I sentieri battuti sono pieni di visioni addormentate - Installation view

I sentieri battuti sono pieni di visioni addormentate – Installation view

E’ stata inaugurata pochi giorni fa  “Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies / I sentieri battuti sono pieni di visioni addormentate”,  una mostra che ha coronato la residenza di otto artisti:  Franco Ariaudo, Giorgio Cugno, Irene Dionisio, Luca Giacosa, Daniella Isamit Morales,  Stephen Loye, Matthieu Montchamp e Cosimo Veneziano.

ATPdiary vi propone un’intervista con il collettivo di curatrici a.titolo.

ATP: La mostra “Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies / I sentieri battuti sono pieni di visioni addormentate” è l’esito della lunga esperienza fatta da otto artisti.  Mi raccontate brevemente come hanno vissuto gli artisti questo intenso e lungo periodo di residenza?

a.titolo:  È sempre difficile definire i risultati effettivi di una residenza, l’aspetto che ci pare però evidente, è quello che reputiamo forse uno dei più significativi effetti di questa esperienza durata quasi due anni, è che nel corso del progetto “Acteurs transculturels” da cui nasce la mostra, in modo naturale ha preso forma a una micro-comunità che ha condiviso un percorso lungo ma proprio per questo ricco di riflessioni. Gli artisti, selezionati tramite bando, hanno garantito al progetto uno spettro ampio di approcci e di ricerche in grado di proporre immagini inedite su un territorio rappresentato troppo spesso in una cornice rigida e legata a una narrazione tutta rivolta al passato. Siamo partite da questo “spazio costretto” e abbiamo provato a muoverlo e a ridisegnarlo unendo le testimonianze degli storici locali con quelle di chi, ormai venti anni fa, dal Nord Europa aveva deciso di trasferirsi proprio qui, o ripercorrendo tappe del viaggio del Maestro d’Elva che dalle Fiandre, negli ultimi decenni del Quattrocento, ha raggiunto questo territorio e lo ha rappresentato in pittura, solo per fare alcuni esempi. Abbiamo anche avviato un confronto con i modelli di rappresentazione del territorio, in particolare i musei, che compongono un campionario esemplare dei paradigmi culturali che hanno dato forma al racconto dell’ambiente montano di frontiera nel corso di oltre un secolo. Il percorso di “Acteurs transculturels”, che attraversa e tematizza la crisi tardo novecentesca delle metanarrazioni, si è dipanato dal Musée Museum départemental di Gap, inaugurato nel 1901 quale espressione di un modello museologico enciclopedico, di matrice illuminista, assai diffuso in Francia quanto assente nella museologia italiana, fino agli ecomusei di più recente concezione e alla “Montagna in movimento” raccontata in chiave multimediale all’interno del Forte Albertino di Vinadio. L’itinerario che da Caraglio ha attraversato le valli cuneesi toccando diversi luoghi d’interesse storico artistico intorno a Gap e a Digne si è concluso con la straordinaria epifania delle Gorges du Verdon, un luogo insieme di straordinaria bellezza e importanza naturalistica ma anche depositario della più antica memoria di queste terre, che custodisce reperti archeologici antichi di un milione di anni. È stato un percorso dritto e rovescio nel quale si sono intrecciati il sotto e il sopra dei luoghi ma si sono anche avvicinati tempi distanti della storia.

