Fabrizio Perghem
I limiti estremi della sensazione coincidono esattamente con quelli dei corpi assenti

L’obiettivo è quello di creare rilievi, misurazioni. L’intento è cubare, attraverso l’audio, gli spazi interni di FuturDome instaurando, per riscriverli, un legame corrispettivo e fisico con l’esterno, con la corte. Cubature diverse, produrranno riverberi specifici per ciascuno spazio. Questa indagine segue una linea di pensiero e di ricerca empirica, che procede passo dopo passo. Il suono mi permette di visualizzare masse scultoree, nell’intenzione di leggere l’architettura ed i suoi elementi ricavati per sottrazione, nei differenti approcci progettuali e di costruzione, siano questi di carattere stereotomico oppure tettonico. L’edificio, per me manufatto architettonico, da leggere attraverso linee, geometrie e forme plastiche, assume lo statuto di una scultura, composta di solidi ben tagliati, realtà visibili e tangibili. La domanda alla base della mia indagine sull’architettura, e, in maniera sovrapposta, sulla scultura, prevede sempre una fase di codificazione dei diversi elementi e dei diversi stili attraverso il suono che possono emettere.
Come suona il Liberty rispetto al Modernismo? Esiste una correlazione tra alcuni stilemi e la vibrazione sonora irradiata tanto negli interni, quanto in facciata o nei cortili? Inizialmente, nel mio appartamento, in residenza in FuturDome, analizzando la stratificazione degli elementi, ho notato che i pavimenti avrebbero potuto risuonare come un’unica lastra, disgiunta dal resto dell’architettura ma da essa perimetrata. Durante le prime settimane di Summer In, ho effettuato esperimenti su come potesse risuonare il massetto, ancora grezzo. Ma poi ho scoperto che avrei dovuto concentrarmi su uno snodo differente, su quell’elemento che, come una membrana, regolamenta fuori e dentro: la finestra. Si tratta di una componente che per me rappresenta il punto di contatto tra le due dimensioni. In questo edificio del 1913, sto cercando di accertarmi come possano suonare le vetrate, che suono generino negli spazi che delimitano, senza avvalermi di percussioni; studiando quali suoni possano emettere e a quali condizioni, includendo le posizioni delle mani sulle superfici.

I miei studi sul suono sono sempre legati alla fisica dei materiali, e per Summer In il concetto di sfioramento ha portato a concentrarmi sui principi dell’attrito, quando la pressione esercitata dal dito, la velocità del suo moto e la quantità di umidità trovano il giusto equilibrio, provocano delle vibrazioni. Quando si provoca attrito, tutto il materiale implicato vibra, infatti, e produce onde sonore. Nelle scale del corpo interno di FuturDome, ad esempio, le finestre in vetro a piombo mi hanno portato a verificare che esiste una relazione tra la grandezza della lastra bugnata in superficie e alcune sensazioni acustiche. Solitamente mi avvalgo dell’eco-localizzazione, per far risuonare un luogo e valutarne la complessità. Rispetto alle registrazioni più oggettive, quest’ultima si riprende lo spazio inquadrandolo, come se fosse una sorta di telecamera al buio, con un flash a raffica, che concede una messa a fuoco a seconda di dove la si punta. L’eco-localizzazione ti permette di compiere scelte di rilevamento a partire dal proprio corpo e dalla propria fisicità. Si tratta di una tecnica non riproducibile da qualcun altro, perché il rapporto tra orecchie (ricettori) e bocca/palato (emittente) del suono rimane unico per ciascuno, come un’impronta, tracciando una linea di spazialità, di suono come spazio, di suono nello e dello spazio. Attualmente, invece, sto organizzando una registrazione oggettiva, ambientale, esterna a me.
Il lavoro performativo, in FuturDome, deve essere sviluppato e ripartito attraverso la fisica acustica dei materiali; attraverso le competenze di un ingegnere del suono, che mi supporti nel parametrare l’acustica architettonica; e poi attraverso un musicista di cristallarmonio, con il quale attualmente sono in contatto.

Una volta compresi i principi dell’attrito, non è importante che il rumore propagato continui all’infinito, ma esso deve risultare necessario per tracciare il riverbero: quel suono che mappa lo spazio laddove finisce. Quasi come se fossi alla ricerca di un ritorno ambientale emesso dal gesto che lo attiva. L’azione potrà svilupparsi, su cinque piani dell’edificio, registrando diverse serie di movimenti aptici, applicati direttamente sulla superficie delle finestre. Questo lavoro ci aiuterà a sentire o ricordare la sensazione dei corpi osmotici (le finestre) anche quando queste saranno disattivate e non agiranno più sui sensi, acquisendo esatte nozioni sulle possibilità dello spazio. Il tempo, la materia e lo spazio non saranno che un punto fissato dal vetro. Mentre i principi fisici in gioco instaureranno un equilibrio tra la simmetria e il tatto, codificando quella coesione che esigiamo fra le parti di un tutto per definirlo integro. L’integrazione continua con i sensi ne impedirà il loro perfezionamento e prenderemo a considerare la materia in maniera astratta, rendendo la vista una sorta di tatto, che riguarda soltanto gli oggetti diversi dal nostro volto.

Fabrizio Perghem* ha qui anticipato il progetto inedito che sta sviluppando per Summer In, la residenza promossa e ospitata da FuturDome dal 18 maggio al 31 luglio 2020, a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria.
Il progetto ha previsto il coinvolgimento di quattro artisti – Silvia Hell (1983, Bolzano), Domenico Antonio Mancini (1980, Napoli), Fabrizio Perghem (1981, Rovereto) e Sara Ravelli (1993, Crema) – che lavorano in quattro diversi ambienti del palazzo, selezionati a seconda di diverse esigenze compositive e tecniche.
Gli spazi espositivi e di lavoro non prevedono l’ingresso al pubblico, ma permettono agli artisti di risiedere e di soggiornare, in piena sicurezza e autonomia, all’interno dei 2000 mq, dell’edificio di via Giovanni Paisiello 6. I quattro artisti hanno la possibilità di sviluppare nuovi lavori che saranno parte di un primo percorso di avvicinamento e di familiarizzazione con gli spazi di FuturDome, in vista di futuri progetti espositivi monografici.


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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.