Sono interessata alla nozione di addomesticamento; in particolare mi sto concentrando sulle relazioni tra umano, animale e artefatto, in cui affetto e potere coesistono interscambiandosi. Tali relazioni d’affetto sottendono una forma di controllo che si manifesta, in particolare modo, tramite gli oggetti.
All’inizio del lavoro ho identificato una serie di situazioni personali e non-personali, in cui soggetti umani interagiscono con animali. Da questa osservazione ho stilato una serie di piccoli racconti in cui esperienze affettive e fatti scientifici sono mischiati, rendendo queste brevi storie dei casi-studio.

In questa fase, mi sono imbattuta in un articolo intitolato “The 20 Most Miserable Horses in the World”.
Le immagini dell’articolo mostrano cavalli travestiti dai loro padroni in occasione di sfilate o eventi ambigui, tra il celebrativo e il domestico: cavalli vestiti da pecore, cavalli-draghi, cavalli di Halloween, unicorni.
I costumi cuciti a mano, incorporano elementi pesanti e ingombranti, assemblati con cura e precisione. Queste immagini mi sono sembrate ridicolizzanti, appunto, miserabili, ma allo stesso tempo divertenti e piene di dedizione.
La tensione tra affettività e umiliazione, data da una “costrizione oggettuale”, è stata quindi il punto di partenza del lavoro. Ho capito che volevo trattare i rapporti di potere attraverso l’oggettificazione delle superfici e, parallelamente, l’oggettificazione degli animali, un processo però più complesso e sottile quando avviene tramite un legame affettivo: riconoscere che un animale è il tuo animale dandogli un nome proprio; prenderti cura di lui; tenerlo al guinzaglio; travestirlo.

Partendo da questi presupposti ho deciso di avvicinarmi al laboratorio di tassidermia del Museo di Storia Naturale di Ginevra. La tassidermia è un processo nel quale l’idea di pelle, di superficie e di rivestimento assumono una valenza scientifica, diventando evidenza: ogni animale tassidermizzato viene costruito su una base, solitamente di gesso oppure in poliuretano e legno, mentre la pelle vera viene quindi trattata e stesa su una struttura fittizia.

Ho voluto identificare un cavallo specifico ma allo stesso tempo archetipico, appartenente al museo; un elemento che portasse già con sé un’idea di matrice, una forma già utilizzata per creare altre superfici. Ho quindi prodotto un calco del muso dell’animale in papier-mâché, che ho poi utilizzato come modello per iniziare a cucire delle maschere e creare dei costumi. Tutte le maschere hanno dunque la stessa origine, lo stesso cavallo, però in ognuna di loro la forma si allontana da quella originaria, assumendo caratteri indipendenti.

I tessuti che sto utilizzando fanno riferimento a tre immaginari: quello domestico/personale, quello performativo/sportivo e quello militare. Sto dunque lavorando con una selezione di fodere e trapunte, nylon, tessuti tecnici e militari come il Kevlar (un materiale anti-proiettile) e le fibre di vetro, che conferiscono rigidità e richiamano il senso di protezione di un’armatura. Il materiale e la sua collocazione formale conferiscono, dunque, all’animale, come per i vestiti usati dagli umani, un’identità connotata.

Oltre alle maschere sto anche cucendo delle coperte, oggetti che vengono utilizzati per proteggere e mantenere il calore del corpo. Allo stesso tempo, però, diventano un ingombro artificioso e antropizzato, non utile all’animale quanto, piuttosto, alla percezione di quest’ultimo da parte dell’uomo.
Vorrei che questi costumi risultassero assenti ed esausti, appesantiti da elementi che, anche se percepiti come decoro, sono vincolanti. Sto intrecciando, infatti, corde imbevute di sale, sostanza che per i cavalli è considerata nutriente, ma anche legata al sudore.

Qui il corpo diventa ingombro sensibile tra oggetto e affetto: viene controllato, accarezzato, protetto e costretto.


* Sara Ravelli ha qui anticipato il progetto inedito che sta sviluppando per Summer In, la residenza promossa e ospitata da FuturDome dal 18 maggio al 31 luglio 2020, a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria.
Il progetto ha previsto il coinvolgimento di quattro artisti – Silvia Hell (1983, Bolzano), Domenico Antonio Mancini (1980, Napoli), Fabrizio Perghem (1981, Rovereto) e Sara Ravelli (1993, Crema) – che lavorano in quattro diversi ambienti del palazzo, selezionati a seconda di diverse esigenze compositive e tecniche.
Gli spazi espositivi e di lavoro non prevedono l’ingresso al pubblico, ma permettono agli artisti di risiedere e di soggiornare, in piena sicurezza e autonomia, all’interno dei 2000 mq, dell’edificio di via Giovanni Paisiello 6. I quattro artisti hanno la possibilità di sviluppare nuovi lavori che saranno parte di un primo percorso di avvicinamento e di familiarizzazione con gli spazi di FuturDome, in vista di futuri progetti espositivi monografici.


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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.