• Gregory Bae, Traces. 2017 Acrylic on television and wall, ratchet straps, white noise and static 152cm x 152cm x 51cm. phAntonio Maniscalco
  • Installation view - Gregory Bae Gregory Bae. La mostra “45° 28’ 0’’ N, 9° 11’ 0’’ E” - FL Gallery, Milano
  • Gregory Bae, Negative Space (#3) 2017 Artist's clothes, altered industrial fan 127cm x 76cm x 213cm. ph. Antonio Maniscalco
  • Gregory Bae, untitled (#1) 2016 Drawing on paper 20x15 cm. ph Antonio Maniscalco

È in corso alla galleria FL GALLERY la prima mostra personale in Italia di Gregory Bae. La mostra “45° 28’ 0’’ N, 9° 11’ 0’’ E”   presenta al pubblico alcune delle più note installazioni dell’artista, già esposte nel 2015 alla Chicago Urban Art Society e ripensate per lo spazio milanese. Ho incontrato per ATP Diary Gregory Bae e Rossella Farinotti, artista e curatrice della mostra

Simona Squadrito: Per prima cosa vorrei chiedervi come vi siete conosciuti tu e Rossella Farinotti, mi sembra di aver capito che sia stato un caso.

Gregory Bae: Ci siamo incontrati nel 2015, durante Chicago Expo, nel  bar di un Hotel.  Non avevo mai visto Rossella, lei si è seduta vicino a me, allora ho pensato di cogliere l’occasione per far pratica con il mio italiano parlando con lei.  In quella occasione abbiamo appurato di aver tante cose in comune, una tra tutte l’arte. È stato tutto molto naturale con Rossella, quasi organico. Ricordo che quella sera c’era una festa molto cool a cui né io né lei eravamo stati invitati, così ho deciso di portare Rossella in giro per Chicago durante tutta la notte.

S.S: Quindi, Rossella, confermi la dinamica del vostro incontro?

Rossella Farinotti:  Si, assolutamente. In realtà ho immaginato che Gregory fosse un artista, anche se non l’avevo mai incontrato prima. Non è stato un incontro casuale, ma un incontro fortunato realizzato anche grazie a Tony Lewis un caro amico di Chicago che abbiamo in comune.
Gregory all’epoca aveva appena vinto una borsa di studio della The Pollock-Krasner Foundation e aveva anche concluso la sua mostra personale alla Chicago Urban Art Society, quindi era abbastanza libero e questo ci ha permesso di passare più tempo insieme. È stato un ottimo compagno. Qualche giorno dopo il nostro primo incontro ho visitato la sua mostra, ormai in fase di disallestimento. Quello è stato il mio primo incontro con l’opera di Greg.
Alla FL GALLERY abbiamo deciso di riproporre lo stesso progetto esposto a Chicago, con alcune variazioni.

S.S: Nel comunicato stampa della mostra viene evidenziato il fatto che il lavoro di Gregory si configura come una “mescolanza di diverse culture”: quella asiatica, sudcoreana, e quella statunitense.  Ammetto, però, che osservando le opere di Gregory non mi è chiaro questo aspetto. Potete spiegarmi cosa intendete con “mescolanza di culture”?

G.B:  In realtà definirei questo corpus di opere come un punto di partenza per veicolare specifici contenuti e non solamente un discorso legato alla resa estetica.  Volevo raccontare qualcosa del luogo da cui da cui sono venuto, anzi da  cui viene  la mia famiglia.  Grazie alla residenza Cheongju Art Studio Artist-in-Residence ho avuto l’opportunità di ritornale dopo circa vent’anni in Corea.
Fare questo viaggio da adulto mi ha spinto a voler affrontare  nel mio lavoro la questione legata alle mie radici.  Sono il primo americano della mia famiglia, ritornare in Corea mi ha fatto riflettete molto sul viaggio intrapreso dai miei genitori e da mio fratello, un viaggio che ritengo folle e che ha definito quello che sono io, la mia identità. Ho riflettuto tanto sulla distanza che c’è tra i due paesi e ho cercato un modo per rappresentarla, mostrare quanto il mondo è grande.
Io non sono un fan dell’opere che parlano di  storie individuali, per questo motivo mi sono spinto a cercare delle soluzioni non convenzionali, ho lavorato usando  oggetti comuni, cercando di arrivare ad un linguaggio che fosse accessibile, in modo tale da rendere il mio messaggio comprensibile, al di la del fatto che il pubblico conosca o meno la mia storia individuale.
Essere coreano per me è più un’etichetta.

R.F:  Credo, più che altro, che l’aspetto legato alla cultura asiatica emerga nell’opera di Gregory soprattutto nella sua attitudine nei confronti del lavoro: nella pratica e nel processo creativo. Il suo approccio, infatti, è molto riflessivo. Lavora con tempi estremamente dilatati, in modo molto minuzioso, questa sua attitudine si percepisce osservando i dettagli del suo lavoro.  Inoltre Greg ha una visione più ampia dell’opera d’arte rispetto agli artisti americani che ho avuto modo di conoscere a Chicago.  Lì il trend è fare delle opere pittoriche di grande impatto estetico, lavori di grandi dimensioni, molto colorati e che devono, soprattutto, essere belli, gradevoli alla vista. Gregory al contrario utilizza oggetti di uso quotidiano, cose che hanno poco impatto al livello estetico.
I lavori esposti da Federico Luger sono legati alla sua ricerca sull’identità: Gregory è nato negli Usa, ma di fatto non si sente del tutto americano, la sua famiglia, la sua pelle, provengono dalla Corea, e nei lavori cerca di far dialogare questo conflitto.

