Davide Mancini Zanchi, Studio per il quadro più brutto del mondo, 2018, acrilico su tela, dimensioni variabili (50 elementi, ciascuno 30×40 cm), courtesy l’artista e A+B gallery, Brescia. Foto di Alberto Petrò

Studio per il quadro più brutto del mondo

Per una qualche ragione a me ignota da sempre – di cui non conosco né la provenienza né la reale motivazione – quando ci si trova di fronte a un oggetto, un paesaggio o una persona, si tende a “certificarli” con un aggettivo. Generalmente quello che è un punto di vista, del tutto legato al soggetto giudicante, diventa inderogabilmente oggettivo. A questo punto, quando due soggetti hanno una visione opposta in merito a un elemento “X”, inizia la gara verso il convincimento dell’altro; e questo accade con maggiore facilità se ci si trova di fronte ad un elaborato artistico della nostra epoca.

Le etichette “bello”, “interessante” e “funziona” sono una piaga per chiunque dedichi il proprio tempo alla concretizzazione di un pensiero. Quando siamo di fronte ad uno sforzo fisico e mentale di qualsiasi genere ci sentiamo liberi di definirlo, con molta tranquillità.
Perché si ha la necessità di fare considerazioni? Perché la mia personalissima sensibilità dovrebbe essere significativa riguardo “un qualcosa”? E poi, a chi è utile l’etichetta che sto dando?

Se pensiamo a noi stessi ci vediamo come i migliori del mondo, forse è vero, nel senso che facciamo del nostro meglio, e dunque siamo i migliori del nostro mondo; se entrassimo nel mondo dell’altro probabilmente ne saremmo totalmente estranei. A pensarci bene, è impossibile carpire tutto ciò che sta dentro l’altro: questo mi affascina e quell’altro mi respinge. Ma sono realmente a conoscenza del “perché”?

Davide Mancini Zanchi, Studio per il quadro più brutto del mondo, 2018, acrilico su tela, dimensioni variabili (50 elementi, ciascuno 30×40 cm), courtesy l’artista e A+B gallery, Brescia. Foto di Alberto Petrò

Penso che, a questo punto, devo considerare le intenzioni, mie e dell’altro; con chi vado a relazionarmi? In che modo? Cosa ho messo nel piatto? Cosa si aspetta lui? Posso dare qualcosa per scontato? Etc…

Nel rapporto fra persone si apre una porta immensa che non ho assolutamente la forza di aprire, ma tra una persona e un oggetto è più facile, forse… Sicuramente ci sono dei punti dai quali non si sfugge: grandezze, tempi e luoghi; e poi materiali o anni. La lista cambia sempre.

Tutti questi elementi consciamente o inconsciamente diventano gli appigli di una relazione tra l’oggetto e la persona; si vanno a creare dei meccanismi che si ha la pretesa di poter controllare… ma non è affatto così!

É impossibile “controllare”, o meglio “gestire” il rapporto tra le due parti, quegli appigli che pensavo fossero efficaci spariscono inesorabilmente di fronte all’altro e alla sua sensibilità.

Così uno qualsiasi dei miei 50 dipinti che costituiscono l’opera installativa Studio per il quadro più brutto del mondo diventa per qualcuno “bellissimo”, e tutto va a farsi fottere….

Davide Mancini Zanchi, Studio per il quadro più brutto del mondo, 2018, acrilico su tela, dimensioni variabili (50 elementi, ciascuno 30×40 cm), courtesy l’artista e A+B gallery, Brescia. Foto di Alberto Petrò

Ha collaborato alla rubrica Irene Sofia Comi

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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.