Francesco Snote, “Untitled (Esodo)”, 2020, 100 x 150 x 40 cm, cartone, pvc, stucco industriale per esterni, terracotta, foulard, cenere, cera, colla poliacetovinilica. Courtesy l’artista.

Ho iniziato a lavorare a Untitled (Esodo) a inizio gennaio, lo studio era freddo e la scultura aveva difficoltà ad asciugarsi. Il giorno successivo in cui riuscii a metterla a muro scattò il lockdown per il covid19. Da subito la scultura rimase da sola per molto tempo. Era una mattinata particolarmente umida e dalla finestra dell’appartamento al piano terra di fronte al mio studio riecheggiava “Esodo” di Franco Battiato. 

Nella mia pratica sono solito dare titoli e sottotitoli abbastanza lunghi che mi possano assistere per ricollegare i lavori a storie, situazioni, luoghi e sentimenti già vissuti o non ancora trascorsi. A volte grazie al titolo fornisco un’ulteriore interpretazione e in questo modo, per fortuna, riesco a smarcarmi dalla convinzione di conoscere i lavori limpidamente.  

Il titolo di quest’opera è diverso rispetto agli altri perché solitamente i lavori vengono sottoposti ad un esame a tempo indefinito, che ne accerta la facoltà visiva giusta.  In questo caso, invece, il lavoro ha saltato un passaggio e il titolo rispecchia la volontà di farlo vivere e partecipare nonostante l’ultimo step venga meno. 

Untitled (Esodo) è l’ultimo lavoro di una serie di sei sculture a muro realizzate tutte con lo stesso procedimento, le interpreto come se fossero un “coro silenzioso”. Sono figure che, anche se colte in un’azione apparentemente statica o in un atto di sospensione, pare in realtà si dirigano tutte verso una stessa meta, percepibile sensitivamente, ma inesistente nello spazio fisico. Sicuramente è più facile captare l’inizio del “gruppo corale”, mentre risulta più incerto percepirne la fine dell’evoluzione.

Anche se forse alla vista il lavoro può risultare pesante e ingombrante, in realtà è molto leggero, e quindi volutamente ingannevole, perché in parte vuoto al suo interno.
Ho lo studio a Torino, più precisamente nella zona mercantile di Porta Palazzo, ed è sempre stato scontato riuscire ad abbinare il mio lavoro al mio contesto geografico. Così molto spesso, per creare volume nelle sculture o definire una forma prediletta, utilizzo cartoni, pvc, scarti di poliuretano espanso, carta pesta e altri materiali spesso dedicati all’imballaggio, e facilmente reperibili (inoltre, più volte ho avuto l’intuizione che nella mia pratica un lavoro inizia ad adempiere la propria funzione solo quando si riesce a rendere possibile un sodalizio composto da tre materiali diversi).

Una volta stabilito il volume ricopro la superficie della scultura con stucco industriale per esterni, che ne definisce le figure. Successivamente inserisco dettagli in terracotta e ricopro il lavoro con un insieme di colle e cera (grazie a questo effetto di lucidità sembra che i corpi sudino). 

Alla fine, a mano, cospargo e fisso con la cera della cenere che prendo dalla stufa a legna in studio. La cenere ha lo scopo di aumentare il contrasto cromatico e rendere tangibile la percezione dei volumi, cosa che nei lavori chiari come “Untitled (Esodo)” molto spesso è difficile tirar fuori. Quest’ultimo processo è per me il rituale più significativo nella costruzione dell’opera. 

Francesco Snote, “Untitled (Esodo)”, 2020, 100 x 150 x 40 cm, cartone, pvc, stucco industriale per esterni, terracotta, foulard, cenere, cera, colla poliacetovinilica. Courtesy l’artista. (detail)
Francesco Snote, “Untitled (Esodo)”, 2020, 100 x 150 x 40 cm, cartone, pvc, stucco industriale per esterni, terracotta, foulard, cenere, cera, colla poliacetovinilica. Courtesy l’artista. (detail)
Francesco Snote, “Untitled (Esodo)”, 2020, 100 x 150 x 40 cm, cartone, pvc, stucco industriale per esterni, terracotta, foulard, cenere, cera, colla poliacetovinilica. Courtesy l’artista.

