Sul risiedere di Domenico Antonio Mancini*

Non comincio mai dall’inizio e, in genere, non scrivo sui miei lavori. Da sempre mi esercito a non aggiungere altro a quel che già c’è, a non ammassare. L’ordine che porto avanti è una pratica tra l’accumulo e il non-accumulo, è lo stesso motivo per il quale, quando realizzo un’opera, prima addenso e poi tolgo. In questo senso, qualsiasi processo io intraprenda, anche la scrittura, diventa scultura per sottrazione. Persino i dipinti, i miei paesaggi, non sono un gesto di addizione: sebbene abbia aggiunto materia alla tela vuota, ho sempre sottratto un’immagine.
In FuturDome, la riflessione sulla quale sto insistendo è il concetto del risiedere. Mi sto insediando e sto lavorando nello stesso appartamento nel quale si ritrovavano gli ultimi futuristi, tra il 1939 e il 1944. Lo stare chiusi in un luogo ci costringe a guardare il suo spazio. Durante la quarantena ho ossessivamente preso a trasporre, grazie ad un software 3D, l’ambiente in cui ero obbligato a rimanere: la mia casa. Soggetto-oggetto della mia analisi, la domesticità diventa materiale e materia. Qui il tempo è lavoro. Negli ambienti di Summer In, arte e vita sono connaturati. Qui si dormiva, si mangiava, ci si ritrovava e si produceva arte, fondendo aspetti concreti e complessi. In FuturDome ci si rifugiava durante la guerra perché fuori non c’era niente.
Dopo una residenza forzata sto riprendendo l’attività attraverso una Residenza d’Artista, che è fare arte in un ambiente protetto. Questo è il vero motivo per il quale ho trovato una continuità tra la pratica iniziata nel mio laboratorio, durante la quarantena, e Summer In. Anche se la Residenza è una sorta di acquario pubblico, mentre lo studio che è un eremo chiuso, non necessariamente può essere rivolto verso l’esterno. Prima della stanza d’angolo, nella mia attuale abitazione, non ho mai avuto uno spazio che fosse veramente studio, ho sempre occupato punti d’appoggio di cui mi servivo. Non ho bisogno di rivendicare che un luogo sia mio per risiedervi e appropriarsene non significa sentirlo. Non volendo indulgere in abilità tecnico-formali specializzate, non amo lavorare sulla tecnica in sé e per sé, ma non voglio mai demandare a terzi. Preferisco entrare nei vissuti e negli studi di altri che sanno fare, per collaborare nel caos. La presenza di altre persone non mi distrae. Forse cerco distrazione perché necessito della mia incostanza. E quando avvio un percorso mi devo fermare, mi devo distaccare per poi riprendere da dove avevo interrotto.

Risiedere è il vero argomento con il quale ci siamo confrontati tutti quanti durante il lockdown. Siamo stati costretti ad un nuovo modo di vivere. E il materiale di casa è lo stesso che ritrovo qui a Summer In: lo spazio. In residenza sto analizzando le stanze, attraverso il disegno tridimensionale; render digitali che sono oggi la traccia di un rilevamento. In questo momento, sono ancora nella fase di pratica. Ma la considero solamente un’azione: riprodurre ampiezze, limiti o superfici significa tentare di averne coscienza, trasformandoli in un ambiente. Per prenderne possesso.
La vita pubblica e privata, così come la porta e lo stipite che la incornicia, sostengono il vuoto liminare di qualsiasi habitat. Le stanze di FuturDome non hanno porte. Per passaggi successivi, quindi, processerò la gomma siliconica, il calco in gesso, la forma di gesso e il calco in carta, al fine di ricreare la tridimensionalità dello stipite. Dunque estruderò nuova materia nella tridimensionalità, per poi ritornare alla pratica del rilevamento virtuale. Ogni nuovo ambiente incomincia da una soglia e io sto cercando di realizzarne alcune che si avvicinino maggiormente a quelle di casa mia. Mi sto inserendo in un processo di definizione, anche temporale, della porta che ho completamente ricostruito in tridimensione, a partire dai template offerti da un banalissimo software gratuito. Proprio come se avessi dovuto aggiungere, nel disegno, del vero campo d’azione.
Non pretendo mai una totale adesione alla realtà attraverso i pixel. Ma devo riuscire a ingannare i sistemi di prototipazione digitale per provare a restituire una realtà della casa. Non c’è attenzione ossessivo-compulsiva alla verosimiglianza del singolo oggetto o del singolo mobile. In verità, si tratta di una metodologia di dedizione che ho sviluppato e accresciuto verso alcuni elementi specifici del paesaggio domestico, all’interno dei quali si manifesta il limite.

* Domenico Antonio Mancini ha qui anticipato il progetto inedito che sta sviluppando per Summer In, la residenza promossa e ospitata da FuturDome dal 18 maggio al 31 luglio 2020, a cura di Atto Belloli Ardessi e Ginevra Bria.
Il progetto ha previsto il coinvolgimento di quattro artisti – Silvia Hell (1983, Bolzano), Domenico Antonio Mancini (1980, Napoli), Fabrizio Perghem (1981, Rovereto) e Sara Ravelli (1993, Crema) – che lavorano in quattro diversi ambienti del palazzo, selezionati a seconda di diverse esigenze compositive e tecniche.
Gli spazi espositivi e di lavoro non prevedono l’ingresso al pubblico, ma permettono agli artisti di risiedere e di soggiornare, in piena sicurezza e autonomia, all’interno dei 2000 mq, dell’edificio di via Giovanni Paisiello 6. I quattro artisti hanno la possibilità di sviluppare nuovi lavori che saranno parte di un primo percorso di avvicinamento e di familiarizzazione con gli spazi di FuturDome, in vista di futuri progetti espositivi monografici.


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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.