Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 – Installation view at PAV – Parco Arte Vivente – Photo Alessio Anastasi – Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

In occasione della prima personale italiana dell’artista cinese Zheng Bo (Pechino 1974) – Weed Party III / Il Partito delle Erbacce – abbiamo intervistato il curatore  Marco Scotini. Questa mostra apre  la nuova stagione espositiva dedicata, in particolare, al rapporto tra ecologia e arte nel continente asiatico.
Weed Party III è pensata appositamente per il PAV e si confronta con specie vegetali del territorio piemontese.

Il Weed Party si pone come il terzo appuntamento dopo il giardino d’erbacce e terra realizzato per l’interno del Leo Xu Projects di Shanghai nel 2015 e il lavoro sulle felci per TheCube Project Space di Taipei nel 2016. In questa serie di episodi espositivi, Zheng Bo indaga il rapporto (ben oltre la metafora) tra il carattere incontrollabile dei movimenti politici spontanei e il potere infestante e inestirpabile delle piante cosiddette parassitarie. La possibilità di disseminarsi e di riprodursi continuamente, la capacità di resistere a lungo e in condizioni sfavorevoli, il fatto di rappresentare una minaccia per il campo coltivato, sono tutti attributi che connotano le forme di vita tanto delle insorgenze attiviste che delle specie vegetali rispetto all’ecosistema in cui viviamo. (da CS)

Claudia Santeroni – Leggendo il comunicato stampa, mi ha immediatamente incuriosita la frase “rapporto tra ecologia e arte nel continente asiatico”. L’artista è cinese, e in Cina sta avvenendo una diaspora, un allontanamento dalle malsane megalopoli in cerca di luoghi meno toccati dallo sviluppo urbano, contestualmente ad una massiva sensibilizzazione verso le politiche ambientali.

Marco Scotini – Nel 2016 il “Journal of Contemporary Chinese Art” dedica un intero fascicolo a ecologia e arte contemporanea in estremo oriente. Non è un caso che a curarlo sia Zheng Bo e che si tratti del primo contributo dedicato al tema in quella parte del mondo, dunque qualcosa di pionieristico. Si tratta di un’apertura importante perché l’idea occidentale della separazione tra uomo e natura ha avuto una breve vita in Cina e risale all’inizio del secolo scorso per poi essere stata sviluppata soprattutto sotto il maoismo. Da questo punto di vista l’opposizione tra capitalismo e socialismo è davvero inconsistente. Dunque se andiamo indietro nel tempo, è molto interessante vedere – anche attraverso il lavoro di Zheng Bo – come idee della metafisica orientale classica siano diventate attuali per noi oggi. L’essere umano, in quella concezione, non deve esercitare il dominio sulla natura (come in occidente) ma seguire il disegno della natura.
Nel taoismo tutte le cose sono interconnesse e in mutazione permanente. Mai, cioè, oggettivate in qualcosa di inalterabile e stabile ma sempre manifestazioni dinamiche. Per cui tutta la ricerca di Zheng Bo sulla modernità cinese parte da questo gap con il passato e anche per la Yinchuan Biennale, che ho curato quest’anno, ho dovuto rifarmi all’idea di scienza nomade in Deleuze e Guattari: che ha qualcosa in comune con l’idea di movimento e interazione delle forze di matrice orientale.

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 – Installation view at PAV – Parco Arte Vivente – Photo Alessio Anastasi – Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

CS – In una sua intervista del 2014 lei definiva la pianta un “momento d’eversione”, descrizione paradossale ma puntuale, che sembra essersi ulteriormente consolidata in questi anni, contestualmente ad un acuirsi dell’attenzione dell’arte al tema “verde”.

