Roberto Fassone, Egidio, 2018. Courtesy l’artista e do ut do. Opera realizzata grazie a MBM biliardi. Photo credit: EB photo.

Egidio

(testo da leggere mentre si ascolta Blanket Song dei Kikagaku Moyo)

Quella che state per leggere è una storia incredibile. Incredibile sia nel senso di fantastica (quantomeno nell’esperienza, spero anche nella lettura) che nel senso di “non-ci-posso-credere”. Sospetto inoltre che alcuni di voi faranno fatica a dar fiducia alle mie parole, considerando che ho passato diversi anni a raccontare aneddoti in bilico tra il vero e il falso. Ma questa, vi giuro, è vera.

Marzo 2018, Venezia. Mi devo vedere a pranzo con Alessandra, amica a cui sarò sempre grato per avermi insegnato alcune verità sull’arte. Sto scendendo le scale e ricevo una chiamata. È Lorenzo Balbi, direttore del museo MAMbo. Mi invita a partecipare alla mostra That’s IT (che avrà luogo a giugno), con la possibilità di progettare un’opera in collaborazione con un’azienda che produce biliardi. In buona sostanza, mi chiede se ho voglia di immaginare un biliardo che verrà prodotto e messo in mostra. Il biliardo sarà poi donato in beneficienza per una causa molto nobile. Figata. 

Passo il mese successivo a immaginare possibili biliardi. Sono in grande ansia da prestazione. Immagino: un biliardo invisibile; un biliardo per cani; un biliardo con stampata la copertina di Congratulations degli MGMT; un biliardo alto come l’uomo più alto del mondo; un biliardo molto lungo e stretto in maniera tale che sia impossibile non mandare la palla in buca; un biliardo disegnato da un bambino; un biliardo peloso; infine, un biliardo progettato durante un workshop con i dipendenti dell’azienda (opzione scelta). Per la cronaca, esistono già: un biliardo ovale (Gabriel Orozco) e un biliardo fatto come il biliardo di un dipinto di Man Ray (Sherrie Levine).

Ovviamente, avendo scelto l’opzione peggiore, il proprietario dell’azienda non risulta molto interessato. Seguono giorni di tira e molla, in cui resto della mia posizione. Stupido e testardo porto la situazione all’estremo, rifiutandomi di andare avanti nel progetto. E un mercoledì dico: “Niente, non si fa”. Seguono venti minuti in cui guardo senza parole lo schermo del mio computer. Dentro la mia testa un unico pensiero: “Brutto scemo, potevi fare un biliardo e non l’hai fatto. Coglione”.

Venerdì, io e la Vale siamo tornati ad Asti, dove vive la mia famiglia, tra cui mia zia Ombretta. Ombretta è una persona incredibile (vedi sopra). Ha un gruppo di amici in cui parla con gli spiriti (anche se non so quale sia il termine più corretto da usare). Inoltre, alcune mattine, pratica la scrittura automatica. Si sveglia e, in uno stato di semi-trance (nuovamente, non saprei dire qual è il termine più adatto da usare), trascrive su un foglio bianco le parole che giungono da un’altra realtà. Molto Cy Twombly. Venerdì siamo a pranzo da lei. A fine pranzo mi dice: “Ho una lettera per te.”

Torniamo a casa e apro la busta. Sono quattro righe firmate da mio nonno Egidio, che purtroppo non ho mai conosciuto. Le parole parlano chiaro:

Lacrime. Piango commosso e sorpreso. Chiamo Zia Ombretta: tra l’emozione e l’incredulità dell’avvenuto, ho la premura di chiederle cosa succede se non si rispettano le idee dei morti. Nessun problema, non c’è nessun problema.

Per quanto colpito dall’avvenimento non trovo il coraggio di chiamare l’azienda per comunicare che ho cambiato idea. Anche perché non ho nessuna idea e l’idea di raccontargli l’aneddoto della zia mi mette un pochino in imbarazzo.

Lunedì. Sono in treno, in viaggio per andare da chissadove a nonloso. Mi suona il telefono, numero sconosciuto. MM mi chiama per chiedermi se non avessi intenzione di cambiare idea. Pazzesco. Gli dico subito si, o forse gli dico che ci voglio pensare perché un’idea non ce l’ho ancora, ma dentro di me so che non posso rifiutare l’occasione di cogliere la coincidenza.

Metto giù il telefono. Prendo un pezzo di carta, ci disegno sopra un biliardo con una gamba diversa dalle altre. A fianco della buca in cima alla gamba scelta indico una targhetta in ottone che dovrebbe recitare: “Ogni volta che una pallina cade in questa buca, una persona cambia radicalmente idea su una questione importante nella sua vita.” Bomba. Fatta. Ho l’idea. Indistruttibile. A parte che assomiglia a un’opera di Garutti. Sticazzi. Titolo: Egidio. Fatta. (Il primissimo titolo era in realtà Quando suonano le campane).

Aspetto due giorni e comunico la mia idea. Piace a tutti. Piace anche alla zia. Si organizza un incontro vicino a Roma, in fabbrica. Abbiamo poco tempo. Il padrone è entusiasta. Progettiamo il biliardo in quindici minuti. Scegliamo il colore del tappeto (verde chiaro), la struttura (minimale) e la forma della gamba diversa (tipo barocca). Io penserò, con l’aiuto di MM, alla targhetta.

Prima della mostra alcuni momenti di tensione. Siamo già a giugno e sono a Milano. Sembrerebbe che il proprietario voglia aggiungere un’altra targhetta. Non mi piace. Pianto i piedi, di nuovo. Il lavoro ne perderebbe. Una seconda targa con una dedica del proprietario confonderebbe la natura del lavoro. No, no, no. Non si può. Mi arrabbio al telefono. Arrivo a un compromesso storico: alla fine la si mette, ma la seconda targhetta deve essere posizionata dalla parte opposta del biliardo e non molto visibile. Il compromesso non va in porto; sono furibondo, ma non importa. Sarà un’altra storia da raccontare.

Il biliardo è in mostra: ci gioco con Pietro, Martino e Flora. Quando la palla va nella buca speciale fa un rumore diverso. Si discute con il figlio del proprietario di produrre una serie infinita di biliardi unici, ciascuno con una gamba diversa e diversa dalle altre della collezione. Facciamo una colazione di lavoro per stipulare un possibile contratto. Molto business. C’è anche Lorenzo. Ci accordiamo informalmente; sono felice e preoccupato. Si parla di presentarlo a Miami, al Salone del Mobile di Milano e in altri posti importantissimi. Non se ne farà nulla. Ma Egidio esiste.

Fine della storia


PS: Egidio è stato in mostra anche a Pompei.
PPS: mio nonno giocava a biliardo.

Roberto Fassone, Egidio, primo render fatto male con photoshop (Quando suonano le campane)
Roberto Fassone, Egidio, targa esecutivo

Ha collaborato alla rubrica Irene Sofia Comi

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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.