Motoko Kusanagi: Non puoi copiarti?

il Burattinaio: Una copia è soltanto una copia. C’è la possibilità che basti un solo virus a distruggermi completamente. Una copia non offre varietà, né individualità. Per esistere, e raggiungere l’equilibrio, la vita tende a moltiplicarsi, variare costantemente, a volte sacrificando la propria stessa esistenza. Le cellule continuano il processo di morte e rigenerazione, rinnovandosi ciclicamente mentre invecchiano. E quando arriva il momento di morire, tutti i dati in loro possesso vengono perduti, lasciando soltanto i loro geni e progenie. Tutte difese contro il catastrofico fallimento di un sistema rigido.

Motoko Kusanagi: È quindi per evitare questa catastrofe che aspiri alla varietà che è necessaria contro l’estinzione. Ma come farai a ottenerla?

il Burattinaio: Desidero unirmi a te.

Ghost in the Shell, diretto da Mamoru Oshii nel 1995, è un adattamento anime del manga di Masamune Shirow in cui androidi e cyborg popolano un Giappone del futuro. Per entrare nello specifico, l’androide è un essere artificiale, un robot con sembianze umane, che può risultare indistinguibile dall’essere umano e differisce dal cyborg, costituito invece da parti biologiche oltre che artificiali. Corpi di origine sintetica con innesti organici e viceversa. Il Burattinaio è una forma di vita incompleta, un sistema privo dei processi vitali di base come la morte, o l’abilità di riprodursi. Quando il Burattinaio trova Motoko si connette a lei, i loro ghost entrano in contatto e da fuori è impossibile capire chi è entrato nel corpo di chi. Quella del Burattinaio è una proposta di accoppiamento in una scena d’amore queer che vede due elementi unirsi per formare un tutto unico.

Neringa è una penisola, una sottile striscia di terra che si stende per 98 km e separa la laguna dei Curi, a est, dal Mar Baltico, sulla costa occidentale. Nel suo punto più largo, 3,8 km per l’esattezza, si trova Nida, paesino di mare da tempo frequentato dalla comunità artistica che nel 2011 ha fondato una kolonija: Nida Art Colony. I primi giorni di gennaio del 2020 prendo un volo per Vilnius e poi una navetta che mi porta fino a Klaipėda. Da lì c’è il traghetto e poi un bus che attraversa un paesaggio di dune di sabbia. Per il periodo della residenza mi immergo in letture riguardanti episodi di estinzione. Il fatto che una o più specie possano scomparire del tutto, non è sempre stata una questione così ovvia. Introdotto dal biologo francese Georges Cuvier alla fine del XVIII secolo, il concetto di estinzione indica la scoperta di un mondo precedente al nostro. Anche la definizione di vita è vaga. Come suggerisce W.J.T. Mitchell è possibile pensare attraverso la categoria della vita stessa in termini dell’opposizione che governa la sua dialettica:

living undead

inanimate dead

 “L’organismo vivente ha due opposti o contrari: l’oggetto morto (il cadavere, la mummia o il fossile) che è stato vivo in passato, e l’oggetto inanimato (inerte, inorganico) che non è mai stato vivo”. La terza opposizione è, quindi, la negazione della negazione, il ritorno (o arrivo) della vita nella sostanza inanimata […] 

 W.J.T. Mitchell, What Do Pictures Want? The Lives and Loves of Images, The University of Chicago Press Chicago 2005

La biblioteca dell’istituto è rivolta a est e ha un’intera parete in vetro dalla quale si possono osservare la luna che sorge e la luce del faro. Al piano terra, proprio sotto alla biblioteca, c’è un’area di lavoro comune con varie attrezzature tra cui una macchina laser.

Residui 2020, carta da lucido (20×30 cm), plexiglass (180×100 cm; 50×30 cm) è un progetto iniziato nel 2020 durante un periodio di residenza presso Nida Art Colony in Lituania. 

Il taglio laser è un processo di separazione termica. Il raggio colpisce la superficie del materiale e lo riscalda al punto da fonderlo o da vaporizzarlo completamente. Una volta che il raggio laser è penetrato nel materiale in un determinato punto, ha inizio il processo di taglio vero e proprio. Ordino quindi una lastra di plexiglass rosso spessa 3mm con i bordi fluorescenti. La plastica cattura lo sguardo specialmente in un posto remoto e silenzioso come Nida. In un contesto dai colori pastello, il polimetilmetacrilato fluo si esibisce in un flusso costante tra vulnerabilità e forza. L’aposematismo in biologia, è il fenomeno per cui certi esseri viventi assumono colorazioni vistose allo scopo di scoraggiare i predatori o corteggiare il/la partner. Seguendo questa logica, il rosso del plexiglass rende il tutto un po’ drammatico e al tempo stesso eccitante. Nella mia pratica artistica esploro spesso strategie seduttive, processi di deadenza, di riproduzione, di mimetismo e di simbiosi giocando a ibridare organico e inorganico, umano e non-umano.


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Le dieci pratiche artistiche scelte per questa sezione di I (never) explain sono eterogenee eppure collegate da uno specifico approccio; ognuna di esse si sviluppa tramite l’ascolto di materiali e medium, intendendoli nella loro accezione più organica, autonoma, viva. Ognuna di queste opere è il risultato di una pratica fondamentalmente alchemica, poiché definita da gesti e stratificazioni, procedendo per addizione e sottrazione, manipolando la materia fino a trasmutarla in microcosmi personali. 

A cura di Zoë De Luca

Foto Mattia Angelini

Per leggere gli altri interventi di I (never) explain

I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.

Dall’apertura della rubrica, tra i curatori invitati a selezionare gli artisti: Simona Squadito, Irene Sofia Comi