View of Il Colorificio, Milano. Courtesy Il Colorificio, Milano. Fotografia di Filippo Gambuti.

View of Il Colorificio, Milano. Courtesy Il Colorificio, Milano. Fotografia di Filippo Gambuti.

Abbiamo intervistato i curatori Michele Bertolino, Bernardo Follini e Giulia Gregnanin, fondatori de Il Colorificio, per farci raccontare la linea di ricerca e le caratteristiche dello spazio. In questi giorni  ha inaugurato la personale Phantasm dell’artista Deniz Eroglu, in mostra fino al 15 maggio 2017.

ATP: Ci avete presentato Il Colorificio come un nuovo spazio fondato a Milano in via Giambellino 71. Ci raccontate le ragioni, le peculiarità, le caratteristiche specifiche di questo progetto?

Il Colorificio: Il Colorificio nasce dalla necessità di sperimentarci in quanto gruppo curatoriale, nel tentativo di costruire progressivamente un’identità dello spazio. L’intento è quello di inaugurare una serie di indagini restringendo o dilatando il focus, partendo dal contesto complesso e contraddittorio del Giambellino, oppure dallo statuto de Il Colorificio in quanto spazio progetto, in relazione al suo ruolo, ai suoi rischi e alla sua visione. Il processo prevede al suo centro un continuo auto-questionamento che si affina e si traduce grazie al punto di vista dell’artista.
Un altro punto sul quale abbiamo investito molte riflessioni è la nostra identità grafica, ricercando un’immagine distintiva che potesse rispecchiare l’idea dinamica che avevamo dello spazio. Insieme ai nostri grafici, Samuele Anzellotti e Walter Santomauro, abbiamo allora concepito un visual agile opposto alla staticità con cui tendenzialmente si cerca di fidelizzare il pubblico, lavorando sul colore. Il sito, il biglietto da visita, il booklet e l’insegna de Il Colorificio si modificano per ogni mostra seguendo il colore coordinato di turno. In questo modo, ogni progetto ospitato presso Il Colorificio diviene organico e riconoscibile, inoltre riflette lo spazio e temporaneamente anche la sua ricerca.

ATP: Per quanto riguarda gli artisti che volete proporre, siete interessati a particolari linee di ricerca, a certe fasce d’età, a un aspetto di talent scout o alla riscoperta di nomi già sentiti?

I.C.: In realtà non siamo interessati alla costituzione di un discorso generazionale, né tantomeno a seguire una linea geografica, anche per il fatto che Milano è ricca di spazi che avanzano in questa direzione. L’aspetto di talent scouting può essere una conseguenza, anche chiaramente gradita, ma non è assolutamente una missione ferrea che desideriamo prefiggerci. Il rapporto e la selezione degli artisti nasce, piuttosto, dal tentativo di costruire un universo di senso temporaneo, coerente sia con la ricerca dell’artista sia con il percorso dello spazio. Per fare un esempio, la nostra mostra di apertura, “Failing Forward” di IOCOSE, affrontava la questione del fallimento all’interno della società contemporanea relazionandosi in primo luogo con l’universo digitale. Questo tipo di ricerca è alla base dell’attività di IOCOSE, come anche sottolineato nel loro manifesto Art after failure. Tuttavia, l’inserimento di questo specifico discorso all’interno de Il Colorificio andava a connettersi automaticamente con il futuro dello spazio stesso, con le sue aspirazioni o aspettative. In questo modo “Failing Forward” diventava anche un’ironica e paradossale riflessione sui rischi dell’apertura di un nuovo spazio progetto a Milano.

ATP: Il 31 marzo, in concomitanza con miart 2017, ci sarà l’opening della mostra “Phantasm” di Deniz Eroglu. Ci introducete la ricerca di questo artista?

I.C.: Deniz Eroglu è un artista turco da parte di padre e danese da parte di madre, attualmente in residenza alla Rijksakademie di Amsterdam. Nato come regista, negli ultimi anni ha iniziato a guardare alla scultura e all’installazione sentendo la necessità di esplorare nuovi media. Una ricerca molto presente nel lavoro di Eroglu indaga l’identità turca e la sua percezione, anche attraverso la figura paterna, Mustafa, che va a fondersi con l’archetipo del proprietario di un negozio di Kebab. Un discorso che prende avvio proprio dal suo sguardo introspettivo riguarda invece l’identità di un’altra figura emarginata o, perlomeno, spesso isolata. Si tratta dell’intellettuale, che coincide con l’artista. Presso Il Colorificio, Eroglu affronterà questo aspetto, presentando nuove produzioni che dirigono la sua ricerca verso la posizione dell’artista nella società odierna.