Installation view - Gregory Bae Gregory Bae. La mostra “45° 28’ 0’’ N, 9° 11’ 0’’ E” -  FL Gallery, Milano

Installation view – Gregory Bae Gregory Bae. La mostra “45° 28’ 0’’ N, 9° 11’ 0’’ E” – FL Gallery, Milano

S.S: Come è nata l’opera “One Coinciding Moment Felt in Rotation on 06.22.16 Milano/06.23.16 San Francisco” ?

G.B: È nata due anni fa durante una residenza a Seoul. Le prime settimane dopo il mio arrivo ho molto patito il jet lag, e quindi non riuscivo a dormire. Così ho cominciato ad esplorare il posto e a fare lunghe passeggiate. Una mattina, alle primi luci dell’alba, sono arrivato in cima ad una collina e in quel preciso momento ho  avuto la sensazione di essere a casa mia negli Stati Uniti, dopo mi è venuto spontaneo domandarmi se in quel medesimo istante qualcuno a casa mia stesse guardando il cielo come me. A Seul era l’alba mentre dall’altra parte il sole stava tramontando. Questa è la genesi dell’opera.

S.S:  Ti sei reso conto, che infondo, siamo tutti sotto lo stesse cielo…

G.B: Esatto.
Dopo quell’esperienza in cima alla collina, ho iniziato a fare delle ricerche. Ho scoperto che durante l’anno si verifica una connessione tra paesi tra loro opposti e distanti. Infatti, per due volte l’anno, il sole tramonta e sorge in luoghi diversi esattamente nello stesso momento. Durante il periodo della residenza in Corea il sole tramontava a New York nel medesimo momento in cui sorgeva a Seoul. Poco dopo, con un amico ho girato due video, io dalla Corea, lui da New York. Con Rossella ho fatto la stessa azione, e tra il 21 e 22 giugno, lei ha filmato il sole sorgere da Milano e io da San Francisco ho filmato il tramonto.
Le opere “One  Coinciding Moment Felt in Rotation on 06.22.16 Milano/06.23.16 San Francisco” e “Negative Space” nascono dalla mia esigenza di voler riflette sulla questione legata all’identità e alla nazionalità. Ho iniziato a concepire la terra come un oggetto, un  grande oggetto dove tutti noi viviamo, ma di cui ci è impossibile avere una visione completa, a meno che non si è un astronauta. La mia è difatti un’astrazione. Volevo rappresentare qualcosa che desse l’idea di quanto il mondo fosse grande, rappresentare l’idea della distanza.
Un’opera  che mi ha parecchio influenzato è  “La base del mondo” di Piero Manzoni, anche io ho voluto oggettivare il mondo, renderlo palpabile. Anche l’opera “24-7, 365” parla di questo: attraverso dei calcoli matematici, ho trovato una formula legata al tempo e a alla velocità in grado di oggettivare la terra.

S.S:  Quindi hai usato la velocità, il tempo e il movimento come elementi capaci di reificare e rendere accessibile il mondo. Perché questi elementi?

G.B:  Provo a spiegati meglio.
Se vai alla velocità di 4.6 km, quella appunto della ruota sul tapis roulant,  senza mai fermarti, per 365 giorni all’anno, è come se coprissi la distanza di tutta la circonferenza della terra. Non so dirti se il tempo possa o meno definire l’esistenza, per me è stato un ottimo mezzo per creare un’opera d’arte che rendesse la proporzione del mondo intero. Con l’opera “24-7, 365” il tempo e il movimento sono tra loro in perfetto equilibrio, la ruota gira in modo perpetuo senza mai cadere dal tapis roulant. In qualche modo viene espressa un’idea circolare di tempo, un aspetto che ritengo specifico della condizione umana.

S.S:  I colori che hai usato per la ruota hanno un particolare significato?

G.B: Il blu, il giallo e il rosso  sono i colori predominanti in Corea del Sud, li vedi ovunque, un po’ come il rosso, il bianco e il verde per  l’Italia. Creo questo pattern, ma quando la ruota inizia a girare  i colori si mischiano.  Per la mostra alla  FL GALLERY ho usato dei colori che mi ricordano l’Italia, come il colore del primo tramonto che ho visto a Milano. Il colore è importante, è la traduzione dei concetti di cui abbiamo appena discusso fatta attraverso il colore. Come ho accennato prima un’opera complementare a  “24-7, 365” è  “Negative Space”. Si tratta di una bandiera, cucita assemblando i miei vecchi vestiti. I simboli cuciti rappresentano la mia identità. Ci sono, infatti,  le stelle presenti nella bandiera degli Stati Uniti, ma c’è  anche quel cerchio, simile allo  yin e allo yang presente, invece, nella bandiera coreana.
La bandiera che ho cucito per la mostra alla FL GALLERY, invece, contiene degli elementi che hanno a che vedere con Milano. Tutti i  simboli che utilizzo nel mio lavoro  sono sempre degli elementi in cui io mi identifico.

Gregory Bae, 4-7, 365 (#4) 2017 Treadmill set to 4.6 km x h, acrylic and rubber on tire, painted cans 61cm x 137cm x 129.5cm. ph. Antonio Maniscalco

Gregory Bae, 4-7, 365 (#4) 2017 Treadmill set to 4.6 km x h, acrylic and rubber on tire, painted cans 61cm x 137cm x 129.5cm. ph. Antonio Maniscalco