• Galleria Civica Trento, Sale della mostra Il Sosia
  • Ryan Gander, You ruin everything - The economy of zeros, 2011
  • Roni Horn, Senza Titolo (Artic fox), 2000
  • Marzia Migliora, Liberamente tratto da, 2015
  • Tullio Garbari, Testa retica, 1924-27
  • Adrian Paci, The guardians, 2015
  • Michael Fliri, The void sticks on us II, 2015

Inaugura oggi, alla Galleria Civica di Trento la mostra “Sosia – Artisti e collezioni private”, a cura di Federico Mazzonelli (fino al 11 ottobre 2015). Sono stati invitati otto artisti -Luca Coser, Michael Fliri, Eva Marisaldi, Marzia Migliora, Adrian Paci, Giacomo Raffaelli, Alice Ronchi, Luca Vitone – “a sbirciare” nelle stanze dei più attivi collezionisti del territorio. Il curatore gli artisti a rintracciare il proprio “sosia”, a cercare in una o più opere uno spunto, un’ispirazione, una suggestione per la creazione di altri, e nuovi lavori.

“Si sviluppa così un percorso fra capolavori di diversi periodi storici, dalle avanguardie alle ricerche contemporanee, che esalta l’intreccio e la pluralità dei linguaggi generando complicità, deviazioni e inaspettate familiarità. Un dialogo che di volta in volta prende le forme dell’ossequio, dell’omaggio o del prestito nell’ordine della reinvenzione delle immagini e dei loro significati. Nell’accostamento tra gli artisti invitati e le opere scelte come punto di riferimento, si inserisce inevitabilmente la relazione degli artisti con i collezionisti e con l’intimità delle raccolte private. Gli otto artisti, individuati tra coloro che nel proprio lavoro privilegiano l’indagine sulla relazione e attingono alle proprie biografie, hanno lavorato autonomamente, liberi di far le proprie scelte e costruire nuovi legami, interpretando così il concept della mostra nel pieno rispetto dei ruoli: artista, curatore, collezionista.”

CS Il Sosia

Alcune domande al curatore.

ATP: Come è nata l’idea per la mostra “Sosia”?

Federico Mazzonelli: Il Mart, presso la sede della galleria Civica di Trento, aveva già ospitato una prima mostra incentrata sul collezionismo nella nostra regione. Questa mostra è di fatto la prosecuzione di quel progetto, con uno sguardo focalizzato sulle ricerche artistiche a noi più vicine. Ho proposto di chiamare otto artisti contemporanei e dare loro la possibilità di conoscere alcune collezioni del territorio e di costruire, confrontandosi con le opere scelte, il percorso della mostra.

ATP: Sosia, nella sua accezione letterale, significa “colui che presenta una somiglianza fisica perfetta”. Questa uguaglianza non può che essere stata traslata ad un senso più metaforico, simbolico. Come hai elaborato questo concetto di “copia” o “doppio”?

FM: L’idea di “sosia” in questo caso, più che essere un riferimento iconografico o tematico presente nelle opere, si riferisce al tipo di progettualità che sottende la mostra. Gli artisti non hanno cercato nelle opere delle collezioni un proprio “doppio”, un “sosia”; la scelta è caduta su opere verso le quali hanno sentito una vicinanza, un’empatia, anche quando esse si dimostravano, apparentemente, molto lontane dal loro lavoro. Era interessante mettere in atto un processo di riconoscimento che nasceva dunque da una situazione ambigua, quella di creare uno spazio nel quale fare emergere elementi di continuità e di similitudine tra le opere anche a partire dalla loro differenza, dalla loro distanza, che poteva essere formale, cronologica, poetica. Ogni artista ha inserito una sua opera, un intervento che diviene l’elemento capace di fare interagire i lavori facendone emergere questa sorta di “famigliare estraneità” che li lega. Dunque si tratta dell’ambiguità del processo di raddoppiamento; identificarsi con l’immagine che ne nasce e al medesimo tempo riconoscere la differenza dal modello originale.

ATP: Con quale criterio hai scelto gli otto artisti invitati a confrontarsi con le stanze dei più attivi collezionisti del territorio?

FM: Volevamo che partecipassero artisti con poetiche e sensibilità differenti in modo che il percorso della mostra potesse muoversi su altrettanti livelli, sia contenutistici che formali. Anche la possibilità di collaborare con artisti di diverse generazioni mi sembrava potesse favorire un dialogo ed un confronto arricchente sia per noi che per il pubblico.

