Luca De Leva ,Hai paura dell’uomo nero? Atto primo @ Museo Burel, Belluno 2019 – Courtesy l’artista e ADA, Roma Photo credit Stefano Zangrando

Segue lo scambio di riflessioni tra Luca De Leva e Daniela Zangrando, in occasione della mostra Hai Paura dell’Uomo Nero? Atto primo (a cura di Daniela Zangrando) ospitata al Museo Burel a Belluno, dal 16 Marzo al 27 Aprile 2019

Luca De Leva – Il fulcro della nostra percezione è nel profondo di noi stessi, in uno spazio in cui i pensieri non sono ancora diventati parole. Spesso non gli concediamo mai lo spazio e il silenzio per manifestarsi, o per meglio dire, lo sfidante non permette che ciò accada, perchè questo significherebbe arrivare a vedere che la nostra vita non è nelle nostre mani, cioè nella trasposizione in azione delle sensazioni percepite dalla mente profonda, ma nelle mani delle forze dello sfidante, nell’illusione interiore della nostra libertà personale.
Ecco quindi che non esprimere le emozioni negative e far emergere la mente profonda, creano un nuovo spazio interiore, uno spazio di ascolto e osservazione, uno spazio totalmente nostro, dove lo sfidante non può intervenire, né interagire per utilizzarlo a suo vantaggio.
Più grande, più profondo questo spazio diventa, più prendiamo energia dal campo gravitazionale dello sfidante, più grande e maestosa diventa la nostra esistenza.

Daniela Zangrando – Mi rendo conto di conoscere troppo poco il tuo lavoro. Di averlo liquidato velocemente. Superficialmente.
Ho guardato con grande attenzione i materiali che mi hai mandato. Mi piacerebbe sapere a cosa stai pensando ora. Cosa stai fantasticando, sognando. A cosa stai lavorando.
Quella lettera. La sua intensità e la sua semplicità stravolgono il senso. Penso operi lo stesso movimento della mostra. Una via di mezzo tra un solitario scambio epistolare pieno d’amore e un lascito testamentario.

Rappresentare la morte come se non ci fosse. Una comunità in cui tutto si svolge come se nessuno avesse cognizione della morte. Nella lingua di quella gente non c’è alcuna parola per dire ‘morte’; ma non c’è neppure alcuna consapevole circonlocuzione. Anche se uno di loro avesse l’intenzione di infrangere la legge e in particolare questo primo comandamento non scritto, inespresso, e volesse parlare della morte, non riuscirebbe a farlo, perché non troverebbe alcuna parola comprensibile agli altri. Nessuno viene seppellito, nessuno cremato. Nessuno finora ha mai visto un cadavere. Gli uomini spariscono, nessuno sa dove; un senso di pudore li induce improvvisamente ad allontanarsi; poiché è ritenuto peccaminoso essere soli, non si fa mai menzione degli assenti. Spesso ritornano, ci si rallegra quando qualcuno è di nuovo presente. Ogni periodo di allontanamento e di solitudine viene considerato alla stregua di un brutto sogno, e non si è tenuti a riferirne. Le donne gravide tornano da questi viaggi con i bambini che hanno partorito, si sgravano in solitudine, a casa potrebbero morire durante il parto. Persino i bambini piccolissimi d’improvviso si allontanano.” (Elias Canetti)

Questa mostra non ha nome tra i miei pensieri. Forse non hai voluto infrangere quel primo comandamento. E l’hai fatto in silenzio. Con una determinazione assoluta. Di quelle a cui non si concede di voltare la testa all’indietro.
Un pensiero

– Amo leggere quello che scrivi, ho varie idee in mente ma davvero aspetto di venire lì perche il posto ha un valore troppo importante. Fine gennaio è vicina e quindi merita ancora più attenzione, senza contare che a fine gennaio compierò gli anni 🙂 Insomma voglio vedere prima.

Luca De Leva ,Hai paura dell’uomo nero? Atto primo @ Museo Burel, Belluno 2019 – Courtesy l’artista e ADA, Roma Photo credit Stefano Zangrando

[segue parte di mail scritta prima di alcune aggiunte precedenti] 

In questo caso ancora di più, credevo che si pronunciasse búrel, invece è burél, giusto? L’altro giorno ho conosciuto un tizio che mi ha detto che c’è una grossa svalutazione del legno data la calamità recente, troppi alberi caduti troppo legno da vendere, è vero?

Cmq Daniela se scrivo in maniera esposta è perché non mi sento, davvero; tante volte cerco di riempire il vuoto, ma in realtà non sono mie le parole, pure questo è altrove, non ha valore e spesso non invoglia all’impegno, come sentirsi capitati in vita.
Immagino che in questi sei anni tu abbia spremuto parecchio, chissà se davvero dobbiamo, in realtà sì (?), ci insegnano di dover costruire e che meglio, è meglio di peggio, da molto prima degli americani (che sono il mio capro espiatorio mentale preferito). Voi vivete in montagna, splendido, dico voi perche penso anche ad Alberto, che dopo aver deviato il flusso di una fontana pubblica per creare un arcobaleno mi ha fatto innamorare per sempre.

– Si sta facendo notte. Ho cercato di fotografarti quello che vedo dal mio studio, in questo istante. È semplicemente una caduta di luce. Fra qualche minuto resterò sola, con gli occhi dei lampioni.
Mi ero ripromessa, ricominciando a seguire gli artisti, di non innamorarmi più delle loro idee. Di non pensarci notte e giorno, di non affezionarmi a come muovono le mani o trascinano i piedi.
Ma come si fa a pensare davvero (e non solo per “lavoro”, per professione, per retorica) ad un abbassamento, ad una postura, senza continuare a sentire le parole che vorticano in testa e nello stomaco? Senza quel mescolamento? Come faccio, mentre mi parli al telefono, a non immaginare per un attimo di entrare in quella camera, a non porre l’attenzione sulle due ciabatte tolte appena sei entrato nella stanza, spalmate anch’esse a terra, basse, giù.
A non chiedermi che musica stai ascoltando, oggi. Quali termini stai studiando. Cosa hai scoperto di quel ferro di cavallo che sembravi così infantilmente contento di aver trovato e che ti ha strappato un’esclamazione carnosa?
Una frase. E uno schieramento di pensieri. È a questo che stai lavorando.
Sembrano due poli perfettamente equilibrati. Eppure penso che in qualche modo siano intrusi l’una all’altro. Sono distinti con precisione quasi chirurgica. Li dividono le stanze. Ma non riescono in realtà a ridimensionare la forza che penso abbiano nella tua testa. E non è una forza così pulita. È piena di contaminazioni, che ancora non conosco bene, ma sento, sbirciando un po’ da una porta socchiusa.
Non c’è decorosa e manierista equidistanza, ma pressione.

-Oggi è successa una cosa, una rottura fisica, mi devia leggermente verso altre direzioni, accolgo la coincidenza, tutto è migliore, davvero. Molto.
Come mi divertono questi messaggi misteriosi che alla fine non significano niente ahah, sono richieste di fiducia.
Come stai?

– L’ho visto l’Altro sai? È questione di niente.
Per una strana coincidenza anche per me, ieri,una rottura. Che però mi ha messo di pessimo umore.
Verso che direzioni ti sta muovendo?
A più tardi

Luca De Leva ,Hai paura dell’uomo nero? Atto primo @ Museo Burel, Belluno 2019 – Courtesy l’artista e ADA, Roma Photo credit Stefano Zangrando

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I (never) explain è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere a una selezione di artisti  di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare.
Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro o serie, dalla sua origine al processo creativo, dall’estetica al concetto.