Guglielmo Castelli, Dorofoco, 2019, tecnica mista su tela, cm 40×30. Courtesy collezione privata.

Nel romanzo Le affinità elettive di Goethe, l’umano viene vagliato tramite ciò che è considerato distante e non unibile, rappresentato, metaforicamente, usando la chimica.
Per me la pittura, in qualche modo rappresenta lo stesso afflato e lo stesso binomio.
Ci sono fasi nella pittura, fasi fisiche –  a volte drastiche, a volte quasi lascive – che determinano il risultato finale.
La giusta alchimia di queste parti, determina la mia soddisfazione nel percorso di veder nascere l’opera.
Le dosi sbagliate ne provocano il fallimento, che a volte è anch’esso attrattivo, ma in qualche modo distante dall’identificazione pura della Pittura.

Perché per far pittura bisogna essere spietati anche con se stessi.

C’era una riproduzione del quadro di Monet I papaveri nella scuola in cui andavo da piccolo, nella mensa sopra di noi.
Da una parte il crocifisso, dall’altra l’Impressionismo.
Era la riproduzione di questo immenso campo di spighe e papaveri, con queste due figure nel bel mezzo del pieno sole estivo.
Odiavo quel quadro, mi provocava disagio.
Forse era più per i preti che ci controllavano nell’alimentazione così come nell’educazione, ma quella visione mi ha provocato per tantissimi anni una postura fisica di timore quasi reverenziale: non ci vedevo l’arte, ma solo fuga.
Ci vollero anni e una buona dose di affinità elettive andate male per capire che quello stesso campo è tornato in Dorofoco.

Dorofoco è uno dei lavori che, negli ultimi anni ho sentito più vicino a quella dicotomia che mi porto dentro ogni volta che approccio alla tavolozza.
Avvicinamenti e rimbalzi prima di veder nascere una forma, spasmi quasi nauseati nel vedere che i colori che ne uscivano non erano quelli che in realtà sentivo dentro.
Un giorno, andai a rivedere le chinoiserie antiche e quei profondissimi blu e quei velluti emaciati e lisi, così tornai sulla tela e mi tornò in mente Monet.
Quel Monet non solo distante anni luce, ma nemico senza colpe, ma non di meno fautore di ricordi non lieti.
Così diedi fuoco a tutto.
Misi in mano alla figura un cerino, e diedi fuoco a quello stesso campo di spighe d’estate e mi regalai la libertà.
Perché come disse la mia amata Olga Carolina Rama: “L’idea di libertà è un concetto relativo, per un piromane, per esempio la libertà è dare fuoco alle cose”.

Guglielmo Castelli, Dorofoco, 2019, tecnica mista su tela, cm 40×30, dettaglio. Courtesy collezione privata.
Guglielmo Castelli, Dorofoco, 2019, tecnica mista su tela, cm 40×30, dettaglio. Courtesy collezione privata.
Guglielmo Castelli, Dorofoco, 2019, tecnica mista su tela, cm 40×30, dettaglio. Courtesy collezione privata.

Per leggere gli altri interventi di I (never) explain

I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.

Ha collaborato Irene Sofia Comi