In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

L’arte è un microcosmo dove avvengono incontri, si costruiscono relazioni, si scatenano conflitti. Volumi, superfici, colori e suoni suggeriscono racconti in divenire, continuamente riscritti. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio#2 è una storia nata da un incontro, che si sviluppa sul terreno della pratica operativa in un contesto di negoziazione non convenzionale.
Lo spazio del confronto è l’opera di Joykix, un sistema modulare pensato per adattarsi a diverse situazioni e luoghi e per ospitare lavori di altri artisti che con la loro presenza ne condizionano la configurazione in una dinamica di limitazioni e libertà reciproche. Le distanze poetiche, tecniche ed espressive sono gli stimoli che danno l’avvio alla sfida e all’instaurarsi di una relazione complessa tra diversità – che può anche risultare fallimentare – che determina l’esito dell’operazione.
Il progetto è nato dall’incontro tra Joykix, Eva Reguzzoni e Gianluca Quaglia in occasione di Studi Festival # 3 (2017) e continua negli spazi della Fondazione Bandera con la collaborazione di Giuseppe Buffoli, Francesco D’Angelo, Monica Mazzone e Massimiliano Viel in una nuova configurazione che si propone non come una semplice variazione di uno schema dato ma come un’opera-laboratorio che innesca dinamiche sempre nuove, aperte all’imprevisto. Mostra e opera coincidono in un dispositivo che diventa il terreno di una narrazione aperta, articolata su molteplici livelli con la struttura che diventa allo stesso tempo ambito familiare e corpo estraneo, luogo da abitare e spazio da conquistare, senza temi o suggestioni a priori se non quelle suggerite dal titolo – l’accumulo, l’essere sospeso e la ricerca ideale ma non prescrittiva di un possibile equilibrio.

Il punto di partenza è la struttura-contenitore di Joykix, composta di elementi modulari in alluminio, potenzialmente praticabile e moltiplicabile all’infinito. La costruzione, che riprende e sviluppa alcuni lavori precedenti – della serie Volume è l’esito di una riflessione sul razionalismo architettonico e sulla sua possibile applicazione nella costruzione di ambienti abitabili a partire da uno spazio neutro. La struttura si sviluppa in relazione alla specificità del sito, ne prende possesso  con un ritmo visivo regolare, diventando una costruzione in espansione che richiama idealmente progetti di urbanistica radicale dei tardi anni sessanta e primi settanta come New Babylon, la città nomade di Constant e quello dell’agglomerato liberamente organizzato su un piano continuo di No Stop City di Archizoom, con i quali condivide la carica utopica di uno spazio creativo in cui l’ordine costituito è sovvertito, all’interno del quale ognuno può modellare il proprio habitat secondo le proprie necessità, seguendo differenti logiche di interazione.
L’approccio costruttivo e progettuale di Joykix trova una corrispondenza nella razionalità geometrica di Monica Mazzone. La sua Immagine-Oggetto sfida la dicotomia tra bidimensionalità e tridimensionalità: nasce dalla visualizzazione di un procedimento geometrico – la proiezione ortogonale della struttura – che rende concreto lo spazio e il tempo di rotazione e il processo mentale che sta all’origine dell’opera. L’estetica ricorda il Minimalismo e il Concettualismo degli anni settanta ma in questo caso il rigore della geometria si associa all’uso del colore, seducente e delicato, quasi lirico nella scelta delle tinte tenui abbinate secondo criteri di complementarietà e stese con virtuosistiche velature sovrapposte, senza traccia di gestualità, che lasciano trasparire una carica emotiva latente, anche se controllata. L’intervento si colloca nella struttura in una logica di scontro: interrompe e contrasta la regolarità ortogonale proponendo un andamento diagonale che apre un’altra possibile direzione di sviluppo.
La suggestione minimalista si unisce all’interesse per l’architettura intesa come spazio dell’abitare nell’intervento di Francesco D’Angelo. La sua ricerca ha come tema privilegiato l’ambiente domestico riproposto in una veste estraniata che priva l’oggetto del suo valore d’uso e della sua immediata riconoscibilità, evidenziando uno scarto tra ideale e reale. Qui un pannello di tela grezza si trasforma nel battente di una porta che si inserisce in prossimità dell’intersezione tra due sale che formano lo spazio espositivo. L’elemento è un ibrido tra pittura e architettura, tra manufatto comune e bene prezioso, ma essendo l’unico passaggio tra le due stanze dev’essere necessariamente manipolato per fruire interamente della mostra. L’artista costringe così il visitatore a superare il disagio e ad abbandonare il suo atteggiamento contemplativo per entrare letteralmente nell’opera, diventandone un attivatore.