ATP:  I temi che il progetto affronta sono quanto mai attuali: il concetto di confine, di identità e di frontiera, in relazione al quello più vasto di “Storia”. In merito a quest’ultima, quale punto di vista è emerso dalle opere degli artisti? Come giustamente si sottolinea da più parti, nella presentazione del progetto, si parla di “storie” e non di un singolo punto di vista.

a.titolo: Viviamo un momento di profonde trasformazioni. Le suggestioni e le opere proposte dagli artisti sono nate percorrendo un confine, che come altri, è sempre più mobile e sempre più difficile da riportare sulla superficie piana di una mappa; quelle esposte sono dunque immagini e direzioni nate in un contesto geografico e politico che i percorsi della storia hanno ridisegnato molte volte. Provando ad allontanare le retoriche e i cliché che troppo spesso accompagnano le riflessioni sul concetto di confine, tanto più se questo è posizionato in territori montani e a margine, gli artisti hanno suggerito, di quello stesso territorio, direzioni sconosciute facendo emergere luoghi inesistenti, confini porosi, geografie flessibili e tempi rovesciati della storia: otto situazioni nelle quali la contemporaneità non si è posta in una posizione antagonista rispetto al patrimonio locale e alle narrazioni correnti, piuttosto in dialogo con tutto quel “movimento di paesaggio” che sta disegnando i luoghi e le situazioni che viviamo in questi decenni. Nel loro insieme, le opere in mostra manifestano una potenzialità di racconto che eccede le retoriche dell’identità e della marginalità, della memoria e del patrimonio concepito come valore cristallizzato, dimostrando che, come sosteneva Paul Ricoeur, scoprire e inventare sono inseparabili.

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ATP: Ad accompagnare l’esperienza degli artisti, due tutor d’eccezione: Luca Vitone e Saâdane Afif. Perchè avete scelto questi due artisti?

a.titolo: Ovviamente stimiamo molto il lavoro di entrambi e abbiamo pensato a loro con obiettivi diversi rispetto al ruolo di tutor. Luca Vitone è stato invitato in una fase iniziale della residenza, con un’intenzione quasi “propedeutica”, poiché nella sua ricerca affronta alcune questioni centrali anche del nostro progetto, quali la relazione tra territorio, comunità, identità, memoria, adottando prospettive di lettura e linguaggi espressivi in grado di sfuggire ai rischi della retorica e della letteralità. Ci interessava, dopo che gli artisti avevano effettuato i primi sopralluoghi e ricerche sul territorio, riflettere sulle criticità e i rischi legati ad alcuni temi, quali appunto l’identità e la memoria, anche a partire dalla sua esperienza e metodologia di lavoro. In una fase successiva, quando i singoli progetti erano in corso di elaborazione o già definiti, abbiamo coinvolto Saâdane Afif, tra i più noti artisti francesi, con lo scopo di favorire la genesi collettiva del progetto di mostra, che abbiamo inteso come espressione di un discorso condiviso dai differenti attori coinvolti. Nel suo lavoro Afif affronta questioni legate all’autorialità, all’interdisciplinarietà, alla traduzione, attivando un sistema di collaborazioni con altri artisti, musicisti, scrittori, intese come vere e proprie committenze. Un processo che l’artista orchestra nell’ambito della sua progettualità e che trova espressione proprio nella dimensione espositiva, un contesto che Afif definisce come “luogo della condivisione”. Questo suo approccio si è tradotto in un programma di workshop contraddistinto da una serie di esercizi d’identificazione e di rappresentazione dell’identità concettuale e visiva della mostra, culminata con la scelta dell’immagine-guida della mostra. una china di Cosimo Veneziano d’apres un’illustrazione ottocentesca per un racconto del libro Cuore, di Edmondo De Amicis. Quest’immagine suggerisce la traiettoria di uno sguardo ed è la sintesi di una posizione, quella dell’osservatore, che informa anche il titolo della mostra, ideato in quella stessa sede.

