Adelisa Selimbasic, Stories_2021_Olio su tela_310 x 320 cm_Courtesy galleria IPERCUBO – Foto Francesco Spallacci

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Intervista di Lucrezia Musella —

Lucrezia Musella: Adelisa, la prima fase del tuo percorso creativo comincia con una serie di dipinti raffiguranti prevalentemente paesaggi. Oggi invece sei focalizzata sulla figura, in particolare quella femminile che viene rappresentata sempre in bilico tra il gioco e la sensualità. Com’è nata questa attrazione nei confronti della figura? Cosa, da artista e da donna ti affascina della sfera femminile?

AS: Il mio percorso comincia con un confronto con i paesaggi in quanto, da artista alle prime armi che stava cercando di capire la pittura, mi sentivo più a mio agio, li trovavo più facili per iniziare. Successivamente però ho sentito che a questi paesaggi mancasse qualcosa e ho deciso di prendermi un periodo di pausa dalla pittura, durato quattro mesi, durante il quale ho disegnato solo figure umane, in particolare bambini. Del mondo infantile trovavo molto interessante come certe pose che i bambini assumono inconsciamente durante il gioco, agli occhi di un adulto si rivelino immagini legate alla sfera sessuale perché crescendo in qualche modo impariamo a schematizzare e a rendere statica l’idea della sessualità. Allora mi sono chiesta –come sarebbe se nessuno ci spiegasse cosa è la sessualità? Se la scoprissimo solo vivendola? -.
Piano piano mi sono spostata sulla figura femminile perché è quella che per ovvie ragioni conosco meglio e della quale di conseguenza mi sento più libera di poterne parlare. Anche in questo caso gioco e sensualità sono presenti come è possibile notare, ad esempio, in 35 gradi e mezzo. Ho realizzato circa trenta disegni prima di approcciarmi nuovamente alla pittura. Quando dopo tanto tempo ho lavorato sulla prima tela ho sentito di aver capito tutto.

LM: E’ come se ad interessarti siano il mistero e l’ambiguità, piuttosto che la trasparenza..

AS: Esatto, gioco tanto con il mistero e l’ambiguità perché mi piace tenere il lavoro aperto ad altre possibilità e altre interpretazioni. Adoro ascoltare cosa hanno immaginato le persone davanti ai miei dipinti, il mio lavoro così è come un libro che invece di avere una sola pagina ne ha molteplici. E’ il mio metodo e non voglio cambiarlo perché ritengo che sia un arricchimento sia dal punto di vista personale che da quello professionale. Ritengo che la mia visione sia forte e che questo si avverta, allo stesso tempo però non voglio far intendere che la mia sia la risposta definitiva.

LM: Il tuo è un mondo femminile e femminista in cui ogni donna può rispecchiarsi nelle dinamiche quotidiane da te rappresentate. Le figure infatti si esprimono attraverso le pose, i gesti, il corpo stesso. L’espressione fisionomica è volutamente evitata per porre l’attenzione sul messaggio che intendi veicolare, ovvero quello di una donna libera dallo stereotipo che vive la vita e se stessa con orgoglio. La tua serie di dipinti ironicamente intitolata Culeria ne è un po’ un manifesto, ti va di raccontarmelo?
AS: Secondo me solo quando conosci davvero una cosa puoi permetterti di darle una voce. Per questo rappresento le donne, tutti i tipi di donne. Non mi interessa la rappresentazione della donna perfetta perché secondo me è giusto ampliare la visione di quello che è una donna. Le donne sono variopinte ed è giusto prendere consapevolezza di questa cosa. Ciò che mi interessa è trasmettere la mia visione con leggerezza, evitando di far sentire giudicato un qualsiasi osservatore che magari la pensa diversamente da me. Culeria è stato per me un tentativo di ribaltare le cose. Il fascino del corpo umano sta proprio nel suo evolvere continuamente ed è per questo che deve assumere valore, perché ogni volta che cambia ci offre nuove prospettive che dovremmo apprezzare invece che evitare. Il pensiero nostalgico vuole quindi essere un riflesso all’incontrario: la felice nostalgia di un corpo consumato dalle sue storie e dal tempo. Non sai quanto sono felice quando gli uomini mi fanno i complimenti per la sensuale cellulite che ho dipinto! Ne sono orgogliosa perché proprio dal punto di vista cromatico mi impegno tantissimo per esaltarne il valore, per far capire quanto ogni forma sia un dono che la natura ci dà.

LM: Senza Pareti è l’unico quadro presente in mostra ad avere una cornice. Come mai proprio per questo quadro hai fatto questa scelta?
AS: Mentre dipingevo Senza Pareti ho provato una strana sensazione, un certo senso di spiritualità. Sarà perché ho sempre collegato il cielo e le nuvole alla purezza, al regno della Madonna. C’era una connessione tra me e quel quadro di matrice decisamente profonda, per questo ho avvertito la necessità di incorniciarlo e ho utilizzato come elemento decorativo la foglia d’oro, proprio per elevare il corpo della donna a una dimensione onirica, mistica, sopraterrena. Ho reso il corpo di ogni donna un’icona, un incontro tra sacro e profano.

