria, dimensione femminile, penombra: utilizza immagini molto poetiche Chiara Camoni per introdurre le opere in mostra, pensate per i sotterranei di Palazzo Bentivoglio a Bologna. Inaugurata durante le giornate di Art City Bologna, la mostra ha per titolo Ipogea ed è a cura di Antonio Grulli. 

L’opera nel suo complesso è raccontata con la metafora di un libro, suddiviso in  cinque capitoli di un unico grande racconto. In ogni capitolo le stratificazioni lapidee del passato diventano scultura ed elemento funzionale e architettonico. L’inizio del racconto si situa nella composizione dei materiali rinvenuti, a loro volta ‘vivificati’ a seconda dello spazio che andavano a occupare in origine.
In relazione ai ‘ritrovamenti’ ci sono le realizzazione dell’artista che dialogano sia con lo spazio che con i materiali che lo compongono: frammenti di decori, pezzi di colonne, parti di pavimentazione, scarti di costruzione.
Tra le realizzazioni, preponderante è la presenza  di una serie di sculture in terracotta che si ritrovano in tutti gli ambienti: alcune contengono fonti luminose in grado di accendere l’opera sia attraverso la luce sia attraverso le ombre proiettate.
Alle pareti, opere su teli di seta appesi, che mostra figure femminili dalle forme simmetriche realizzate con piante e fiori. In altri spazi, la presenza di sculture-arredo: una libreria, delle sedute, un piccolo tavolino – creati assemblando vecchi mobili e un confessionale – e poi brocche e tazze in ceramica realizzate dall’artista, smaltate con la terra e la cenere dei rami e delle foglie raccolte nel giardino di Palazzo Bentivoglio. 

Seguono alcune domande all’artista —

Elena Bordignon: La grande opera che presenti nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio sembra sviluppata seguendo la logica delle mimesi, ossia imitare la realtà, seguirne, per somiglianza le forme. Già dal titolo Ipogea – ipogeo, significa ‘sotterraneo’ – rimanda infatti al fatto che il luogo espositivo a Palazzo Bentivoglio è interrato. Mi racconti come è nato il progetto che presenti e perché lo hai coniugato al femminile? 

Chiara Camoni: Il progetto nasce da un’intuizione di Gaia Rossi e di Antonio Grulli. Nei sotterranei – che oggi sono i nuovi ambienti annessi agli spazi espositivi – erano stati rinvenuti cumuli di materiale lapideo, risalenti al XVI-XVII secolo. Al cospetto di tutte queste pietre, sono stata invitata a pensare un intervento site-specific che, senza alterarne il valore, ridesse nuova vita a quei materiali da costruzione.
Ipogea è un’architettura immaginaria, che si innesta in un’altra architettura visibile e fruibile, ipogea è la dimensione femminile di queste pietre, ipogea è la Serpentessa che lì è nata e che ora si avvolge in una delle stanze come se avesse trovato finalmente dimora, ipogea è la penombra, ipogea è la vibrazione delle figure impresse sulla seta, la fissità di alcuni elementi e la mobilità di altri. Ipogea è nome proprio.

Chiara Camoni, Ipogea, installazione ambientale, materiali vari, 2021 Courtesy Palazzo Bentivoglio e l’artista. Foto: Camilla Maria Santini

EB: La mostra consiste in un’unica grande installazione suddivisa in cinque capitoli, come se fosse la narrazione di un unico grande racconto che si sviluppa in parti diversi. In sintesi, come racconteresti la sinossi di Ipogea?

CC: Ipogea è nata senza un progetto preciso. Gesti delle mani, fatica dei corpi. Spostamenti, slittamenti, salite e discese. Incastri. 
Inizio delle forme. Pietre che si fissano. Magia delle apparizioni.
Un primo pavimento. Basso basso, solo pochi aggetti.
Un altro pavimento, questa volta con delle sedute. I colloqui.
Corridoi. Si sale o ci si addentra. Più in fondo, più sotto.
La Serpentessa. Il nido. Il cuore.
E poi luci, lucine, lucciole. Farfalle o piccoli mostri. Lampadari. Ombre proiettate.
Si torna. Ci sono le Sete. Custodi di una presenza vegetale che sta in superficie.
Infine un salottino. Posso fermarmi.

EB: Scavo, recupero, scoperta, riutilizzo: sono tutti termini che si ritrovano in molti tuoi lavori. Anche a Palazzo Bentivoglio, un’ampia parte dell’installazione è realizzata mediante l’accumulo e l’utilizzo di cose trovate e a cui hai dato una nuova ‘possibilità’. Mi racconti la diversa prospettiva che hai dato a questi nuovi ritrovamenti? Cosa raccontano in questa loro nuova collocazione?

CC: Mi piace la meraviglia. Mi piace guardare Anna, mia figlia, che – mentre canta filastrocche inventate – apparecchia intorno a sé un mondo dopo l’altro. Che trasforma una scatola in una casa, un sasso in un uovo, un leone di plastica in un vero leone.
Mi piace pensare che ci siano vari livelli in cui possiamo muoverci: il primo, quello della realtà, in cui ci sono io insieme a delle pietre; il secondo, quello della creazione e dell’immaginazione, in cui inizia come in una danza a prendere forma l’opera Ipogea; il terzo, infine, è quello in cui la Serpentessa dorme, sogna e desidera…
A quel punto non c’è più bisogno di me. Se è riuscita, l’opera è autonoma e si muove nel mondo.
Le pietre non sono più solo pietre. E allo stesso tempo non sono mai state così tanto pietre.

EB: Altra protagonista della mostra è la terracotta, utilizzata per delle sculture che dialogo con luci e ombre. Mi spieghi il significato di questo dialogo tra la materia dura – terracotta – e quella impalpabile e sfuggente della luce?

CC: Alla terra, sotto alla terra, ho associato la luce e ho affidato la forma delle ombre.
Oltre ai pavimenti, gli altri elementi fissi sono i “lampadari” ovvero le sculture che ospitano le luci.
La loro presenza vuole accentuare la dimensione domestica – o meglio la dimensione “altra” – di queste zone, che comunque si intersecano senza confini precisi con l’assetto degli ambienti espositivi.
Pur essendo tutto molto connotato, mi auguro che qualche altro artista in futuro voglia dialogare con questi spazi. Nella loro anomalia, possano anche essere accoglienti!

EB: Per la mostra hai, per certi versi, fatto entrare l’esterno nell’interno mediante l’utilizzo di rami e foglie raccolte nel giardino di Palazzo Bentivoglio. Mi racconti che procedimento hai utilizzato nelle opere in ceramica?

CC: Gli smalti sono derivati dalla fusione ad alta temperatura del terriccio e della sabbietta raccolta nel giardino, e dalla cenere dei rami e delle foglie che avevo raccolto e poi bruciato. I colori quindi sono unici e irripetibili, legati intimamente a quel luogo.

Chiara Camoni, Ipogea, installazione ambientale, materiali vari, 2021 Courtesy Palazzo Bentivoglio e l’artista. Foto: Camilla Maria Santini
Chiara Camoni, Ipogea, installazione ambientale, materiali vari, 2021 Courtesy Palazzo Bentivoglio e l’artista. Foto: Camilla Maria Santini