Federico Del Vecchio, Yes, fast [cit.], 2019, performance, 25 min – Zur frohen Aussicht, Ernen, Switzerland.

YES, FAST [cit.]

E a un certo punto ti guardi indietro.

E a un certo punto rivivi tutte quelle esperienze che hanno fatto parte della tua vita e del tuo percorso artistico – non ch’io abbia 70 anni – ma quando quei flash arrivano ti rendi conto di come quelle tante esperienze e quei momenti hanno dato forma a chi sei adesso. “Cazzo! Senza un euro sono stato capace di vivere in cosi tanti paesi, conoscere tante persone e di seguire dei programmi così validi?”.

E a un certo punto ti rendi conto che le tante persone che hai incontrato durante questi lunghi anni fanno ancora parte della tua vita e di quanto siano per te importanti.

E ad un certo punto ti rendi conto di come quelle esperienze vissute, adesso traspaiono nella tua ricerca artistica. Ricordo durante gli studi a Francoforte, le tante intense discussioni e group crits: “enjoy, take it easy, don’t force it”.  Quella frase non stava a significare “non fare seriamente”, ma semplicemente “sii te stesso ed impara ad essere professionale” e “critically engaged”, divertendoti ed essendo produttivo, in un ambiente intellettualmente stimolante e collaborativo.

E poi ti rendi conto che invece esiste anche un altro contesto, uno che invece non ti “fa divertire”, uno dove il troppo politically correct è una pratica di finzione per farsi spazio e strada senza aver tanto da dire, senza davvero averne i tools. Una strada dove si creano le “piccole aggregazioni”, delle piccole catene di sant’Antonio dove io do a te e tu dai a me… Pubblicizzandone ed esasperandone ogni gesto insignificante, soprattutto attraverso quello spazio che crea ulteriori finzioni, dove tutti sembrano avere un ruolo, dove tutti hanno trovato finalmente un attimo di notorietà: Instagram.

Per tutte queste considerazioni, per questa rubrica ho scelto di parlare di una performance ‘YES, FAST [cit.]’.

È un ‘lavoro’ inaspettato, che è spesso quello che mi entusiasma di più, ovvero rispondere ad un determinato contesto per avere dei risultati imprevedibili; laddove si instaura anche un meccanismo di creazione altrettanto inaspettato, ma comunque giostrato dalla tua metodologia lavorativa. E ad amplificare il tutto, è la collaborazione con un tuo collega, uno dei tuoi amici di sempre, con cui non ci si perde mai di vista e con cui ci si scambia continuamente opinioni, idee e pensieri esistenziali.

Mi riferisco ad Othmar Farré, amico svizzero di Basilea, di origini spagnole. Mi chiamò all’improvviso, come al solito. Quella volta non si trattava di problemi di cuore o di pianificare finalmente insieme delle immersioni al mare, ma si trattava di un invito: mi proponeva di dialogare con una sua installazione Den Umständen entsprechend (Secondo le circostanze) nel contesto del bellissimo festival d’arte svizzero Zur frohen Aussicht, a cura di Josiane Imhasly, ambientato nello scenario mozzafiato di Ernen (il paese delle streghe), dove il tempo sembra essersi fermato.

L’installazione simulava una sorta di studio d’artista in residenza, ed io per lui rappresentavo -come lui stesso ha dichiarato – l’artista in residenza che per vent’anni si è spostato di paese in paese; e che quindi poteva ben dialogare con il suo lavoro attraverso una sorta di storytelling.

Nelle sue installazioni, Othmar è solito mixare aspettative e visioni delle persone nel momento in cui immaginano il ruolo dell’artista, combinando verità e finzione.

Federico Del Vecchio – Othmar Farré, Den Umständen entsprechend, 2019.

Accettai con piacere, nonostante non avessi idea di cosa avrei realizzato.

Al festival, gli interventi degli artisti avvenivano in diverse location del villaggio, ed Othmar aveva installato il suo lavoro in uno dei tipici edifici storici completamente costruiti in legno.
La mia idea iniziale trovò il disaccordo di Othmar che si trasformò in accese discussioni, alternate a piacevoli momenti di colazioni e cene con gli altri artisti coinvolti. Queste discussioni e la mancanza di un progetto chiaro, diedero adito a tensioni ed ansie, che però risultarono una parte positiva del processo, che si manifestava in una performance intensa e divertente.

In accappatoio feci comparsa nella stanza dove c’erano l’installazione ed il pubblico. Una scrivania-scultura con una serie di oggetti diventò il mio set di azione. Interpretai l’artista in residenza, molto ansioso; un’ansia fittizia che invece si confondeva inizialmente con le mani che tremavano, per poi entrare nel ruolo senza esitazioni; quel ruolo che non trovava una sua strada del tutto chiara la sera prima, durante le discussioni con Othmar.

(Finita la performance, alcuni mi chiesero se fingevo o se le mani mi tremassero per davvero).

Una serie di azioni, come l’inaspettata vestizione con una muta sub mimetica, così come la mancanza di mia Mamma che si manifestava in un’abile interpretazione della canzone Mamma, portarono una risata dal sud Italia, lì sulle montagne svizzere. Quell’ansia trasmessa durante la performance in realtà raccoglieva una serie di reali incertezze, insicurezze, instabilità che un artista nomadico vive attraverso una forte precarietà legata tanto all’aspetto finanziario, quanto a quello emozionale. (Tematiche per altro da me affrontate anche in alcuni saggi, come The uncertainty of space – time: a constellation of parallel worlds through the obsession of collecting).

Dopo aver evitato lo sguardo dei presenti per tutto il tempo dell’azione, questa si concluse con una breve pratica di respirazione pranayama, con l’improvviso coinvolgimento proprio di quel pubblico che avevo evitato di guardare. 

Ringrazio Othmar per avermi invitato e aver vissuto bellissimi momenti che hanno dato vita ad una esperienza nuova e che, inaspettatamente, hanno introdotto nel mio modus operandi un medium che mai avrei pensato di utilizzare, quello della performance.

Federico Del Vecchio – Othmar Farré, Den Umständen entsprechend, 2019.

Ha collaborato alla rubrica Irene Sofia Comi

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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.