Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, Wes Anderson e Juman Malouf alla Fondazione Prada, Milano – Foto Andrea Rossetti – Courtesy Fondazione Prada

Camminare lentamente tra le teche, sollevarsi sulle punte, sbilanciarsi, sostare incerti, avvicinarsi ammirati, procedere a carponi per scoprire con gli occhi, per “slegare” lo sguardo e rimanere storditi dalle rarità inattese di un mondo oltremodo prezioso. L’esposizione Il Sarcofago di Spitzmaus e altri tesori curata da Wes Anderson e Juman Malouf alla Fondazione Prada di Largo Isarco è un elogio alla lentezza e al tempo da prendersi per conoscere, con un piacere che è di per sé una forma di privilegio, data la frenesia del nostro tempo, fuori dagli schemi museologici consolidati. Secondo volume di una mostra nata al Kunsthistorisches Museum di Vienna – qui implementata da una sezione progettata per Fondazione Prada e ispirata alla tradizione del giardino all’italiana – l’esposizione si riconnette alla secolare tradizione mitteleuropea e italiana delle Wunderkammer, ovvero quelle collezioni orchestrate da eruditi, scienziati e principi con mirabilia, stranezze della natura, esemplari tassidermici, gemme, minerali, dipinti, sculturine provenienti da mondi lontani, reperti etnoantropologici, strumenti scientifici e altri capolavori. Il Museo Settala di Milano, ora tristemente smembrato, e la collezione dell’Imperatore Rodolfo II costituiscono illustri testimonianze del fervore enciclopedico e dell’attrazione fatale verso un concetto eterodosso di bellezza e non solo. 

A partire da tali considerazioni, il dispositivo attivato in Fondazione Prada pare svilupparsi su più livelli. In primis esso si esplica in una riflessione sulle logiche museologiche e museografiche vigenti. Non è un fatto nuovo che la Fondazione affidi la curatela dei progetti espositivi ad artisti e a curatori/conservatori museali in una cooperazione che, da un lato favorisce la lettura evidentemente autoriale del percorso espositivo – presupposto implicito, almeno teoricamente, alle grandi iniziative artistiche – e  dall’altro “sfida” approcci più propriamente istituzionali.

Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, Wes Anderson e Juman Malouf alla Fondazione Prada, Milano – Foto Andrea Rossetti – Courtesy Fondazione Prada

Così, l’attenzione lenticolare riservata da Anderson, Malouf e Itai Margula di Margula Architects alla creazione dei display espositivi – l’apparato del capitolo viennese del progetto è stato “duchampianamente” trasportato a Milano, alla stregua di un ready made – genera un silenzioso dedalo di sale e passaggi, in cui si ha l’impressione di essere precipitati lontani dal tempo storico, in un spazio avvolgente e dilatato – le 537 opere ospitate, provenienti dalle collezioni del Kunsthistorisches Museum e dal Naturhistorisches Museum di Vienna, coprono un lasso temporale che dal 3000 a.C giunge sino al 2018 –  in cui accadono epifanie. In secondo luogo, e sempre in accordo con i principi ordinatori delle Wunderkammer, il peregrinare di sala in sala non è regolato né da un proposito didattico né da un intento storiografico. Certamente l’intera operazione si regge sull’ordine categorico/estetico secondo cui le opere sono esposte – gruppo dei ritratti irsuti, serie degli strumenti di misurazione del tempo, ad esempio – senza che però vengano immediatamente rese note le coordinate storiche utili al visitatore al fine di orientarsi. In altri termini, le regole del gioco potrebbero essere così descritte: scivola in questo universo fuori dal tempo e goditi il piacere implicito alle cose del mondo e all’atto stesso del collezionare. Successivamente, se lo vorrai, con l’ausilio della guida di sala, scorri con le dita, rintraccia e approfondisci quanto stai scoprendo con gli occhi. Didascalie ed eventuali cartelli esplicativi sono banditi.

Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, Wes Anderson e Juman Malouf alla Fondazione Prada, Milano – Foto Andrea Rossetti – Courtesy Fondazione Prada

La sensazione di essere ospitati in una collezione “familiare”, frutto di uno studio meticoloso delle opere dei musei viennesi – di cui molte conservate nei depositi degli stessi – è diffusa. Ciò che più di tutto pare distinguere questa iniziativa artistica da altre coeve è il tentativo di rimeditare, dall’interno e in maniera sottile, il destino “musealizzato“ dell’opera d’arte. O meglio, esso pare provocare un vero e proprio cortocircuito contenutistico.
Sublimando l’atto stesso della selezione e dell’esposizione di oggetti d’arte a discapito di ulteriori approfondimenti critici, il progetto curatoriale da un lato avvia un inevitabile (e secondario) processo di estetizzazione dei soggetti – fenomeno dal quale metteva in guardia già Boris Groys definendolo “una forma di morte ben più radicale dell’iconoclastia tradizionale” – ma dall’altro riconduce quelle stesse opere ad una storia di persone, di scambi e di trasmissione nei secoli e nello spazio distante da ricostruzioni storiche e stilistiche.
Se la perdita di funzione e di contesto, come drammaticamente profetizzato da Mark Fisher, coincide con la conditio sine qua non attraverso cui un’opera raggiunge lo statuto propriamente iconico, è l’assenza dello sguardo e la perdita dell’osservatore a decretarne la dismissione. La Wunderkammer di Anderson e Malouf, organizzandosi come una fantasmagoria di sguardi e una macchina di occhi – i ritratti paiono seguirci quando percorriamo gli spazi, mentre un paio di occhi dall’antico Egitto ci fissa deliberatamente – scongiura definitivamente il pericolo di un reificazione obsoleta delle collezioni. 

Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori, Wes Anderson e Juman Malouf alla Fondazione Prada, Milano – Foto Andrea Rossetti – Courtesy Fondazione Prada
Veduta della mostra “Spitzmaus Mummy in a Coffin and other Treasures” Kunsthistorisches Museum, Vienna. Gatto Sconosciuto XVIII sec. Olio su tela 82 x 79 cm Kunsthistorisches Museum Wien, Picture Gallery Foto: Jeremias Morandell
Veduta della mostra “Spitzmaus Mummy in a Coffin and other Treasures” Kunsthistorisches Museum, Vienna. Sarcofago di un toporagno c. IV sec. a.C legno dipinto 21.9 x 11.6 x 11.4 cm Kunsthistorisches Museum Wien, Collezione egizia e del Vicino Oriente Foto: Jeremias Morandell