Towards the Garden of Palms (2014). Courtesy l'artista.

Towards the Garden of Palms (2014). Courtesy l’artista.

ATP: Dite che la mostra rifletterà “sul ruolo dell’artista come pensatore, a partire dalla Francia del XVIII secolo ad oggi”. Mi spieghereste questo aspetto? C’è un legame metaforico con il titolo “Phantasm”?

I.C.: “Phantasm” prende il suo avvio proprio dalle riflessioni e da alcuni riferimenti della Francia settecentesca, come da Rousseau o dal celebre dipinto di Antoine Watteau raffigurante Pierrot, maschera malinconica e impotente. Al centro dell’esposizione risiede però l’artista e i dubbi che lo portano a interrogarsi sul suo ruolo. Questi si rivela appunto come spettro o apparizione, come entità elusiva che ricerca però la comunicazione con il suo pubblico. Al tempo stesso, “Phantasm” si riferisce anche alle evanescenti proiezioni presenti in mostra; simili a miraggi, i brevi filmati esplorano immaginari lievi e scenari foschi. 

ATP: L’artista presenterà un’ “installazione contemplativa” per riflettere sulla “posizione dell’artista, sospesa tra impegno politico e impotenza” (da cs). In cosa consiste questo tipo di installazione e in che modo si lega al significato che esprime?

I.C.: L’installazione cui si fa riferimento è Daydream Machine (2017), un complesso sistema che permette di proiettare video all’interno di banchi di fumo prodotti da una macchina. Le brevi proiezioni intermittenti scandiscono il ritmo della mostra, invitando il pubblico ad adagiarsi su brande spartane per esplorare le domande di “Phantasm”. Eroglu propone evocazioni che permettono l’astrazione delle domande, quasi come dentro un salone dell’oppio. Tutta la mostra si regge quindi su un registro che ricerca nell’implicito la sua sostanza. Nello specifico, con Daydream Machine si assiste a una rielaborazione del pensiero astratto, in contrasto rispetto a un discorso politico e quotidiano che si fa sempre più materiale e corporeo. In questo senso, la sospensione riguarda sia il giudizio del pubblico che viene differito, sia l’artista stesso. Quest’ultimo deve fare i conti con una serie di simmetrie o dualismi irrisolvibili – come ad esempio i differenti paradigmi di Rousseau e Pierrot – constatando l’inevitabile incertezza del suo ruolo e della sua effettiva capacità comunicativa. Ci si chiede allora se la dimensione sociale dell’artista di Eroglu riesca a fronteggiare o meno la sua disillusione e, di conseguenza, la sua impotenza.

ATP: Quali altri lavori verranno presentati in mostra?

I.C.: Tutti i lavori presentati sono nuove produzioni, concepite appositamente per la mostra presso Il Colorificio. Insieme a Daydream Machine, saranno esposte le sculture di Pierrot e Rousseau (rispettivamente The Entertainer, 2017, e I Saw the Light, 2017), come guide antitetiche per il percorso del pubblico e La Journée Sera Dure (2017), attizzatoio a forma di zampa d’orso, che suggerisce un’ulteriore componente “animale” all’interno del Salon di “Phantasm”.

ATP: Avete scelto come immagine della comunicazione della mostra l’incisione in cui compare Robert François Damiens mentre viene torturato per avere informazioni sul suo tentativo di regicidio ai danni di Luigi XV di Francia. Come mai questa scelta?

I.C.: Incipit di Sorvegliare e Punire di Foucault, l’esecuzione di Damiens costituisce l’ultimo episodio di condanna a morte avvenuto in Francia tramite lo squartamento.
L’incisione va intesa come una sorta di prologo del discorso, come un episodio estremo della Francia settecentesca che da adito a molti interrogativi sulla società civile del tempo e su come venisse letta la vicenda dagli esterni.

Installation shot, Overgaden Institute for Contemporary Art. Courtesy l'artista. Fotografia di Anders Sune Berg.

Installation shot, Overgaden Institute for Contemporary Art. Courtesy l’artista. Fotografia di Anders Sune Berg.

Singing Kebab (Fleisch of my Life), 3D animation, (2015). Courtesy l'artista.

Singing Kebab (Fleisch of my Life), 3D animation, (2015). Courtesy l’artista.