Zebra and Woman, 2007, pellicola Super 16 mm, durata: 5:21 minuti Collezione Mottahedan, Dubai, Courtesy David Kordansky Gallery, Los Angeles
Untitled , 2009, pellicola 16 mm,   durata: 11:40 minuti Courtesy Collezione Rennie, Vancouver
Tuna Can , 2009, Courtesy David Kordansky Gallery, Los Angeles
Four Braids (Blue), 2012, Courtesy Massimo De Carlo
Portrait (Gala) , 2012, Courtesy Massimo De Carlo
Short Ribs, Eggs , 2012, Courtesy Massimo De Carlo
Untitled (Purple Bar) , 2009, Courtesy Collezione Privata
 
Collie (Blue Bars) , 2012, Courtesy Massimo De Carlo 
Untitled , 2009, pellicola 16 mm, durata: 11:40 minuti – Courtesy Collezione Rennie, Vancouver
Untitled (Passacaglia), 2010,   pellicola Super 16 mm, durata: 15:27 minuti, Courtesy Massimo De Carlo

Untitled (Wall, Milan Blue), 2012, Courtesy Massimo De Carlo
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Mi chiedo, ma dov’è finito il ‘punctum’ di Roland Barthes? Quell’aspetto emotivo che colpiva, irrazionalmente lo spettatore? Le algide e impeccabili fotografie di Elad Lassry - esposte fino al 16 settembre al Pac di Milano (entrata gratuita, si badi, così come le mostre di Fabio Mauri  e ‘Addio anni ’70’ a Palazzo Reale e la bellissima mostra di Ugo Mulas in Triennale) – ingannano, attraggono ma non turbano emotivamente.
Senza enfasi e impassibile, durante la presentazione stampa della mostra, l artista spiega che la sua è una ricerca tutta rivolta al significato concettuale della fotografia. Fin dall’accademia si è chiesto: che significati ha lo spazio fotografico? Qual’è il senso di un’immagine? Che definizione dare allo spazio tra il soggetto (guardante) e l’oggetto (fotografato)? Ha scoperto nel tempo che c’è un conflitto – affascinante e da affrontare come una sfida estetica – tra la fotografia e le immagini.
Chiaro e coinciso, Lassry sottolinea che c’è una abissale differenza tra un’immagine e una fotografia. Come dire, da una parte l’apparenza, e dall’altra la volenterosa ‘sostanza’ di capire il senso del visibile.
E chi lo avrebbe mai detto che dietro le fotografie di un lenzuolo per bambini, gatti ricercatissimi, bei ragazzotti muscolosi, fiorellini, paesaggi, ritratti, prugne e modelle, scarpe e ritratti di attori famosi, ci fosse una mente filosofica così profonda e analitica.
Sinceramente non mi aspettavo una tale ricerca concettuale ed estetica.
Dopo la presentazione, mi fermo a parlare con il curatore Alessandro Rabottini, per raccontargli il mio stupore: ma dov’è finito il ‘punctum’? Dove l’emozione, la passione, il dramma condensato in un dettaglio, magari nascosto o appena suggerito?  Ragioniamo sull’apparente infinità dei dettagli perfetti nelle opere di Lassry. Forse le sue immagini sono un condensato di punti nodali? O forse non ce ne nemmeno l’ombra?
“Cosa sono le immagini oggi?” sembra risuonare questa domanda senza risposta –  posta da Lassry al pubblico (ma prima a sè stesso) – tra le grandi sale del PAC.
Belle o bellissime, insignificanti, banali, ricercate, ingannevoli, inutili. Tutto o tutto il contrario, la ricerca di Lassry pone in effetti un dilemma che forse, più di altri fotografi contemporanei, porta una ventata di aria fresca alle risapute elucubrazioni sul concetto di fotografia.
Digitale, analogica, pura o ‘sporcata’ con photoshop, intatta o graffita, ritagliata o scombinata da interventi collage ecc.: tutti questi approcci sono esposti in mostra, accanto a 4 opere video in 16 mm.
Anche nei video, la ricerca visiva di Lassry continua nello scavo concettuale del significato delle immagini: corpi in movimento, storia della pittura, modernismo, conflitto natura/cultura, fascino della bellezza, grottesco… Inevitabile, scrivendo dell’opera di Lassry, non cadere nell’attrazione per l’abuso degli aggettivi o per l’esagerazione di una lista troppo lunga.
Cavalli, gatti, pesci, fenicotteri, tigri, scimmie..non so se ci sono tutte ma ci potrebbe essere un’intera antologia dedicata alla zoologia. Ma poi anche architettura, moda, musica… e la geografia?
Infinito sembra essere lo scibile visivo di Lassry che, furbamente, nella sua ricerca che tanto sembra filosoficamente solida, non tralascia uno degli aspetti sostanziale del vivere fotografico contemporaneo: essere bello e stupendo, sempre. La funzione delle immagini, per molte versi, sembra essere questa: funzionare come portatrice di bellezza (non importa che sia datata primavera-estate e che sia dunque, effemira e, sempre e per sempre, giovane concettualmente).
Oltre ad una lunga serie di fotografie e ai 4 video, anche alcune sculture a parte che altro non sono che un’esasperazione del concetto di ‘cornice’ o meglio, di contenitore. Scatole perfette che contengono, prima delle fotografie (a loro volta incorniciate), il pensiero stesso del ‘contenere’ o mantenere insieme idee, immagini, espressioni…
Chiude o apre la mostra, un grande Muro – Untitled (Wall, Milan Blus), 2012 – dove al linguaggio fotografico, video, scultoreo, l’artista aggiunge anche l’aspetto performativo di come assorbire o digerire il suo senso fotografico. L’opera va fruita camminando, con gli occhi che oscillano tra un esasperato decorativismo (riccioli in ceramica con nastrini), piccole ‘stazioni’ fotografiche (fotogrammi a contatto di un giovane Anthony Perkins mentre suona una chitarra) e il bellissimo giardino dietro al PAC.
Tutta la mostra, in sintesi, è ‘spiegata’ dall’artista nella prima parete davanti all’ingresso: un ‘altarino fatto di un cane Lassie (Lassry?:) ripetuto e accultato con dell’adesivo colorato sopra a un mensola fatta di nastrini, un paesaggio, alcune nature morte con trasparenze, un paesaggio piovoso e un collage di una fotografia fotografata come fosse una scultura con incollato sopra un mestolo.
Sorta di rebus da decifrare….
Mostra eccellente!
Elad Lassry e Alessandro Rabottini