Francesco Bertocco, Historia, production still, 4K, 2021, courtesy the artist

Dal 29 maggio il Museo MA*GA di Gallarate (VA) ospita Historia, mostra di Francesco Bertocco (1983). Curata da Alessandro Castiglioni, senior curator del MA*GA, realizzata grazie al sostegno di Italian Council (7^ Edizione, 2019), la mostra è frutto di un progetto a cura di Mariagrazia Muscatello il cui capofila è l’Associazione Via Farini di Milano e ha visto la collaborazione del Museo de la Quimica e de la Farmacia di Santiago e del MAC / Museo de Arte Contemporáneo di Santiago del Cile. Quest’ultimo museo inaugurerà la mostra di Francesco Bertocco, a cura di Mariagrazia Muscatello contemporaneamente al MA*GA online (il museo è chiuso fino a Settembre), al fine di creare un link tra le due istituzioni.
Historia è un’indagine sulla storia della medicina cilena attraverso gli eventi storici più significativi accaduti nel paese sudamericano nella seconda metà del Novecento. In essa Bertocco riflette su cosa sia la pratica della cura in Cile, mettendo a confronto la medicina “ufficiale” e quella tradizionale, come vivono e coesistono all’interno della stessa società. 
La rassegna mette in dialogo questa nuova produzione dell’artista, caratterizzata da un’inedita opera video e una serie di fotografie, con i principali lavori realizzati da Bertocco in oltre dieci anni di ricerca e attività. 
Abbiamo intervistato Francesco per conoscere attraverso le sue parole questo progetto.

Sara Benaglia + Mauro Zanchi: Historia è un progetto a cura di Viafarini con Mariagrazia Muscatello, vincitore della settima edizione del bando Italian Council (2019). Come è nato questo progetto e il tuo interesse verso “la cura” nello specifico contesto cileno?

Francesco Bertocco: Historia nasce a partire da una riflessione più ampia riguardo alle conseguenze politico-sociali della cura, verso cui ha cominciato a convergere il mio lavoro negli ultimi anni. Nei miei lavori precedenti, mi sono interessato al “discorso medico”, dal laboratorio, come sistema complesso, in cui ruotano relazioni ed eventi, all’ospedale, luogo in cui l’esperienza medica si fa collettiva e condivisa, per arrivare al setting, ambiente in cui agisce la terapia e che riflette le sue dinamiche al suo interno. Nel 2017, sono stato invitato a partecipare alla13th Bienal de Artes Mediales de Santiago del Cile e, da quel momento in poi, ho iniziato a interessarmi alla coesistenza, all’interno del contesto cileno, tra la medicina tradizionale e una medicina “di sistema”, che respinge e nega l’esistenza della prima. Il titolo è ispirato al murales di  Julio Escamez, Historia de la medicina y la farmacia en Chile, situato all’interno di una farmacia a Conception, nella regione del Bio Bio, nel Sud del Cile, in cui la medicina cilena è proiettata attraverso una dimensione storica, in cui si riconoscono le sfide  identitarie ed emancipatorie che la hanno attraversata. Il mio lavoro inizia da queste riflessioni e si sviluppa come una sorta di viaggio nei luoghi e nei tempi della storia della cura in Cile. 

SB+MZ: Come in altre tue opere in Historia l’interesse scientifico, documentaristico e medico sono presentati in una forma narrativa visiva talvolta vicina al video essay. In un’intervista di qualche tempo fa hai descritto il tuo metodo di lavoro con la locuzione “poetica del frammento”. Come hai strutturato la ricerca in Historia in relazione alla tua pratica?

FB: Il mio procedere per frammenti è diventato, nel tempo, una vera e propria metodologia all’interno della mia pratica. Più che ad immaginare il dettaglio come un procedimento per raccontare il tutto, una parte più estesa di un qualcosa (come la sineddoche), la mia attenzione visiva segnata dall’impossibilità di raccogliere completamente le informazioni del contesto in cui mi trovo. Il mio documentare è presente al contesto, ma allo stesso tempo straniante, anomalo; io stesso mi muovo in luoghi a volte inaccessibili, per ragioni logistiche, conoscitive, politiche. 
Per Historia la mia attenzione si è rivolta a provare a costruire, attraverso la mia esperienza, in dialogo con le comunità “curative” locali, con filosofi, artisti e ricercatori, un racconto sulle pratiche di cura nel Cile di oggi, e sul ruolo della storia nella costruzione di questa identità. A fronte di una tale ampiezza di aspettative che hanno guidato la ricerca, la parzialità del frammento mi ha permesso… una libertà di movimento maggiore: un incedere non-lineare, imprevedibile, ellittico, parziale. 
Per non tradire il contesto dentro cui mi muovo, la pubblicazione che stiamo realizzando permetterà una lettura più ampia e articolata dei temi trattati dalla mia ricerca.  