ATP: Le relazioni o i confronti che si sono creati tra gli artisti scelti e le opere in collezione, hanno dato esiti differenti, a volte con risultati che vanno dalla forma dell’ossequio al vero e proprio omaggio. Mi racconti alcuni di questi ‘confronti’?

FM: Più che l’ossequio o l’omaggio da parte degli artisti c’è stato il piacere di condividere uno spazio dal quale emergono sensibilità, tematiche, atmosfere che li avvicinano alle opere scelte e ai loro autori. E’ stato un esercizio, a mio modo di vedere, interessante anche per approfondire alcuni aspetti delle singole ricerche che possono restare sotto traccia e che in questa mostra invece emergono felicemente secondo percorsi anche imprevisti e suggestivi. Penso, citando il primo lavoro che mi viene in mente, ai disegni di Eva Marisaldi che sono stati realizzati a partire da uno spazio nel quale convivono una testa cubista di Archipenko, una piccola scultura di Mike Nelson, una fotografia della sudafricana Zanele Muholi e un lavoro del cubano Django Hernandez. E’ uno spazio fisico, ma è anche e soprattutto un spazio che vive di suggestioni poetiche, di immagini che si intrecciano tra loro.

ATP: Dalla sua genesi al suo sviluppo, la mostra ha messo in evidenze alcune tra le tematiche fondamentali  nella storia dell’arte: il doppio, lo specchio e l’alterego. Quali opere o coppia di opere hanno messo in evidenza più di altre questi temi?

FM: Tutti gli artisti hanno lavorato in questa direzione, anche se alcuni artisti lo fanno in maniera più esplicita in quanto elementi già presenti nel loro percorso. L’opera di Michael Fliri si concentra sul tema della maschera, del travestimento e della metamorfosi, in linea con il suo interesse a recuperare, anche attraverso i video e le performance, una dimensione dell’immagine che si realizza in termini di ambivalenza, di irriducibilità, di scarto del reale. Sulle pareti sono collocate due opere dall’impianto formale analitico e minimalista, quelle di Daniel Buren e di Giulio Paolini. Così come la maschera, oggetto magico per eccellenza, sancisce per i popoli primitivi la dimensione di “realtà” del rituale che si viene compiendo, nello stesso modo lo specchio di Buren e le tele di Paolini finiscono con l’ interrogare la natura stessa dello spazio che le ospita, ridefinendone le modalità percettive e le possibilità di rappresentazione. Anche il lavoro di Luca Coser ruota attorno all’idea di maschera, intesa però come metafora dell’atto artistico. La sua stanza è stata allestita come un luogo dove una serie di opere costruiscono un racconto per frammenti, una sequenza visiva e narrativa che si moltiplica per sottrazione. Nella stupenda Testa retica di Tullio Garbari come nel Bambino Ebreo di Medardo Rosso si scorge la medesima volontà di “ritrarsi”, inteso come atto di sottrazione dal reale e al tempo stesso di svelamento della sua complessità, attraverso la delicatezza e la bellezza della materia e dell’immagine.

ATP: E’ stato fondamentale, nello sviluppo del progetto, la relazione tra artisti, curatore e, soprattutto, collezionisti. Non sempre si evidenzia il ruolo di questi ultimi nella gestazione di un’opera. In merito a questa mostra, quanto ha inciso il ruolo dei collezionisti?

FM: Il ruolo del collezionista è molto importante, egli conserva l’opera, la rende parte della sua storia dandogli una collocazione nel tempo e nello spazio, potremmo anche dire che la sottrae alla confusione del mondo. In cambio ne riceve però una presenza sensibile, qualcosa che non si esaurisce in una funzione, in un oggetto, e neppure in un significato univoco e determinato. Credo che artisti e collezionisti condividano questo piacere, la possibilità di attraversare la realtà in termini di sensibilità, di attenzione; l’idea di una realtà viva, complessa, stratificata. Per quanto riguarda il Sosia, i collezionisti sono stati estremamente disponibili; hanno aperto le loro collezioni, si sono confrontati con gli artisti, hanno prestato le loro opere, accogliendo il progetto devo dire con grande generosità.

Adrian Paci, The guardians, 2015

Adrian Paci, The guardians, 2015

Ryan Gander, You ruin everything - The economy of zeros, 2011

Ryan Gander, You ruin everything – The economy of zeros, 2011