“E’ sangue questo sparso sul pavimento o è solo vino versato?” Con questa domanda finisce il comunicato stampa della mostra ‘The Inevitable and the Unnecessary’ di Matthew Brannon da Giò Marconi inaugurata pochi giorni fa. Mi sono fatta delle domande che, inevitabilmente, mi sorgono dopo aver letto il comunicato stampa e dopo aver visto la mostra. Dove si percepisce il ‘tono canzonatorio di Brannon nei confronti di quella che è l’immagine cliché dell’artista’? Forse, la discrepanza di immaginarlo solo e ubriaco nel suo studio, mentre si pulisce le mani sporche di pittura sui jeans, e la perfezione dell’ambiente gelidamente asettico della mostra, in effetti può suscitare qualche effetto. Sì, perché la mostra è gelida e cristallina. Le mensole che (da molto lontano) ricordano dei bar, le carte da parati (che da molto lontano) ricordano scenari di giardini notturni disegnati dal vivo dall’artista, i piccoli dischi o ipod, che sempre da lontano, ricordano il calore, la frenesia, l’improvvisazione della musica jazz… non so se tutto questo è riuscito (come vorrebbe la priorità dell’artista) a coinvolgermi e scuotermi e impressionarmi.
Forse l’assurdità sta proprio qui: i temi che sulla carta affronta Brannon in questa mostra (incoerenza, accesso, desiderio represso, alcolismo, carriera), sono tutti celati assurdamente sotto un silenzio visivo maniacale. Mostra che fa veramente venire i brividi.