Francesco Bertocco, Historia, production still, 4K, 2021, courtesy the artist

SB+MZ: Il tuo interesse verso il film scientifico si è articolato nel tempo anche in una dimensione storico-archivistica. C’è nell’interesse verso la medicina indigena in Cile una tua critica verso l’impostazione metodologica della scienza occidentale? Se sì, come l’hai sviluppata in Historia?

FB: Questa impostazione metodologica scientifica occidentale è il fulcro di un conflitto ormai secolare sul cosiddetto “sguardo medico” di matrice positivista, di cui la storia della medicina moderna, specialmente in Sud America, è satura. Nel mio lavoro, in particolare, ho cercato, attraverso il contributo della filosofa cilena Diana Aurenque Stephan – una delle voci più attive in questo momento in Cile sui temi della cura e della salute, specialmente, in questa situazione di emergenza sanitaria -,  di ricostruire il pensiero dietro il concetto di cura in Cile e dei conflitti generati al suo interno. In quella sezione del film, le sue parole sono accompagnate da immagini di musei di medicina tra il Cile e l’Italia, in cui, ad esempio, si possono vedere dei modelli anatomici dei primi del Novecento del museo di Odontoiatria dell’Università di Santiago del Cile, dove il viso idealizzato dell’Apollo è messo in contrasto con i volti, tristemente stereotipati, degli indigeni. Il contesto museografico diventa così un luogo di conflitto, in cui riattivare il discorso storico e politico riguardo alla cura.   

SB+MZ: Che relazione c’è tra colonialismo e appropriazione dei sistemi di cura? Come è cambiato nel tempo il confronto tra medicina tradizionale indigena e medicina “ufficiale”, cioè prettamente europea? E come, da europeo, non scivolare nell’appropriazionismo della cultura indigena cilena?

FB: Il confronto tra medicina di “sistema” e medicina indigena in Cile è un terreno ancora vivo e insidioso, nel quale vengono espresse rivendicazioni di identità culturali cruciali, per una percezione realmente democratica del concetto di cura. Le manifestazioni dello scorso autunno affondano le loro radici in un terreno socio-politico dissestato, ancorato a un passato dal quale il Cile di oggi non ha ancora reciso i ponti. Solo recentemente, la vittoria del Sì al cambio della Costituzione di Pinochet ha dato inizio ad una trasformazione forte e fatto prendere una direzione opposta al retaggio della dittatura. È evidente che in uno scenario del genere, nella medicina o nella cura in generale abitano ideologie e pratiche infestate da anni di pregiudizio medico, ancora presenti oggi all’interno delle logiche capitalistiche legate alla salute (basta vedere il numero di cliniche private in Cile e la difficoltà in cui si muove il sistema sanitario pubblico). 

Credo che un europeo, artista, che non abbia la cautela metodologica di un antropologo, o l’obiettività di prospettiva di uno storico, debba cercare di inserirsi nella comunità di riferimento, nel mio caso quella connessa alla cura, nel modo più orizzontale possibile, anche a costo di perdere una linearità d’approccio. Raccogliere così più punti di vista possibili, consapevole della parzialità con cui verranno restituiti e includere questo limite nel processi di rielaborazione del lavoro stesso. L’appropriazionismo è legato a un’estrema confidenza. Penso, invece, che sia importante focalizzarsi sui procedimenti di restituzione e avere sempre a fuoco l’identità politica e culturale che li mette in atto. Mettere costantemente in evidenza le parti in attività di questo processo, può aiutare ad evitare quelle macchinazioni, celate e oscurate dal pregiudizio, che nascono in un contesto di estrema confidenza culturale. 

SB+MZ: La ricerca che hai svolto è stata formalizzata in un’opera video. In essa la storia della medicina in Cile è contestualizzata prima attraverso narrazioni visive e universitarie ufficialmente riconosciute, poi attraverso uno sciamano e infine all’interno del Centro de Medicina Mapuche. In che modo questi tre step hanno trasformato il tuo modo di lavorare con le immagini?

FB: Il lavoro, nonostante che il linguaggio scelto sia quello documentaristico, segue una linea narrativa, che consiste in questa divisione tripartita. È un percorso dentro tre “aspetti” culturali della cura in Cile, ma anche una forma di viaggio attraverso la sua geografia: il nord, con gli yatiri dei popoli Aymara; il sud, con le pratiche dei Mapuche; infine, il cuore del Cile, con la città di Santiago del Cile, attraversata da molteplici aspetti, che aprono su molteplici questioni, ora più che mai attuali. Queste tre parti sono sonorizzate e musicate da Flavio Scutti – con il quale collaboro per tutti i miei progetti audiovisivi -, risultato di una lunga ricerca filologica sonora. 

Francesco Bertocco, Historia, production still, 4K, 2021, courtesy the artist

SB+MZ: Il progetto Historia è articolato anche in una installazione fotografica relativa all’hospital de Pisagua, nel nord del Cile. Che immagini hai incluso nel progetto? Come pensi la fotografia?

