Gaia Di Lorenzo, Untitled (Helmet 3), 2020, fusione a cera persa in bronzo con palo di ferro, cm 32 x 29 x 60, pezzo unico. Courtesy dell’artista e di ADA, Roma.

Vorrei provare a concentrare il mio racconto sul contesto intorno al lavoro piuttosto che sul lavoro stesso, per non opprimerlo con spiegazioni, ma piuttosto proporvi suggestioni.

Untitled (Helmet 3) è il pezzo centrale di “Protection Series”. Concepita prima della crisi sanitaria, tuttavia eccezionalmente attinente, la serie è composta da un gruppo di sculture dotate di poteri magici che ricordano nella forma protezioni per varie parti del corpo. Untitled (03) è il primo elmo/maschera della serie ed è una scultura unica in bronzo prodotta a cera persa presso Fonderia Battaglia di Milano.

È un elmo indossabile, nonostante sia molto pesante. Ciascuno dei tre volti è un patchwork di tratti somatici ed espressioni ispirate non a uno, ma a una serie di persone diverse. Con alcune di queste persone ho una relazione intima e ne ricordo i tratti a memoria, altri sono frammenti che mi hanno semplicemente colpita (un mento, una fronte ecc), ancora altri son presi da personaggi storici per me particolarmente significativi. In effetti spesso per i miei soggetti, attingo in egual misura da moltissime fonti: immagini trovate sui social network, pezzi antichi, il lavoro e il dialogo con i miei colleghi. Mi interessa sia il processo di raccolta che quello di rimestamento – o “filtraggio” – di queste stesse fonti.

Ad esempio, gli elmi e le maschere sono oggetti comuni già utilizzati in vari periodi storici e nelle aree geografiche le più disparate. Gli usi stessi sono alle volte diametralmente opposti: non solo quelli protettivi e offensivi per la guerra ma anche ritualistici e religiosi. Ed è a questi mondi, che sembrano apparentemente distinti, sui quali mi sono focalizzata, unendoli e mischiandoli.

Untitled(Helmet 3) è una via di mezzo tra un elmo e una maschera, infatti, se indossato, arriva a coprire il volto fin sotto al naso, o meglio, ai (suoi) nasi. Da un punto di vista pratico indossandolo si perde la vista verso l’esterno, ci si sente protetti e ci si ri-flette verso l’interno. Da qui (e da una serie di ricerche di cui vi voglio parlare), viene l’idea che sia dotato di poteri straordinari: chi lo indossa può trasformarsi in qualcun altro o semplicemente è finalmente libero di mostrare un’identità sociale e spirituale diversa rispetto a quella percepita.

Esistono due fattori determinanti nell’uso delle maschere e degli elmi: ciò che è nascosto o protetto (colui che è mascherato) e ciò che è mostrato o libero (la maschera stessa e ciò che rappresenta). L’elemento nascosto o protetto è la testa, il volto: immagine dell’individualità e dell’identità personale. Ciò che viene mostrato è un altro volto, qualcosa di diverso, a volte una rappresentazione mostruosa e inquietante.

Nella maggior parte delle culture chi indossa una maschera abbandona la propria identità e viene trasformato in ciò che la maschera rappresenta. Le maschere fungono sia da espressione che da tramite di questa trasformazione. Le trasformazioni stesse sono state sempre al centro dei rituali, rinviano a un’epoca originaria, a un tempo primordiale, a una società mitica caratterizzata da uomini dai poteri sovrannaturali e soprattutto dalla fluidità della natura: dove sembrano mancare nette distinzioni tra settori della natura che si combinavano e mescolavano in vari modi.

Nei racconti sulle origini di queste maschere spesso sono protagonisti un fratello e una sorella incestuosi, altre volte le maschere scendono dal cielo, in altre ancora sono doni delle divinità: insomma, le maschere sembrano sempre essere il risultato di un avvicinamento eccessivo di due sfere ritenute solitamente separate e distinte. Così la maschera, in quanto simbolo di un confine (dove una sfera si compenetra con un’altra e ambiti diversi si sovrappongono), eredita la capacità di comunicare tra ambiti diversi (vivi-morti, animali-umani, villaggio-foresta, dei-umani).

Vi lascio con un esempio forse più scontato che spero possa essere un ulteriore elemento per contestualizzare Untitled (Helmet3). Dioniso, da sempre viene rappresentato con una maschera appesa a un palo o a un albero (abbandonata?). La divinità non ha sede di culto stabile e quindi i suoi seguaci (che tra l’altro non si riconoscono in categorie sociali specifiche: donne, schiavi e cittadini senza distinzione), si riuniscono intorno alla maschera nei boschi. Il Dio provoca l’ebbrezza o l’estasi e porta a comportamenti estremi come l’omicidio o la divorazione di carni crude. I fedeli, “posseduti dal dio” incarnando in un certo senso una sua “maschera”, abbattono ogni tipo di confine tra categorie: uomo/donna, animale/umano, naturale/soprannaturale, città/foresta…. Da qui con ogni probabilità viene la tradizione della maschera teatrale: l’attore abbandona la sua individualità per indossare la maschera e incarna il personaggio (in lat. persona), un ruolo fisso e categorizzato.

Io invece sono affezionata all’idea inversa: che Untitled (Helmet3) possa riconnettere il mascherato all’epoca originaria, a antenati mitici a una fluidità insita e alle volte dimenticata.

Gaia Di Lorenzo, Untitled (Helmet 3), 2020, fusione a cera persa in bronzo con palo di ferro, cm 32 x 29 x 60, pezzo unico. Courtesy dell’artista e di ADA, Roma.

Ha collaborato alla rubrica Irene Sofia Comi

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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.