Eva Reguzzoni. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

Eva Reguzzoni. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

Anche Giuseppe Buffoli stimola chi guarda: seguendo una logica parassitaria, colloca le sue sculture all’interno della struttura, celandole dentro dei cubi distinti dal colore nero e da un foro attraverso il quale si può spiare all’interno. Alla vista si offrono dei frammenti incongrui che si ritrovano insieme, appoggiati su un piano, sopra un piedistallo precario. La forma non finita è in attesa di un plausibile completamento. Il richiamo all’antico, ai resti archeologici, è evidente ma qui l’incompiutezza e la mancanza non sono indici del passaggio del tempo ma della natura precaria della scultura non più eterna ma terrena e corruttibile, metafora della vita, la cui instabilità ha in sé il germe della sua distruzione e trasformazione che prelude a nuove forme. Sempre in equilibrio precario, con ironia, è una scommessa che si rilancia continuamente sfidando se stessa.
Eva Reguzzoni sembra guardare al passato: i suoi reperti invadono lo spazio, si disseminano, colonizzatori e virali, procedendo per accumuli. Il suggerimento remoto è però solo tecnico: si tratta di argille e concotti realizzati con metodi di cottura sperimentali che riprendono quelli primitivi. 3017 A.C., come evoca il titolo della serie cui appartengono i frammenti esposti, non indica però un viaggio temporale ma interiore: si tratta di parti del corpo, di apparti vitali – circolatorio, drenante, scheletrico ed epidermico – segnati da rotture evidenziate in oro che testimoniano, esperienze e traumi e anche l’ineludibile inevitabilità del caso. È un lavoro intimo, viscerale perfino autoanalitico, che scava nel profondo dei propri sentimenti e turbamenti e si infiltra capillarmente, con una attitudine contraria, quasi come forza sottile, ma potenzialmente distruttiva, nella simmetria regolare del ritmo strutturale che sembra avanzare invece in una progressione senza dubbio.
Rifiuta la negoziazione, dichiarando apertamente il conflitto, Gianluca Quaglia, che non si relaziona allo spazio ma se ne appropria in modo esclusivo attraverso l’uso del colore, trasformando la qualità algida dell’alluminio nella lucentezza dell’oro. La porzione dorata diventa così territorio riservato di una gazza ladra, volatile attratto dagli oggetti luccicanti, che sta appollaiata a guardia del suo avamposto e diventa l’incarnazione simbolica della presa di possesso autoritaria in contrasta con le modalità di interazione degli altri artisti. La relazione con il contesto, imprescindibile punto di partenza, si concretizza in un intervento minimo ma efficace che lascia all’animale tassidermizzato la dichiarazione dell’intento. Come in altri lavori dell’artista, il visitatore è chiamato a entrare in relazione diretta con l’opera, passando sotto al rifugio della gazza, violando il suo territorio a proprio rischio e pericolo.
Anche Massimimiano Viel propone un intervento che crea un legame con il contesto, nel suo caso allargato alla dimensione infinita del cosmo attraverso dei suoni che diventano fattori di orientamento spazio-temporale. Le note provengono dal cielo, dalle stelle presenti in corrispondenza della Fondazione Bandera nel giorno e nell’ora dell’inaugurazione e traducono le caratteristiche degli astri. Sono coordinate sonore che indicano alcuni parametri stellari, la distanza, la luminosità, la grandezza e il colore, traducendoli in un linguaggio percettibile ma incomprensibile, una musica fatta di durate, altezze, velocità, schemi sonori, con attacchi e interruzioni, segnali e silenzi. Il rapporto tra il visivo e il sonoro si risolve in un tentativo di convergenza tra due linguaggi non assimilabili ma accomunati nelle premesse logiche del loro funzionamento che corrispondono a quelle che ne regolano la costruzione.
I suoni esprimono anche una tensione postumana e un’estetica macchinica vicina a quella della struttura di Joykix, che sembra preludere a un remoto futuro, a un confine ancora inimmaginabile.

In accumulo o in sospeso ma in equilibrio#2 è un format in crescita  – un’eterotopia, citando Foucault – in cui il processo collaborativo coincide con l’operazione artistica, ponendo una riflessione sul senso dell’evento-mostra. Pur rimanendo nell’ambito dell’estetico, la collettiva cerca di volta in volta le regole del suo farsi e i parametri concettuali della sua interpretazione, proponendosi come una piattaforma partecipativa, un archivio, un laboratorio.

Gianluca Quaglia. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

Gianluca Quaglia. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

Massimiliano Viel. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio

Massimiliano Viel. In accumulo o in sospeso ma in equilibrio # 2, Fondazione Bandera di Busto Arsizio