LM: Osservando i tuoi dipinti si prova una certa calma nonostante le composizioni siano spesso molto ricercate. Si percepisce molta logica dietro al tuo lavoro. Come definiresti il tuo approccio con la tela e con la materia?
AS: Durante il processo creativo convivono intuitività e riflessione. La prima fase solitamente ruota attorno ad un momento riflessivo in cui penso all’opera nel suo complesso attraverso la ricerca, in particolare presto molta attenzione alla ricerca fotografica dalla quale estrapolo le immagini che più mi colpiscono. Quando arriva il momento dell’incontro con la tela procedo invece con spontaneità, mi butto con le idee che ho. Successivamente, passata l’adrenalina, riprende sopravvento il pensiero che è di grande aiuto quando ci si imbatte nelle difficoltà e negli sbagli, i quali a volte possono essere anche rivelatori e portatori di risultati inaspettati. Il lavoro finale, infatti, non è mai uguale a come lo avevo immaginato in principio anche se ritengo che sia importante avere un’idea forte dalla quale partire. Per quanto riguarda la scelta delle dimensioni della tela, ancora una volta, cerco di ascoltare me stessa senza impormi schemi. Solitamente quando dipingo su tele di piccolo formato sono più analitica e attenta ai dettagli. Divento quasi maniacale e ossessiva al punto che poi scoppio e sento il bisogno di esprimermi su una superfice maggiore e con più libertà.

LM: Qual è il tuo rapporto con i grandi modelli del passato? Utilizzi qualche riferimento?

AS: Cerco di mantenermi sempre aggiornata su quello che mi accade intorno, sia per curiosità che per mantenere alta l’ispirazione. Non mi sento di dire che ho dei riferimenti precisi, amo Michelangelo, Bernini, Duchamp; ognuno di loro mi insegna qualcosa ma ovviamente i miei lavori sono completamente un altro mondo rispetto al loro. In generale credo che l’opera di un’ artista non sia altro che il riflesso delle sue esperienze e di ogni cosa o persona che incontra nel suo cammino e che lo colpisce. Il ruolo di un’artista non è adattarsi ma essere se stesso. Si tratta di lavorare con l’amore, se c’è fiducia questo amore lo vedono anche gli altri.

LM: L’ironia che esala dai tuoi dipinti la si percepisce anche nella relazione che vi è tra questi e i relativi titoli. E’ come se l’uno rafforzasse l’altro e viceversa. Ti va di spiegarmi meglio perché hai scelto questo titolo per la mostra?
AS: Assolutamente, l’uno rafforza l’altro. Come per i dipinti anche i titoli sono tagliati in chiave ironica e offrono allo spettatore la facoltà di immaginare da solo la propria risposta. Non ci incontreremo mai così giovani è un titolo che è nato dalla lettura di un articolo bosniaco che leggevo tempo fa e nel quale è saltata fuori questa frase che mi fece riflettere a lungo. Il messaggio di questa frase porta con se sia gioia che nostalgia, rispecchiando alla perfezione le mie idee e la mia situazione attuale. Mi sembrava un titolo adatto per la mia prima personale che vivo con estrema felicità e, al contempo, già malinconia.

Adelisa Selimbasic, Cheerleader, 324x220cm, olio su tela, 2021_Courtesy galleria IPERCUBO – Foto Francesco Spallacci
Adelisa Selimbasic, Senza Pareti_2021_Olio su tela__Courtesy galleria IPERCUBO – Foto Francesco Spallacci

Interview with Adelisa Selimbasic

By Lucrezia Musella

LM: Adelisa, the first phase of your creative journey starts with a series of paintings mainly depicting landscapes. Nowadays, instead, you are focused on the figure, particurarly the female one that is always represented in the balance between play and sensuality. How this attraction towards the figure was born? What, as an artist and as a woman, fascinates you with the feminine sphere?
AS: My artistic journey begins with a confrontation with the landscapes because, as a novice artist, I felt more comfortable, I found them easier to start with. Later, I felt as if these landscapes were missing something and so I decided to take a break from painting, lasted four months, during which I drew only human figures, especially children. Of the childish world I found interesting how certain poses that unconsciously children assume while playing, in the eyes of an adult are revealed images related to the sexual sphere because growing up, somehow, we learn to schematize the idea of sexuality. So I asked myself, what would it be like if no one explained what sexuality is? What if we find out just by living it?.
From there, I slowly moved on the female figure because it is the one that for obvious reasons I know better and that I feel more free to talk about. Also in this case game and sensuality are

present as you can see, for example, in 35 gradi e mezzo. I made about thirty drawings before approaching the painting again. When after a long time I worked on the first canvas, everything seemed to be in its place.