MS – Questa definizione risale al tempo della mia prima mostra al PAV sulla vegetazione come agente politico. Da allora non abbiamo fatto altro che approfondire questo argomento e la personale di Zheng Bo ne è l’ultimo esempio. Se pensiamo che, per secoli, le piante sono state attribuite esclusivamente all’ambito della storia naturale e della ricerca scientifica, è facile capire la loro esclusione dalle categorie dell’etica e della politica che hanno contrassegnato, al contrario, gli esseri umani. Naturalmente questa separazione ha sottratto al nostro sguardo tutti i modi d’interferenza reciproca tra l’umano e l’extraumano per installarsi, come vera e propria scissione, all’origine delle opposizioni moderniste occidentali tra natura e cultura, tra geografia e storia, tra sacro e laico, tra arte e scienza, dove la natura è stata vista come un modello da imitare o da rifiutare.
Ma sempre come qualcosa di estraneo. È facile capire come piante, animali, terra e atmosfera siano stati considerati un semplice oggetto dell’azione umana, risorse disponibili senza interferenze, materiali incapaci di opporre resistenza. Perché, di fatto, anche i movimenti politici più radicali del secolo scorso non hanno esteso il concetto di alienazione e sfruttamento agli esseri extraumani? Perché dentro la proletarizzazione del mondo la terra non è stata considerata come una forza-lavoro assoggettata e sotto-pagata? Solo oggi vediamo invece la matrice tutta politica delle gravi crisi climatiche, ambientali, produttive.

CS – Nella sua pratica, Zheng Bo traccia un parallelismo tra piante selvatiche e infestanti e l’incontrollabilità dei movimenti politici, tra cui quelli ecologisti: la radicalità di qualcosa che resiste nonostante i tentativi di estirpamento e uniformazione. L’incolto, lo spontaneo e il suo diffondersi tende ad un equilibrio che favorisce la diversità.

MS – È proprio Zheng Bo a chiedersi: “Chi sono gli agenti rivoluzionari del futuro? Forse le erbacce sono le avanguardie politiche di oggi” – risponde. Le erbe infestanti sono sempre pronte ad occupare gli spazi di risulta, sono sempre occupanti illegali così come impegnate in una protesta senza sosta contro chi cerca di estirparle. Per Zheng Bo le erbacce sono tanto più sgradite e “fuori posto” quanto più sono l’indice di una potenziale forza ambientale per diffondere culture di resistenza e resilienza. In sostanza sono un esempio di come si rovesciano le strutture coloniali e di come si contrastano le forme di potere.
I giardini di Zheng Bo ne sono una prova, compreso quello ora al PAV, o quello fatto per il Ming Contemporary art Museum in Shanghai o il Sifang Art Museum a Nanchino. Un aspetto molto interessante è quando l’artista fa ricostruire delle aiuole formali e di propaganda socialista solo per vedere come le erbacce possano spuntare dentro al disegno, invadendolo e forzandolo. Credo che dovremmo imparare dalle erbacce l’arte di non essere governati.

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

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CS – In mostra i due video del ciclo Pteridophilia, che hanno suscitato clamore a Palermo. Le teorie eco-queer sono una diramazione di tesi di Derrida e Foucault. Come mai la trasgressione, in quanto tentativo di superamento, continua a “sfidare le idee consolidate”?

MS – Non si tratta di trasgressione ma delle implicazioni sociali, politiche, economiche e di genere rispetto alla questione dell’intersezionalità, in cui il sessismo non è mai disgiunto da altri rapporti di dominio. Il termine “queer-ecology” si riferisce a una costellazione interdisciplinare di pratiche che mirano, in modi differenti, a decostruire i discorsi normative ed eterosessisti dominanti così come le articolazioni tra sessualità e natura, oltre i binarismi di genere. Sovvertendo cioè le relazioni di potere esistenti tra patriarcato e capitalismo.
Il ciclo sulle felci di Zheng Bo nasce a Taiwan e ogni capitolo assume una specie di felce differente al proprio centro. Ma quello che è importante è come questa antica pianta sia della famiglia delle criptogame. Cioè questa pianta non produce né fiori né semi e il suo organo di riproduzione è nascosto. Potremmo considerare le felci come specie asessuate. Nello stesso tempo il fatto di considerarle degli esseri equivalenti agli umani porta a quel realismo (a quella forza) dei rapporti che vediamo nei video.

CS – Il titolo della sua Biennale di Yinchuan è “Starting from the Desert. Ecologies on the Edge”; il PAV è per antonomasia in Italia il luogo d’incontro tra arte e natura (concepito da Piero Gilardi, che fece di questo connubio-sintetico il cuore della sua poetica): da cosa deriva questa attenzione all’ecologia, tanto bistrattata dalla politica nonostante il continuo emergere di squilibri climatici?

