Paola Michela Mineo_Impronte Sfiorate,   Alter ego,    2013  Video installazione di performing art e oggetti performativi misti. Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola Michela Mineo_Impronte Sfiorate, Alter ego,   2013 Video installazione di performing art e oggetti performativi misti. Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Si è tenuta giovedì 3 luglio, allo spazio Oberdan di Milano, la conferenza stampa in occasione dell’inaugurazione della mostra Impronte Sfiorate di Paola Michela Mineo. La Mineo ha elaborato un percorso che si snoda tra Arte Relazionale ed Arte Terapia, coinvolgendo cinque madri detenute all’I.C.A.M. (Istituto a Custodia Attenuata per Madri), per dar loro la possibilità di esprimersi senza reticenze, di farsi conoscere ad un vasto pubblico per esorcizzare l’anonimato e la solitudine propri della realtà carceraria, di poter manifestare stati d’animo e moti affettivi attraverso nuove forme espressive a loro estranee e sconosciute, quelle artistiche. Siamo introdotti al percorso espositivo dalle parole di Massimo Pagani, vice presidente e assessore alla cultura della provincia di Milano: “Abbiamo lavorato due anni su un tema molto particolare. Ad essere sincero, non pensavo di ritrovarmi stamattina di fronte ad una situazione di questo tipo. Paola è riuscita a scavare all’interno delle emozioni e dell’anima di persone fragili ed in difficoltà, per la loro particolare condizione di essere detenute madri, con figli a loro carico che amano. E per fare ciò è servita l’arte: che sa arrivare dove probabilmente l’organizzazione, l’amministrazione e la realtà di routine dell’istituto non possono o non riescono”. E così Marco Testa, curatore della mostra, continua il discorso: “Ho conosciuto Paola qualche hanno fa e mentre ero nel suo studio, e osservavo i suoi calchi, intuivo che dietro ad essi c’era qualcosa di più di quello che i miei occhi riuscivano a percepire. E questo qualcosa è l’importanza del tocco e il bisogno di contatto, ormai beni rari e preziosi nella dimensione virtuale della nostra società. Infatti l’azione e l’interazione saranno le chiavi di lettura della mostra. L’arte ha bisogno di entrare in contatto col pubblico, al quale l’artista non dona verità che lo spettatore assorbe passivamente, ma elementi su cui poter riflettere. Forse tutti noi siamo detenuti: di un lavoro, di una famiglia, di un fidanzato. E l’arte ha aperto una finestra, l’arte deve aprire delle finestre”. Sono poi intervenute due membri dell’I.C.A.M., Giovanna Longo e Marianna Grimaldi, che hanno evidenziato l’importanza del lavoro della Mineo nel “restituire a queste donne la possibilità di potersi esprimere. È stata un’occasione per il personale, per la polizia penitenziaria e per le altre detenute di confrontarsi con un mondo nuovo e diverso, aiutandoci ad aprire lo sguardo verso situazioni nuove”, che è, d’altra parte, lo scopo primo di questo appuntamento.

Quindi, affrontando un mondo chiuso e difficile, quello della detenzione appunto, chiuso nei suoi meccanismi e impaurito nell’accettare nuove possibilità di confronto, la Mineo ha dato luogo ad una mostra che è in primo luogo contatto, comunicazione e riflessione. Il tutto si snoda in sei sale differenti, nelle quale ci troviamo a contatto con dispositivi audio che emettono musica; pavimenti termosensibili su cui lo spettatore lascia impronte, seppur fugaci; riproduzioni in gesso di parti del corpo delle madri, che diventano, spiega Testa, “seconda pelle ed al tempo stesso corazza”; racconti di fiabe attraverso immagini e disegni; una stanza-utero che ricrea il calore della gravidanza; ammassi di chiavi che simboleggiano la libertà, ma degli altri. Il tutto termina con la stanza Alter Ego, forse la più suggestiva ed empatica di tutte, in cui viene presentato un momento fondamentale che si svolge all’I.C.A.M.: la relazione tra detenuto ed educatore. Quest’ultimo, infatti, diviene vero e proprio alter ego di queste madri, e non nel senso di altro da sé, ma di altro sé: è il loro rappresentante nel mondo esterno, colui o colei che si occupa di recuperare i figli usciti da scuola, di accompagnarli a casa, di fare la spesa. E questa stanza sembra orientarci nell’estrema difficoltà che queste donne debbano affrontare nel consegnare il proprio io a qualcun altro.

Marco Arrigoni

Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. - Impronte Sfiorate Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. – Impronte Sfiorate Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola Michela Mineo - Impronte Sfiorate,   Emina la scelta,    2013  DETTAGLIO oggetti performativi. Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola Michela Mineo – Impronte Sfiorate, Emina la scelta,  2013 DETTAGLIO oggetti performativi. Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola-Michela-Mineo-e-vite-custodite-all’I.C.A.M. Suvada nel Campo di - Baranzate-2013 - Video-installazione di performing-arte e oggetti-performativi-misti - Spazio Oberdan,   Foto credits Andrea Mezzenzanica

Paola-Michela-Mineo-e-vite-custodite-all’I.C.A.M. Suvada nel Campo di – Baranzate-2013 – Video-installazione di performing-arte e oggetti-performativi-misti – Spazio Oberdan, Foto credits Andrea Mezzenzanica

Marina Maternità,    2013  DETTAGLIO oggetti performativi.  - Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Marina Maternità, 2013 DETTAGLIO oggetti performativi. – Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. - Impronte Sfiorate Photo credits: Andrea Mezzenzanica

Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. – Impronte Sfiorate Photo credits: Andrea Mezzenzanica