• If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015 .
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015
  • If Tate Modern was Musée de la danse? Tate Modern, London 2015

Di Jacopo Miliani

Dance Dance Dance!

Inizio a ricordare il week-end appena trascorso con una citazione del titolo di un romanzo di Haruki Murakami. Le ragioni di questa connessione sono principalmente tre: la prima riguarda l’idea di futuro, la seconda la ripetizione e il numero tre. In ‘dance dance dance’ c’è un costante riferimento a quello che dovrà essere il futuro del protagonista atteso al Dolphin Hotel per un ballo in cui non ci si può fermare. L’idea del futuro è presente nelle potenzialità enunciate nel progetto che Boris Charmatz ha creato da una proposta di Catherine Wood con il supporto del team del Musée de la danse, Centre Chorégraphique national de Rennes et de Bretagne (di cui è direttore).

Ripercorrendo le mie nozioni scolastiche di grammatica inglese, ‘If Tate was…’ è una frase ipotetica del secondo tipo che esprime ‘la relazione della condizionalità come possibile, ma improbabile, se non addirittura irreale’ sottendendo una certa fiducia e speranza nel ‘modificare l’azione per realizzarne la condizionalità.’ ( vedi Wikipedia: frase ipotetica inglese). E se invece fossero le condizioni (ovvero l’idea di museo) a essere modificate dalle stesse azioni, dai gesti e dai movimenti di chi le abita: Révolution!

Le dichiarazioni di intenti di questo possibile cambiamento sono presenti nel ‘Manifesto for A Dancing Museum’ redatto dal Charmatz nel 2009.

Il Museo della danza non è uno spazio in cui semplicemente sono invitati degli individui a danzare, ma si tratta di un’occupazione temporanea che sfonda le barriere tra pubblico/spettatore/performer e trasforma il luogo in esperienza. E’ un museo micro-reale-artistico-trasgressivo-eccentrico-corporeo-provocativo-permeabile-temporaneo-cooperativo, ma soprattutto immediato: “it exists, as soon as the first gesture has been performed”. In questa circostanza, l’impossibilità di tradurre il movimento attraverso i limiti del linguaggio verbale è un dato di fatto. Non soltanto le mie parole non sono una trascrizione minimamente in grado di riportare la mia presenza nel Museo della danza, ma ancor prima la mia esperienza è limitata come quella di ogni altro visitatore o partecipante.

La nozione di partecipazione è fondamentale all’interno di questo progetto ed è chiaro che non esiste una definizione in grado di inglobare tutte le possibilità di essere all’interno del Museo della Danza. C’è chi si trova per caso a deambulare tra grandi quadri e trova la necessità di fermarsi davanti al gesto di un danzatore, c’è chi vuole essere parte del gioco, sia con il proprio corpo o anche solo con l’uso di Instagram, e chi invece pensa di esserne fuori e continua il suo percorso all’interno delle sale espositive. Ma pur non volendo nel Museo della Danza, tutti sono ‘spettatori emancipati’, infatti è impossibile non essere parte del movimento fisico e mentale una volta che si entra dentro il Museo.

Cercando di assimilare il linguaggio-trascrizione alla danza, ho pensato all’idea di ‘Score’ (partitura) che si usa in coreografia. E qui entra in gioco la ripetizione della parola ‘danza’ e il numero tre. Il Museo della danza al Tate Modern può essere, infatti, diviso in tre parti.

1 (dance)

Partiamo da Expo Zéro una vera e propria esposizione performativa, ospitata in tre grandi sale comunicanti completamente svuotate. Ad abitare le sale ci sono degli attivatori di pensiero. Boris Charmatz ha invitato dieci tra performers, artisti e pensatori a dialogare con il pubblico attorno a quello che può potrebbe essere un Museo della danza. Non si tratta solo di interazioni verbali, ma è sempre il corpo il veicolo principale. Ci si muove continuamente e c’è chi partecipa alla discussione con i propri movimenti e chi invece vuol prenderne parte dopo aver osservato, ma ancora una volta il pensiero non è sufficiente e la presenza fisica è il veicolo principale. Nelle sale non ci sono oggetti, ma solo la bianca luce del neon ed è un flusso continuo di parole, pensieri e movimenti. Ad accogliere i visitatori di Expo Zéro è Tim Etchells che attiva le sue parole attraverso la semplice messa in atto: ‘touch and go’ (tocca le pareti e dice la frase); ‘moving words’ (dice la frase spostandosi continuamente), ‘everything is under control’ (mentre lo dice indica le telecamere di sorveglianza). I limiti del linguaggio diventano adesso più amichevoli e si ha l’impressione che tornando nelle sale di Expo Zéro non sarà mai possibile assistere allo stesso movimento di parole e di gesti.

