• Riccardo Giacconi - Il corpo nero (dettaglio installazione)
  • Riccardo Giacconi - Il corpo nero, installazione con video e suono, (realizzata in collaborazione con Alessio Del Dotto e Carolina Valencia Caicedo), 2015
  • Riccardo Giacconi, Paesaggi (dettaglio installazione)
  • Riccardo Giacconi Il corpo nero (video still)
  • Riccardo Giacconi, Paesaggi (installazione)
  • Riccardo Giacconi, Paesaggi, (dettaglio)
  • Riccardo Giacconi, Paesaggi, inchiostro su carta, dimensioni variabili, 2010 – in corso
  • Riccardo Giacconi, Quadro svedese (dettaglio)
  • Riccardo Giacconi, Quadro svedese, tenda di piastrine di plastica, 5 x 2,20 m, (realizzata in collaborazione con Alessio Del Dotto e Carolina Valencia Caicedo), 2015
  • Riccardo Giacconi, Quello che non c'è #4.4, stampa su carta, 100 x 70 cm, 2013

Testo di Giulia Morucchio

Il Corpo Nero è, in fisica, un oggetto ideale in grado di assorbire tutta la radiazione elettromagnetica incidente senza però rifletterla: risulta, di conseguenza, in perfetto equilibrio termico e assolutamente nero. Attorno a questo concetto si sviluppa la mostra personale di Riccardo Giacconi, inaugurata lo scorso 10 ottobre negli spazi della storica galleria piacentina Placentia Arte, da quest’anno sotto la direzione artistica di Marta Barbieri, Riccardo Bonini, Paola Bonino e Michele Cristella.

Il Corpo Nero, realizzata grazie al costante dialogo tra l’artista e il fisico Alessio Del Dotto, mette in relazione due mondi appartenente distanti, quello dell’arte e quello della fisica, che si incontrano sul terreno comune dell’indagine su luce, ombra e buio, esplorandone trasversalmente l’origine, la consistenza, la continua trasformazione e la mutua compresenza. Una dicotomia evidenziata a partire dalla disposizione delle opere in mostra, con un piano terra connotato da una forte luminosità e un seminterrato più oscuro.

All’ingresso della mostra è posto Quadro svedese, una grande tenda (realizzata in collaborazione con Alessio Del Dotto e Carolina Valencia Caicedo), un arazzo di tasselli di plastica, suddiviso a scacchiera in 60 quadrati, ciascuno contenente la rappresentazione grafica di diversi episodi ed esperimenti relativi alla luce e al suo studio. Nello spazio sono presenti anche due serie iniziate dall’artista qualche anno fa: Paesaggi (2010-2015) e Quello che non c’è #4.4. I primi sono piccoli disegni in bianco e nero su carta, frammenti ispirati a still di video, fotografie, immagini rubate al corso della vita. Presentati per la prima volta in Italia in occasione di questa mostra, sono allestiti in una lunga fila orizzontale, una sorta di fregio che percorre le pareti della galleria e che scandisce un percorso narrativo composto da macchie, puntinismi, notturni, scenari sottomarini e interstellari.

Quello che non c’è #4.4, invece, è uno studio sui rebus tratti da ‘La settimana enigmistica’, cominciato nel 2013. Ciascun rebus è stato privato delle lettere che permettono al giocatore di trovare la cosiddetta “soluzione”: rimuovendo la possibilità di risolvere il rebus, viene meno lo scopo iniziale delle immagini raffigurate. Tale assenza può, d’altra parte, aprire la possibilità a un nuovo livello di narrazione, in cui le immagini compongono una bizzarra storia a fumetti. L’opera in mostra appartiene al più ampio progetto dell’artista Quello che non c’è: iniziata nel 2009, la serie verte sulle relazioni fra linguaggio e assenza. L’apparizione di un’assenza viene resa attraverso una specifica modalità, una strategia interna al linguaggio stesso. Studiando forme culturali come barzellette, indovinelli, vignette e rebus, questa serie di lavori tenta di rintracciare le tecniche che il linguaggio mette a disposizione per riferirsi a sé stesso.

Al piano interrato, due stanze compongono l’opera che dà il titolo alla mostra e che vuol essere una rappresentazione visiva del Corpo Nero, ovvero una cavità completamente buia con un minuscolo foro da cui entra un filo di luce, che poi non riesce più ad uscire. L’installazione è composta da un video e un audio presentati in due momenti successivi, che coinvolgono lo spettatore prima in un’esperienza puramente visiva – il “fuori” (dove avviene la proiezione) – e, in seguito, in un ambiente sonoro – il “dentro” (la “cavità” buia) -, dove rimane solamente una piccola traccia luminosa, intrappolata e cangiante. Proseguendo nell’esibizione, si incrocia Gegenbild, un misterioso oggetto di vetro appoggiato in una nicchia che reca la traccia del passaggio del fumo emesso da una candela. Osservandolo controluce, s’intravede una figura, fra un paesaggio e una nuvola scura: una contro-immagine che si stacca dal buio.
A chiudere la mostra, l’installazione sonora A fuoco, un breve episodio raccontato dalla poetessa Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 – Roma 2014), tratto dal film Chi ha lottato con l’angelo resta fosforescente, (2012-2013) che Giacconi le ha dedicato. Nel 1990 la Spaziani pubblicò uno dei suoi lavori più sperimentali, Giovanna d’Arco, nel quale la protagonista incontra un angelo che le parla in una lingua inesistente. Quest’angelo è, per l’autrice, la poesia stessa, quella forza che continuamente spinge e deforma i confini della lingua e del “dicibile”, rivelando spiragli inesplorati di voce pura. Il fuoco, tema centrale della registrazione posta enigmaticamente a epilogo di una mostra riferita a un corpo privo di luce propriamente intesa, era uno degli elementi ricorrenti della poetica della Spaziani.