ATP: La visione e i racconti che hanno come protagonista le Alpi sono spesso stereotipate e ingabbiate in ovvi cliché. Che immagine emerge dalle eterogenee prospettive degli artisti?

a.titolo: Alle immagini stereotipate di una montagna austera e invalicabile oppure rappresentata come spazio incontaminato e intrappolato in un unico tempo tutto rivolto al passato, o ancora asservita come suggestivo playground alle logiche del marketing territoriale e del loisir, gli artisti hanno sostituito tanti e differenti spazi aperti all’immaginario e alle differenti interpretazioni. Osservare, interrogare e trascendere questi cliché era tra i nostri obiettivi, e siamo felici di affermare che questo obiettivo è stato conseguito. Nel loro insieme, le opere in mostra manifestano una potenzialità di racconto che eccede le retoriche dell’identità e della marginalità, della memoria e del patrimonio concepito come valore cristallizzato, dimostrando che, come sosteneva Paul Ricoeur, scoprire e inventare sono inseparabili.

ATP: Il titolo della mostra – “Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies / I sentieri battuti sono pieni di visioni addormentate” – suscita visioni molto poetiche. Come e in quale occasione è nato?

a.titolo: La formulazione del titolo è stato uno dei temi di lavoro del workshop di Saâdane Afif, parallelamente all’elaborazione dell’immagine guida della mostra, scaturito da una riflessione su molte questioni sollevate dai singoli progetti, che si è sviluppata intorno a parole chiave legate in particolare all’idea di “confine”, di “limite”, “attraversamento”, “osservazione e controllo”. Sul filo del ragionamento siamo arrivati a evidenziare il rapporto tra realtà e le fictions, che Afif ha definito con un’espressione molto poetica endormies. Si tratta di un potenziale narrativo e di immaginario “sottotraccia”, che gli artisti hanno saputo fare emergere attraverso una pratica artistica che agisce nel e con il reale, per mostrarne le pieghe, i margini, il rovescio, facendo scaturire altre visioni possibili dai cliché narrativi e dagli stereotipi con cui spesso ci raccontiamo i luoghi e il loro patrimonio.

ATP: Ci sono stati degli interventi degli artisti che hanno coinvolto le persone dei vari luoghi che avete attraversato? Quali sono state le reazioni? Come siete riusciti a appassionare le persone che vivono e si confrontano quotidianamente le zone di confine?

a.titolo: A differenza di molti altri progetti curati da a.titolo, questa volta il coinvolgimento delle persone non è stato il punto di partenza. Certo nel corso dei periodi di residenza, gli artisti hanno incontrato e dialogato con tanti ma ciò che ci interessava, e ci interessa ancora, era permettere a ogni artista di seguire un proprio percorso di ricerca, decidere tempi e modalità. Dal 2010 siamo direttrici artistiche del CESAC, Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee di Caraglio, ormai conosciamo questo territorio, i suoi limiti e le sue potenzialità. Se tre anni fa avevamo coinvolto direttamente un gruppo eterogeneo di persone nell’ideazione di una mostra, nell’ambito di una sperimentazione indoor della metodologia del programma Nuovi Committenti, questa volta volevamo rovesciare la prospettiva e fare in modo che solo in mostra il pubblico potesse ritrovare in luoghi che conosce o che abita o attraversa. Va tenuto anche conto che il progetto “Acteurs transculturels / Creatività giovanile: linguaggi a confronto”, come recita il suo titolo per esteso, promosso dalla Regione Piemonte in partnership con il Conseil Général des Alpes de Haute-Provence, il Conseil Général des Hautes-Alpes e l’Associazione Culturale Marcovaldo, nel contesto del quale abbiamo curato la direzioni artistica della sezione arti visive, è un progetto di cooperazione transfrontaliera realizzato con il sostegno dell’Unione Europea nel quadro del programma Alcotra 2007-2013 “Insieme oltre i confini”, quindi con uno specifico mandato. Il progetto, sulla base di una già consolidata pratica di collaborazione transfrontaliera di cui il CESAC ha negli anni presentato più volte i risultati, pone l’attenzione sul tema della produzione artistica delle giovani generazioni, e sulla carenza di occasioni in aree distanti dai tradizionali circuiti di gestazione, ricezione e visibilità della produzione culturale più in generale. In un più ampio quadro disciplinare che vede coinvolte, oltre alle arti visive, anche la letteratura, il teatro e la musica – il progetto promuove un’idea di formazione artistica che individua nell’incontro e nel mutuo scambio di visioni e competenze uno strumento per accorciare le distanze culturali, nella convinzione che l’arte costituisca un versatile strumento per valorizzare e rileggere in chiave contemporanea i patrimoni locali, siano essi materiali o immateriali.