Nell’altorilievo a parete sono presenti almeno quattro elementi che compiono un primo dialogo:

  • 1. La parte inferiore di un corpo umano (non è facile definire se di un uomo o di una donna, o forse né uno né l’altro);
  • 2. Il volto in terracotta dipinto di nero con un foulard di seta sul capo (non si può decifrare se faccia parte o meno del corpo nella parte inferiore);
  • 3. Il bordo della scultura sulla sinistra, che sembra creare una sagoma in negativo;
  • 4. Un gatto in terracotta che piange una stella. 

Percepire solo l’inizio o solo la fine di alcune figure, lasciare scorci ambigui, chiedersi che cosa c’è dietro o di fianco o come continua una rappresentazione tagliata a metà e non dare risposte mi fa capire che è sempre indispensabile trovare una relazione con lo spazio e che esso spesso deve riuscire a spiegare il vuoto stando zitto.

In Untitled (Esodo) penso sia presente un elogio del non detto, della freddezza delle espressioni (da non confondere con l’inespressività) e dell’occulto popolare. 

Credo che La Pietà di Beato Angelico, in cui in grosso rettangolo buio è al centro della rappresentazione, sia molto utile per acquisire la consapevolezza dei luoghi non visibili nell’arte. In questo senso mi riferisco all’occulto perché mi pare che Untitled (Esodo) a volte compia più un processo di nascondimento che di esposizione. Un nascondimento in cui chi guarda, durante i diversi tentativi di svelare il nascosto, forse capisce che l’equilibrio della scultura sta proprio in ciò che non è possibile vedere e che rimane in ombra o sotto la superficie. In alcuni casi, il mondo nascosto è il mondo che rifiuta di piegarsi alla volontà degli spettatori o ai nostri desideri, quindi, il più delle volte, un mondo intelligente e reattivo, non fatto di mere agevolazioni ma piuttosto di sforzi costruttivi e allenamenti visivi. 

Sono sempre stato convinto che la scultura funzionasse un po’ come un filtro per noi, come delle porte o delle finestre che dividono uno spazio da un altro o al massimo che fanno sì che tu possa avere una percezione diversa di quello che ti circonda. Un gesto di amore per farti vedere le cose. In questo caso quindi, il lavoro in quanto “porta”, chiaramente non è solo un confine, ma anche un passaggio, una soglia con la funzione di rivelare l’idea di “nascosto” o di proibito all’occhio.

L’opera inoltre ha la classica dimensione e tecnica tipicamente monumentale e celebrativa. Non a caso, quando terminai questa, che come ho detto è l’ultima scultura della serie, guardandole tutte insieme mi venne in mente un piccolo e fragile altare di Pergamo. Da questo punto di vista, ci si troverà davanti a un monumento che fa autoironia, cercando di non prendersi troppo seriamente, anche perché sa che la sua forza sta nell’essere composto da materiali delicati, poveri e effimeri.

Untitled (Esodo) guarda a un’idea di “monumentalità depressa” prendendo coscienza dell’impotenza odierna, rispetto ai materiali forti e classici con cui vengono fatte le statue.

Francesco Snote, “Untitled (Esodo)”, 2020, 100 x 150 x 40 cm, cartone, pvc, stucco industriale per esterni, terracotta, foulard, cenere, cera, colla poliacetovinilica. Courtesy l’artista. (detail)
Francesco Snote, “Untitled (Esodo)”, 2020 – veduta d’insieme. Courtesy l’artista

Ha collaborato alla rubrica Irene Sofia Comi

Per leggere gli altri interventi di I (never) explainè uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.