FB: Durante le riprese a Nord del deserto di Atacama dove siamo andati ad intervistare gli Yatiri (sciamani), Rodolfo Andaur, che si è occupato della produzione di quella parte di riprese in quella zona, mi ha mostrato un piccolo villaggio di pescatori, Pisagua, ai margini del deserto, a quattro ore di macchina da Iquique, la città più grande di quella regione, e a due ore dal villaggio vicino. Un luogo estremamente isolato, ormai in stato di completo abbandono, la cui storia per me è stata cruciale per comprendere a pieno quella zona del Cile. In particolare, dentro Pisagua, la mia attenzione si è concentrata sul vecchio ospedale, unico esempio di quegli ospedali coloniali tipici di quella zona, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento (lo stesso ospedale di Pisagua è del 1907) e divenuto un simbolo dell’epoca del salnitro, risorsa mineraria di cui si vedono ancora tracce per chilometri in tutta la regione di Tarapacà. Su Pisagua mi sono soffermato sia nel film che per realizzare un’installazione fotografica, che potesse raccontare in parte quel che resta di quel luogo. Nel mio lavoro video, le immagini sono spesso ferme, concentrate su elementi inanimati, dettagli di architetture, parti di paesaggio, oggetti, i movimenti sono ridotti al minimo, fino a sembrare una sequenza di fotografia, se non per quei brevi movimenti che appaiono all’interno di esse, rivelando la loro natura di immagini in movimento. Seppur in apparenza appaiono come fotografie, io non le intendo e non le percepisco come tali, per me sono osservazioni di ambienti, che non potrebbero esistere o apparire fuori dalla dimensione temporale, anche se quasi impercettibile. Per questa ragione, la parte fotografica del mio lavoro ha una riconoscibilità molto più diretta e immediata: sono fotografie in pellicola di ambienti, il cui retaggio storico è la fotografia di osservazione (penso ai New Topographics, almeno nel caso di Historia).  Utilizzo la stessa macchina fotografica da sempre: una nikkormat degli anni sessanta. La porto spesso nei luoghi dei miei lavori e solo recentemente ho deciso di affiancarla al mio lavoro video. Mi piace usare lo stesso strumento, così tradizionale, limitante nelle possibilità di realizzazione. La penso come una forma di resistenza in quello che ho sempre fatto e che continuo a fare. Ora la fotografia sta avendo sempre un ruolo più profondo nel mio lavoro, ho iniziato progetti esclusivamente con quel supporto.

SB+MZ: Come hai strutturato le collaborazioni con l’Istituto Italiano di Cultura di Santiago del Cile, il MAC di Santiago, Il Museo de la Quimica y de la Farmacia di Santiago, Viafarini e il museo MA*GA di Gallarate? Quali sono gli appuntamenti di restituzione del progetto?

FB: Il progetto è strutturato in una serie di momenti espositivi tra l’Italia e il Cile, il primo dei quali è stato a Dicembre 2020, con un evento organizzato all’Istituto Italiano di Cultura di Santiago del Cile. In questo periodo, il progetto è presentato al MA*GA di Gallarate, a cura di Alessandro Castiglioni, a fianco di una selezioni di alcuni miei lavori video. Subito dopo ci sarà una presentazione al MAC di Santiago e al Museo de la Quimica y de la Farmacia, a cura di Mariagrazia Muscatello. A chiusura del progetto, all’interno degli spazi dei Viafarini, che si sta occupando della curatela di tutto il progetto, verrà organizzato un workshop con artisti e studenti delle accademie, in cui verranno esplorate ulteriormente le tematiche affrontate dal progetto.  

SB+MZ: Potresti anticiparci il tuo lavoro con Mousse Publishing relativo a questo progetto?

FB: Con Mousse Publishing stiamo lavorando a un libro, che sia una parte autonoma del progetto, uno strumento che permetta un’ulteriore lettura intorno ai temi del film. L’idea è sempre stata quella di pensare alla pubblicazione come un oggetto a parte, che possa meglio mettere a fuoco certi aspetti del film e allo stesso tempo aprire un dialogo più ampio su alcuni temi del progetto. Il volume si avvarrà dei contributi di Mariagrazia Muscatello, curatrice del Museo MAC di Santiago del Cile, Cecilia Vicuña, poetessa e artista, Lucrezia Calabrò Visconti, ricercatrice e curatrice indipendente, Iván Oyarzún Quezada e Richard Francisco Solis, ricercatori e docenti dell’Università del Cile, Rodolfo Andaur, antropologo e studioso del Nord del Cile, e Alessandro Castiglioni, conservatore del museo MA*GA. Infine, sarà presente un mio testo, tra finzione e documentazione storica, sull’ospedale di Pisagua. 

Francesco Bertocco, Pisagua, fotografia, 40×60 cm, 2021, courtesy the artist.