Riccardo Giacconi, Paesaggi (frammento)

Riccardo Giacconi, Paesaggi (frammento)

Giulia Morucchio per ATP ha intervistato Riccardo Giacconi e Alessio Del Dotto
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ATP. Il Corpo nero, prima mostra personale in Italia di Riccardo Giacconi, è frutto del dialogo col fisico Alessio Del Dotto, iniziato molto tempo fa. Come è nata e in cosa consiste questa collaborazione?

Alessio Del Dotto: Noi siamo amici da lungo tempo. Abbiamo diversi interessi in comune e una reciproca attenzione verso i nostri rispettivi ambiti. Più di una volta, nel corso delle nostre chiacchierate, ci é balenata alla mente l’idea di fare insieme qualcosa che facesse dialogare scienza e arte. Questi due ambiti che possono sembrare così distanti fra loro, in realtà non lo sono affatto, come ben faceva notare Erwin Schrödinger in un articolo dal titolo Science, Art and Play, pubblicato in ‘The Philosopher’ nel 1935. Non è stato dunque complicato iniziare questa collaborazione: é il frutto delle nostre usuali conversazioni.

Riccardo Giacconi: Questi dialoghi sono animati da una costante curiosità reciproca, come se fra i due tipi di ricerca ci siano, al di là delle differenze, dei gesti simili, delle intenzioni condivise, alcune modalità che corrono parallele. C’è un libro bellissimo di Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale (Einaudi, 1985), che esplora queste similarità.


ATP. In generale Riccardo, sembra che nella tua pratica artistica tu dia molta importanza allo scambio con esperti di vari discipline, quali antropologi, burattinai o scrittori (come Maria Luisa Spaziani, protagonista dell’opera sonora A fuoco (2013), presente in mostra)…

RG: Sì, nel mio lavoro quello che faccio è spesso indistinguibile dal dialogo con le persone con cui lo faccio. In questa mostra ho deciso di includere una breve registrazione della voce di Maria Luisa Spaziani (1922 – 2014), con cui avevo collaborato per un video, Chi ha lottato con l’angelo resta fosforescente (2013). Il frammento sonoro è tratto dal video, e dura circa un minuto. Si tratta di una breve storia; funziona come una specie di epilogo della mostra, che potrebbe essere vista come un racconto in diversi episodi. 
Sempre a proposito di collaborazione, l’intera mostra è stata concepita dialogando anche con Carolina Valencia. La prima idea dell’installazione Il Corpo nero è nata proprio nel corso di una conversazione con Carolina e Alessio in un bar di Tolentino: stavamo immaginando una stanza completamente buia, abitata da un suono, in cui penetra, da un minuscolo buco in una parete, un filo cangiante di luce…

ATP. Da dove nasce l’interesse di intrecciare la tua ricerca artistica con la fisica?

RG: Anche grazie al dialogo con Alessio, mi affascina molto cosa accade nella fisica contemporanea, un campo di conoscenza che è oggi in una situazione particolare, in cui molti misteri e incongruità vengono accettati come parte di un percorso necessario. A differenza della situazione di qualche decennio fa, in cui sembrava che si fosse a un passo dalla costruzione di un sistema solido, coerente e omnicomprensivo per la descrizione dell’universo, oggi in fisica ci sono una serie di domande irrisolte (ad esempio, le onde gravitazionali, l’energia oscura, il paradosso dell’informazione nei buchi neri, i cosiddetti “fenomeni non-locali”). Inoltre, si lavora su enormi costruzioni di pensiero basate su ipotesi non dimostrate e, forse, non dimostrabili almeno nel breve termine, come la teoria delle stringhe, la supersimmetria o la loop quantum gravity. Spesso con Alessio abbiamo parlato del fatto che queste caratteristiche della ricerca fisica contemporanea la rendono, in qualche modo, simile a una ricerca artistica.

ADD: Sono pienamente d’accordo su questo aspetto. La fisica oggi è ben lungi dall’avere un quadro omnicomprensivo. Mi accontenterei della coerenza, nei relativi ambiti di applicazione, e di semplicità logica. E’ verissimo che la fisica assomiglia molto ad una ricerca artistica. Con un fatto aggiuntivo però, che la distingue anche dalla matematica: la prova dell’esperienza.

