Effe Minelli, Studio per una Salomé di piazza – Lacatena, detail. Ph. Danilo Donzelli

Studio per una Salomè di piazza

In questo nuovo mondo dall’aria più salubre, trovo giovamento attraverso alcune passeggiate clandestine nei boschi del Vesuvio, non avendo a disposizione sacchi di porcellana né di argilla, la mia pratica artistica è legata alla sola sopravvivenza fisica e mentale.  Anche se mi manca quell’arte fatta di incontri, di amori e di critiche faccia a faccia, continuo a lavorare con quello che mi resta. Per esempio con le parole di un vecchio testo che rileggendolo qualche sera fa, rievocava in me mondi che oggi sembrano incredibilmente lontani. 

Vivevo in Germania, io ed il mio ragazzo ci eravamo separati. Ero riuscito a spegnere le fiamme ardenti di quel nostro paradiso che nel frattempo si era trasformato in un inferno. 

Intitolai il testo Wet, forse proprio a causa delle condizioni che caratterizzavano il nostro rapporto: la capacita di assorbire e di lasciar fluire le nostre emozioni. A parlarci è una Salomé trasmutata, che ha il potere di assumere forme diverse. La scena si apre in un giardino, Salomé è da sola, seduta accanto ad una fontana nella cui vasca, sul fondo, sommersa dall’acqua si trova un corselet di porcella. Anche la testa di Giovanni Battista è lì. Ad una ad una le sculture riemergono e Salomé accortasi del pubblico che la osserva in silenzio da un balcone, incomincia il suo monologo. Tra i versi iniziali vi è una citazione da Scannasurece di Enzo Moscato: “pensi che questo sia l’inferno? Si! ma è anche un giardino”.  

Effe Minelli, Studio per una Salomé di piazza – Corselet, detail. Ph. Danilo Donzelli

Qui un estratto da Wet:

Here we are, merging… 
here we are…. merging together.
So tell me, where do you think we are now? Do you think this is hell? 
Yes, but it’s also a garden.
Could you describe something beautiful to me? Anything. 
Let me be the mirror that reflects this image, that absorbs your dreams, just for now.
I can assume many shapes, because I have the magic in me, and you have the power to make me feel good. 
People say that I make them happy, that I bring people luck. But make no mistake, for this is a mutual exchange, but let’s not think about that right now. 
I can feel your piercing gaze, but I know you are listening to me without trying to impose your reality onto mine, and I thank you for that.
Do you remember when we went to dinner together? It was August and the sky was cloudy. At times a ray of sunlight would permeate the clouds to calm my sweaty palms.
How many times have we been afraid to look at each other? How many times have we had to hide from one another?
You told me that time does not exist; that time is a concept that belongs to Western cultures, and its idea has been stained with the stench of capitalism.
Instead you told me that the only real time was the distance between us. 
Such a beautiful idea that still moves me today, because I know we both suffered this distance. Yet when you left I thought my time here was over. Isn’t it strange that this concept that seemed to have no reason to exist for us then, in the end, became so real with such impetus.
I came to realise then that you had the power to set this distance between us all along. 
Now we live in a rush for realisation, to see everything at once. To realise and satisfy all our desires without having the chance to really understand – to take with us – what we have done. 

Effe Minelli, Studio per una Salomé di piazza – Corselet, detail. Ph. Danilo Donzelli

Ma la storia di questo lavoro non è ancora finita, trascorrono alcuni anni, traslochi vari e in paesi diversi. L’armamentario di Salomé, costruito unicamente in porcellana, è disperso. Molti pezzi sono andati perduti per sempre. Il corselet è tra le poche sculture sopravvissute. Ed eccolo lì, appeso in un angolo della mia camera a Napoli, tra vecchie e nuove sculture che giorno dopo giorno si accumulano. Fino a che il fato ha fatto sì che questo lavoro riemergesse dal suo passato e dalla valanga di roba che lo opprimeva. 

All’interno della mostra Parabasi, curata da Francesca Lacatena per la Galleria Tiziana di Caro, ho potuto finalmente re-immaginare la storia di un amore così vorace da lasciare indietro solo le sue ossa, segni tangibili di un corpo la cui anatomia è mobile. Ho tessuto un velo di merletto nella cui ombra si cela un’unica regina: la Salomé liberata dallo sguardo penetrante di chi la osserva. L’istallazione è uno studio per una Salomé di piazza (da cui anche il titolo), un lavoro che in un futuro prossimo prende vita nella storica Piazza del mercato di Napoli, proprio accanto al luogo dove sono state decapitate, tra le altre teste, quella di Eleonora Pimentel Fonseca e di Luisa Sanfelice. Salome è la non-martire dinanzi a cui ogni carnefice perde il suo vigore.

Effe Minelli, Studio per una Salomé di piazza, limoges porcelain, dimensions variabile (installation view at Parabasi exhibition curated by Francesca Lacatena). Courtesy Galleria Tiziana di Caro. Ph. Danilo Donzelli

I lavori sono il frutto di una successione diversa di fusioni e colaggio della porcellana. La testa l’ho ricavata da uno stampo che avevo modellato in precedenza per una replica dell’Ercole Farnese.
Successivamente ho distorto e rimpicciolito la forma attraverso una cottura molto alta, così il cranio dell’Ercole si è aperto e smembrato sempre più assumendo l’aspetto del cranio lacerato di Giovanni Battista. Corselet è invece una sorta di reggiseno che va indossato, inserendo le braccia nei due grandi anelli che cingono le spalle.
Il mascherone centrale è stato disegnato con dei fili di porcellana intrecciati per assumere l’aspetto satirico di un volto, lasciando intravedere la pelle come se si nascondesse tra la trama e l’ordito di un merletto traforato. A queste due sculture ne ho aggiunto una terza: la catena di cuori di Salomé, composta da otto cuori ricavati intrecciando tra loro otto lacci di porcellana. Nell’istallazione ho posizionato questo pezzo in alto, sull’estremità della parete dove ancora fosse possibile inchiodare, prima di incontrare lo storico soffitto a volta della galleria di Tiziana, nel Palazzo De Sangro di Vietri.

Questa scultura vola fuori dalla parete al confine con il trompe l’oeil neoclassico della volta. Con quella intenzione tutta naive di voler unire mondi diversi tra loro, in bilico tra le citazioni del tempio greco-romano riconducibili a Theophil von Hansen e la castrazione decorativa della parete bianca di Adolf Loos.
Unendo questi mondi Lacatena è altresì un omaggio a Francesca, che ha ritrovato il corsetto nascosto di Salomé, portandolo nella costellazione di una mostra unica nel suo genere, nella stessa sala dove riposa placido l’ermafrodita in cemento di Antonietta Raphael, accanto ai fiori spinti dal vento contro la rete della recinzione nel dipinto di Betty Bee, sotto la protezione dalla Lilith di Rosa Panaro. 

Effe Minelli, Studio per una Salomé di piazza, limoges porcelain, dimensions variabile (installation view at Parabasi exhibition curated by Francesca Lacatena). Courtesy Galleria Tiziana di Caro. Ph. Danilo Donzelli

Ha curato la rubrica Irene Sofia Comi

Per leggere gli altri interventi di I (never) explain

I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.