ATP: In breve, mi raccontate gli interventi degli otto artisti in mostra?

a.titolo: Con Sauvage (pret-à-monter), Franco Ariaudo ha affrontato il tema del paesaggio analizzando un rituale collettivo di “addomesticazione” della natura, il fenomeno del turismo “da piazzola di sosta” per disegnare un’insolita mappa del territorio a partire dall’esplorazione dei suoi margini. Nella cinematic installation dal titolo Outflow, Giorgio Cugno esplora il potenziale metaforico e narrativo dell’acqua, intesa quale elemento connettivo generatore di energia. Gli interni di due centrali idroelettriche situate sui due versanti del confine diventano un unico mondo narrativo che accompagna il visitatore in un viaggio nel sottosuolo che assume i toni di una riflessione esistenziale. Irene Dionisio presenta il cortometraggio Quel événement imprévisible, girato nel Forte di Mont-Dauphin, imponente struttura difensiva progettata dal famoso architetto militare Vauban, che si erge tra due storici confini italo-francesi. Mai toccata da conflitti bellici (fatta eccezione per la bomba lanciata per errore durante il secondo conflitto mondiale), è reinterpretata attraverso il tema dell’attesa e del rapporto tra uomo e architettura, tra passato militare e presente turistico. Il progetto fotografico di Luca Giacosa è incentrato sulla luce come metafora della presenza umana nel contesto alpino – luoghi un tempo densamente abitati e oggi spopolati. In una serie di fotografie notturne, realizzate ricorrendo solo all’illuminazione artificiale proveniente dai centri abitati, Giacosa si addentra in quello spazio evanescente tra luce e ombra che di notte segna il perimetro del territorio antropizzato. Daniella Isamit Morales esplora l’idea del paesaggio primordiale delle zone transalpine, dando vita a un Giardino Triassico con esemplari viventi di piante che gli studiosi presumono già esistenti in queste zone ducentocinquanta milioni di anni fa, nel periodo geologico del Triassico Inferiore. L’opera è un’installazione composta da varie specie di conifere, lycopodium, cycas e felci. Stephen Loye propone una versione in miniatura del paesaggio transfrontaliero realizzato con i materiali e gli oggetti raccolti o acquistati nell’arco di un viaggio lungo un percorso circolare tra Francia e Italia: 360 gradi in 360 ore (quindici giorni), senza fermarsi più di 24 ore nello stesso luogo. Il risultato è un tavolo-scultura in forma di maquette che riproduce un paesaggio “affettivo” e completamente reinventato. La pittura di Matthieu Montchamp si concentra sulle architetture e sugli apparati militari che fino alla seconda guerra mondiale hanno modellato e modificato il paesaggio alpino. Belvédère des barbelés (belvedere dei fili spinati) combina gli esiti dell’osservazione delle tracce di questo passato con riferimenti ai poco noti rapporti tra l’industria bellica e le avanguardie storiche, attraverso la ripresa dei pattern astratti utilizzati come motivi mimetici. Infine, Cosimo Veneziano, interessato a una nozione di paesaggio definita dalle “strutture che individuano gli spazi” e dagli “attori che li qualificano”, esamina un’altra geografia transfrontaliera, quella dell’Occitania, riformulando attraverso il disegno immagini e mappe per dar vita a una personale riflessione sulla nozione di archivio, dove il dettaglio prevale sull’insieme, e su un’idea di territorio e paesaggio che diviene inattingibile per eccesso di definizione.

Elena Bordignon 

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