LM: It’s as if you’re interested in mystery and ambiguity, more than transparency..

AS: Exactly, I play a lot with mystery and ambiguity because I like to keep the work open to other possibilities and interpretations. I love listening to what people imagined in front of my paintings, in this way my work is like a book that instead of having a single page has multiple. It’s my method and I do not want to change it because I think it’s enrichment both from a personal and a professional point of view. I believe that my vision is pretty strong and that this is perceptible in front of my works, at the same time I don’t want to imply that mine is the final answer.

LM: Yours is a feminine and feminist world in which every woman can be mirrored in the dynamics represented by you. The figures in fact express themselves through the poses, the gestures, the body itself. Physiognomic expression is deliberately avoided to draw attention to the message that you intend to convey, that of a woman free from the stereotype that lives life and herself with pride. Your series of paintings ironically entitled Culeria is a sort of manifesto, would you like to tell me about it?

AS: I think it’s only when you know something that you can afford to give it a voice. That’s why I represent women, all kinds of women. I’m not interested in the representation of the perfect woman, because in my opinion it is right to broaden the vision of what a woman is. Women are colorful and it is right to become aware of this. What is important to me is to convey my vision lightly, avoiding to feel judged any observer who maybe thinks differently from me. So, Culeria It was an attempt for me to turn things around. The fascination of the human body lies precisely in its constantly evolving and that is why it must take on value, because every time it changes it offers us new perspectives that we should appreciate rather than avoid. The nostalgic thought therefore wants to be a reflection at the opposite: the happy nostalgia of a body consumed by his stories and time. I can’t tell you how happy I am when men compliment me for the sensual cellulite I painted! I am proud of it because from a chromatic point of view I work so hard to enhance its value, to make understand how each form is a gift that nature gives us.

LM: Senza Pareti is the only painting on display to posses a frame. Why did you make this choice especially for this painting?
AS: While I was painting Senza Pareti I felt a strange sensation, a certain sense of spirituality. Maybe because I have always connected heaven and clouds to purity, to the kingdom of the Madonna. There was a very deep connection between that painting and me, for this reason I felt the need to frame it and I used it as a decorative element the gold leaf to raise the woman’s body to a dreamlike, mystical and supra-earthly dimension. I have made the body of every woman an icon, an encounter between the sacred and the profane.

LM: Observing your paintings the feeling is of a certain calm, despite the compositions are often very refined. A lot of logic is perceptible behind your work. How would you define your approach with canvas and with matter?
AS: Intuitiveness and reflection coexist during the creative process. The first phase usually revolves around a thoughtful moment in which I think of the work as a whole through research, in particular I pay close attention to photographic research from which from which I extract the images that impressed me most. When the moment of the encounter with the canvas comes I proceed instead with spontaneity, I put myself out there with the ideas I have. Then, after the adrenaline, the thought takes over which is of great help when one encounters difficulties and mistakes, which can sometimes be revealing and bring unexpected results. The final work, in fact, is never the same as I imagined in the beginning although I think it’s important to have a strong idea from which to start. As for the choice of canvas size, once again, I try to listen myself without impose schemes. Usually when I paint on small size canvases I am more analytical and attentive to details. I become almost manic and obsessive to the point that then I burst and I feel the need to express myself on a larger surface and with more freedom.

LM: What is your relationship to the great models of the past? Do you get some references?

AS: I try to keep up with what’s going on around me, both out of curiosity and to keep the inspiration high. I can’t say I have any precise references, I love Michelangelo, Bernini, Duchamp; each of them teaches me something but of course my works are completely different from their. In general I truly believe that the work of an artist is nothing more than a reflection of his experiences and of every thing or person he meets in his journey and that touches him/her. The role of an artist is not to adapt but to be himself. It’s all about working with love, if there is trust this love is also seen by others.

LM: : The irony that exudes from your paintings is also perceived in the relationship that there is between these and their titles. It’s as if one reinforces the other and vice versa. Would you like to explain better why you chose this title for the exhibition?
AS: Absolutely, one reinforces the other. As for the paintings also the titles are cut in an ironic style and offer the viewer the ability to imagine his/her own response. Non ci incontreremo mai così giovani is a title that was born from reading a Bosnian article that I read long ago and in which came out this sentence that made me think for a long time. The message of this sentence brings with it both joy and nostalgia, perfectly reflecting my ideas and my actual situation. It seemed to me a suitable title for my first personal that I live with extreme happiness and, at the same time, already melancholy.

Adelisa Selimbasic, 35 gradi e mezzo,215x170cm, olio su tela, 2020_Courtesy galleria IPERCUBO – Foto Francesco Spallacci