MS – Non identificherei l’ecologia esclusivamente con gli squilibri climatici. Certo l’ecologia è pure questo. Ma sotto la voce “ecologia” si dovrebbero registrare anche gli squilibri sociali, i dissesti economici, i monopoli linguistici, le minacce a tutte le forme di biodiversità: culturale, etnografica, botanica, di genere. Tutto questo è stato oggetto della seconda Yinchuan Biennale, che per me è stato un salto in avanti rispetto al pensiero ecologico egemonico sull’Antropocene. Che cosa ciascuno di noi potrebbe mai fare individualmente di fronte al rischio dell’effetto serra o del riscaldamento globale?
Che responsabilità potremmo mai attribuirci a livello personale? Il ricorso a soluzioni supertecnologiche ed economiciste sembrerebbe ovvio, in questo caso. Ma non si farebbe altro che danneggiare ulteriormente ciò che è già gravemente compromesso. Quello che mi interessa è – all’opposto – evidenziare i saperi perduti, i processi riproduttivi, le forme di autonomia sostenibile, i modi di vita.
Quello che può dipendere da noi, in sostanza. Il PAV, di fatto, cerca di leggere questo rapporto con la natura in modo nuovo, nelle sue implicazioni con l’economia, con la società, con il genere. A dimostrazione che ciò che chiamiamo “natura” non è un mondo separato, un mondo che sta altrove o al di là, mentre il genere umano sta al di qua.

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 – Installation view at PAV – Parco Arte Vivente – Photo Alessio Anastasi – Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

CS – “Dobbiamo situarci al confine”, dichiara Foucault, “l’approccio critico consiste proprio nell’analisi e nella riflessione sui limiti”. Dopo anni di curatela, come descriverebbe il suo approccio con l’artista nello strutturare un progetto, in questo caso ibrido tra inedito e già presentato?

MS – La Yinchuan Biennale, dove anche Zheng Bo era stato invitato, aveva come sottotitolo “Ecologies on the Edge”. Perché ecologie al confine? O meglio, di quale confine si tratta? In quel caso la frontiera nord-occidentale della Cina è stata assunta come il bordo poroso che ha permesso di vedere tutte le ibridazioni tra Est e Ovest, tra mondo nomade e mondo rurale, tra scrittura e voce, tra maggioranze e minoranze etniche, tra linguaggi e saperi, tra piante e culture. Là dove l’antica Via della Seta univa l’Occidente e l’Asia Centrale con la Cina e l’Indocina.
Ma questo bordo è diventato per me e gli artisti invitati un luogo teorico e fisico allo stesso tempo, oltre quello spazio geopolitico dove si situava. Se noi guardiamo le cose nel loro centro presunto sembra di mettere a fuoco identità forti mentre la periferia delle cose ci fa cambiare idea. Qui le ibridazioni, i passaggi, le sovrapposizioni non cessano mai di riprodursi. Anche il rapporto tra artista e curatore non è così marcato dal mio punto di vista, si coopera allo stesso progetto e anche la ripetizione delle opere non riproduce mai l’identico. Piuttosto mette in luce la differenza. Come potremmo mai segnare un confine netto tra ieri e oggi?

Il Partito delle Erbacce — Zheng Bo
A cura di Marco Scotini
4/11/2018 – 24/2/2019

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

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Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 – Installation view at PAV – Parco Arte Vivente – Photo Alessio Anastasi – Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 – Installation view at PAV – Parco Arte Vivente – Photo Alessio Anastasi – Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018 - Installation view at PAV – Parco Arte Vivente  - Photo Alessio Anastasi - Courtesy the Artist and PAV – Parco Arte Vivente

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Zheng Bo, Pteridophilia 1, 2016. Video (4K, color, sound), 17 min. Courtesy the artist.

Zheng Bo, Pteridophilia 1, 2016. Video (4K, color, sound), 17 min. Courtesy the artist.

Zheng Bo, Pteridophilia 1, 2016. Video (4K, color, sound), 17 min. Courtesy the artist.

Zheng Bo, Pteridophilia 1, 2016. Video (4K, color, sound), 17 min. Courtesy the artist.

Zheng Bo, Pteridophilia 1, 2016. Video (4K, color, sound), 17 min. Courtesy the artist.

Zheng Bo, Pteridophilia 1, 2016. Video (4K, color, sound), 17 min. Courtesy the artist.