2 (dance)

Nelle sale della collezione della Tate sono dispersi venti performers, esattamente 20 Dancers for the XX Century. Si tratta di un archivio in constante trasformazione, in cui venti individualità raccontano la loro storia e quella di altri danzatori, che sono fondamentali sia per il loro repertorio personale, sia per immaginare una storia collettiva della danza del XX secolo. Quello che mi colpisce è come questo dispositivo presenta un carattere narrativo che ci porta in diversi luoghi (le taverne Irlandesi, i deserti dell’Africa, la Los Angeles di Mike Kelly, il Giappone, l’east-end Londinese …). Il loro racconto si apre a irripetibili scenari, che attivano la soggettività di chi guarda il movimento mentre si inserisce all’interno dei quadri di Cy Twombly, accanto ai corpi fotografati di Rineke Dijkstra o alle sculture di Jannis Kounellis. Tutto si sposta e non ci sono didascalie nel Museo della Danza; ma coloro che lavorano nelle sale della Tate diventano veicolo di conoscenza, con cui è piacevole avere uno scambio. Tra i 20 danzatori mi colpisce in particolare François Chaignaud che si riferisce alla memoria delle danze esotiche moderniste di François Malkovsky. Attraverso la sua tecnica e il suo copro sembra farsi vivo il richiamo ai film muti degli anni venti e alle dive del primo cinema. Le immagini mentali si sovrappongono a quelle che lo sguardo riesce a cogliere nell’immediato presente, formando un archivio impossibile.

  3 (dance)

Un posto centrale nel Museo della Danze lo ha il grande vuoto della Turbine Hall. Qui la giornata si apre con il primo lavoro di Charmatz ‘à bras-le-corps’ e si chiude con la sua ultima produzione Manger (dispersed)‘à bras-le-corps’ (1993), suona come uno statement di quello che poi sarà l’idea del Museo della Danza. Charmatz e Dimitri Chamblas si muovono in uno spazio quadrato delimitato dal pubblico, che vive direttamente la vicinanza con il movimento in scena. Manger (2015) è centrato sull’uso della bocca come strumento coreografico: mangiare, urlare, cantare, sputare, gridare.

Il numero tre ritorna nella partitura di Levée des conflits (extended). Qui è centrale l’idea di ‘Score’ e la domanda di come sia possibile trasmettere il movimento. 25 passi sono prima presentati attraverso il ‘solo’ di una danzatrice; successivamente, è il pubblico a occupare la scena e guidato da Charmatz si appropria dei 25 movimenti creando una diversità dispersiva. Infine 24 danzatori professionisti eseguono una coreografia che sviluppa il passaggio dei movimenti nel tempo e nello spazio, escludendo un movimento alla volta.

Roman Photo invece ha come ‘score’ iniziale le fotografie del libro Merce Cunninngham: Fifty Years (1997) di David Vaughan, che vengono interpretate da un gruppo di ballerini improvvisati. I gesti non perfetti traducono le pose geometriche di Cunninngham ampliando il concetto di bellezza e perfezione nella danza. Forte è la partecipazione emotiva del pubblico che si rispecchia nella semplicità amatoriale e apprezza il coraggio spontaneo di mettersi in scena.

Nel mezzo di questo flusso costante di performance e movimento, una gigantesca Mirror Ball cala due volte sulla Turbine Hall e parte una musica da discoteca (Adrenaline). La dance floor e aperta a tutti. Tutti ballano anche coloro che si fermano a guardare la scena, dall’alto delle vetrate nei corridoi del Museo.

Dance Dance dance!

Il Museo della Danza continua al Sadler Wells Theatre di Londra dove sono presentate: Aatt enen tionon, una performance in cui tre danzatori si trovano su una torre di tre livelli, isolati e per metà nudi eseguono uno schema coreografico preciso; la versione da sala di Manger e Partita 2 in cui l’improvvisazione di Boris Charmtaz incontra il rigore di Anne Teresa De Keersmaeker per un irripetibile gioco a due.

Le performance sono state documentate con delle immagini selezionate da Instagram. Ogni fotografia è il punto di vista individuale di chi ha partecipato, a suo modo all’esperienza.

Boris Charmatz,   If Tate Modern was,   Musée de la danse 2015 Photo © Hugo Glendinning 2015

Boris Charmatz, If Tate Modern was, Musée de la danse 2015 Photo © Hugo Glendinning 2015

Boris Charmatz,   Levée des conflits 2010,   as part of BMW Tate Live - If Tate Modern was Musée de la danse? Photo © Hugo Glendenning 2015

Boris Charmatz, Levée des conflits 2010, as part of BMW Tate Live – If Tate Modern was Musée de la danse? Photo © Hugo Glendenning 2015