ATP. Il Corpo Nero è un concetto astratto che permette una riflessione trasversale su temi quali luce/ombra, materia, immagine e suono. Cosa vi ha spinto a elaborare l’intera mostra attorno a questa teoria?

ADD: Il tema del Corpo Nero è scaturito da un iniziale interesse di Riccardo verso il tema della luce e la contrapposizione di questa con il buio; le nostre digressioni ci hanno infine portato al Corpo Nero come emblema di questa dicotomia. 
Tra l’altro, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di proclamare il 2015 “Anno internazionale della Luce”, quindi tutto questo cade a fagiolo.

RG: In mostra, la prima stanza è illuminata e ospita immagini su supporti diversi (una tenda, una serie di disegni e una stampa). Il piano sotterraneo, invece, è buio; sono i lavori stessi che producono la luce che delinea lo spazio.

Il testo che introduce la mostra è una citazione da In questa luce (Einaudi, 2013), una raccolta di scritti di Daniele Del Giudice:

Non appena si scrive luce in una pagina si avverte sotto la mano un abissale sedimento geologico, una piattaforma continentale sottomarina, una vena che ha la sua profondissima radice altrove. Davvero come se avesse compiuto il suo viaggio da una sorgente remota, la luce ha attraversato il mito e la metafisica, la teologia e l’arte, ed è giunta fin qui, fino a noi, secolarizzata, nella nostra vita quotidiana; intrappolata nel nostro controllo e nella nostra operatività, è diventata la materia dei nostri oggetti, e oggetto del nostro lavoro.
…] Di luce le nostre cose, di luce le nostre armi, di luce le nostre comunicazioni, di luce i nostri lavori.

ATP. Ne Il Corpo nero (2015), l’opera che dà il titolo alla mostra, audio e video sono collegati anche se si trovano in due ambienti separati, uno dei quali ricorda una camera stenopeica, poiché in una parete è posto un piccolo foro. Ci spiegate come funziona questa installazione?

ADD: E’ il tentativo di trasformare in suggestioni visive e sonore l’esperienza immaginaria di trovarsi all’interno di un Corpo Nero. Arrivando all’entrata di questa stanza buia, che ricorda appunto una camera stenopeica, ci si trova di fronte ad uno schermo su cui sono proiettate delle immagini che scorrono in successione.

RG: Al centro della proiezione c’è un piccolo buco. Dietro la parete c’è una stanza, nella quale il pubblico può entrare attraverso un varco coperto da una spessa tenda nera. All’interno, la stanza è completamente buia, salvo per un sottile raggio di luce che penetra da fuori, dal piccolo foro posto al centro della proiezione. Nella stanza buia è anche diffuso un audio: sono frammenti da una conversazione telefonica con Alessio, in cui espone il concetto del Corpo Nero oltre ad alcune storie e idee ad esso collegate, ad esempio la cosiddetta “catastrofe ultravioletta”, i primi istanti dell’universo, l’Aleph di Borges e dei diversi usi della parola “spettro”. Una delle raffigurazioni più usate del Corpo Nero è quella di una cavità buia con un minuscolo foro da cui penetra un raggio di luce che poi non può più uscirne. L’intera installazione, che separa audio e video e permette alla stanza buia di comunicare con l’esterno solo attraverso un foro, è un riferimento a questa raffigurazione del Corpo Nero.

ATP. Altra opera che incuriosisce è Quadro svedese (2015), la grande tenda realizzata con tasselli di plastica, collocata all’ingresso della galleria. Contiene 60 episodi legati alla luce, ed è consultabile grazie a una legenda…

RG: La tenda è costruita con piastrine di plastica colorata, come quelle che si mettono all’entrata di botteghe o case per non fare entrare le mosche e che, soprattutto qualche anno fa, venivano composte secondo figure estive o tropicali, come pappagalli, palme o fiori. Quadro svedese è una sorta di arazzo in forma di scacchiera composto da sessanta quadrati, ciascuno contenente una figura. Sono pensati come degli emblemi che indicano episodi, esperimenti, fenomeni naturali e personaggi relativi alla luce e al suo studio. La tenda è in qualche modo ispirata a quei sistemi di pensiero “visivi” come i tarocchi o l’I Ching.

Ecco alcuni esempi tratti dalla legenda:

  1. La distribuzione dell’energia oscura
  2. Betelgeuse
  3. 6. La Croce di Einstein
  4. 10. Pulsar del Granchio
  5. Sonoluminescenza
  6. 14. Effetto Fotoelettrico
  7. 16. Christiaan Huygens
  8. Gli occhi composti della Xylocopa tranquebarica
  9. 23. Fluorite
  10. 28. Krill antartico
  11. 31. Fuoco di Sant’Elmo
  12. Arco lunare
  13. 36. Alone di 22°
Riccardo Giacconi, Quadro svedese (dettaglio)

Riccardo Giacconi, Quadro svedese (dettaglio)

Riccardo Giacconi Il corpo nero (video still)

Riccardo Giacconi Il corpo nero (video still)