• William Klein, Guardiano di Cinecittà. Roma, 1956 © William Klein
  • Steve McCurry, Gondole in un canale. Venezia, marzo 2011 © Steve McCurry
  • Sebastião Salgado, Gli equipaggi, condotti dal rais, si radunano all’alba per dare inizio alla mattanza. Trapani, 1991 © Sebastião Salgado : Amazonas Images
  • Joel Meyerowitz, Cipressi, mattina presto. Toscana, 2002 © Joel Meyerowitz - Courtesy of Howard Greenberg Gallery
  • Henri Cartier-Bresson, Livorno, 1933 © Fondation Henri Cartier-Bresson, Paris / Magnum Photos
  • Abelardo Morell, San Marco. Venezia, 2007 © Abelardo Morell - Courtesy of Edwynn Houk Gallery, New York
  • David Seymour, Bernard Berenson osserva la statua di Paolina Borghese di Antonio Canova alla Galleria Borghese di Roma. Roma, 1955 © David Seymour : Magnum Photos
 

Palazzo della Ragione di Milano ospita fino al 7 febbraio 2016 la seconda tappa della mostra “Italia Inside Out”, avviatasi il 21 marzo 2015. L’esposizione, dal titolo “I grandi fotografi e l’Italia”, è a cura di Giovanna Calvenzi, che, insieme a Domenico Piraina (Direttore di Palazzo della Ragione), Filippo del Corno (Assessore alla Cultura) e Filippo Zevi (Giunti Arte Mostre Musei), era presente alla conferenza stampa.  Con più di 500 immagini e 80 artisti diversi, la Calvenzi ha voluto dare un preciso taglio curatoriale ad entrambi gli episodi: il primo si configurava come l’immagine e il ricordo dell’Italia da parte di fotografi nazionali, che qui sono nati e cresciuti, con tutto il carico emozionale ed esperienziale che un legame nativo al suolo di nascita porta nell’arte; nel secondo, invece, si è voluto indagare come l’Italia sia stata percepita dai più grandi fotografi stranieri, sotto quali ottiche, per quali aspetti peculiari, con che risultati. La mostra è, suggerisce la curatrice, “un omaggio alla fotografia internazionale attenta al nostro paese” e, continua, “nella sua preparazione sono venute alla luce diverse perplessità, perché mi rendevo conto che dove gli italiani erano profondi e avevano lavorato con intensità nel luogo, gli artisti stranieri avevano visto l’Italia solo nella prospettiva del Grand Tour, con estrema velocità. Da una prima indagine emergevano solo le più celebri città italiane, Venezia, Roma, Firenze…ero molto preoccupata. Poi abbiamo allargato gli orizzonti e le immagini che presentiamo sono straordinarie, per i nomi degli autori, per la ricchezza di punti di vista, per la molteplicità di linguaggi, che rendono la mostra affascinante. Vedendola finita ho provato un piacere enorme”.

Il percorso espositivo è stato suddiviso in sette macro-aree, ciascuna delle quali accorpa una rosa di fotografi che per la loro pratica, o per una parte di essa, denotano caratteristiche simili. “L’Italia, la fotografia ‘umanista’ e altro” è la sezione che inaugura la mostra e, in essa, la prima opera che incontra lo spettatore è di Henri Cartier-Bresson, per due ragioni, spiega la Calvenzi: “Perché è il primo fotografo ad essere arrivato in Italia negli anni ’30 e perché il suo lavoro ha profondamente influenzato la cultura visiva internazionale”. La sezione presenta autori “umanisti”, che hanno guardato con grande attenzione agli uomini e alla loro vita. Tra questi, Robert Capa, che immortala gli americani nel loro viaggio durante la risalita del ’43, dalla Sicilia verso Napoli; David Seymour, che si focalizza sulla spiritualità e sulla fede italiane; e poi Herbert List, William Klein, fino a Sebastiao Salgado, con gli scatti alle tonnare siciliane, quasi fosse un saggio fotografico.

La seconda area tematica è “La poesia del bianco e nero”, che propone fotografie non a colori proprio negli anni in cui il colore è importantissimo. Si ricordino George Tatge, con la sua rilettura di un’Italia “metafisica”; Guy Mandery, che ricerca ossessivo il bianco e nero nel Mediterraneo; Helmut Newton e le sue 72 ore per raccontare Roma; Claude Tori, che fotografa a Rimini delle ragazzine in spiaggia, con anche un piccolo suo film degli anni ’80. A seguire, “Dove l’interpretazione diventa un atto d’amore”. Si passa da Abelardo Morell, che con la tecnica del foro stenopeico racconta l’Italia delle grandi città per sovrapposizioni di ambienti interni ed esterni, a Hiroyuki Masuyama, che col suo viaggio a Venezia alla ricerca di Turner ne ricava una summa molto pittorica; Irene Kung, capace di far emergere come dal nulla i monumenti milanesi; Alexey Titarenko, che racconta Venezia con gli occhi ancora pieni delle notti bianche in San Pietroburgo; Sarah Moon, con una Reggio Emilia sofferente, specchio di un male interiore. Altra sezione “La nobile tradizione documentaria”, spazio che indaga la fotografia documentaria, con autori dal linguaggio visivo stretto nei limiti dell’obiettività e dell’oggettività. Si va dalla Milano di Thomas Struth alle Alpi di Axel Hutte; dalle diverse tappe italiane riprese da John Davies, ai dittici e trittici di Mark Power con cui ci offre Milano, Torino, il cretto di Burri a Gibellina; poi Jordi Bernadò, con i lavori sui luoghi del potere; Paul Strand con la sua lezione di fotografia applicata mediante ritratti, still life, paesaggi…

Un’altra area, intitolata “Lo sguardo inquieto”, si focalizza su tre fotografi americani, capaci di interpretare i disagi sociali e gli scempi paesaggistici di cui ha sofferto l’Italia. Art Kane nel ’69 utilizza la tecnica sandwich di diapositive per mostrare i pericoli che corre Venezia; Michael Ackerman incontra un tossicomane tra le strade di Napoli e lo fotografa; Jay Wolke fa una ricerca molto profonda sull’architettura del mezzogiorno, sugli avanzi di cantiere della seconda guerra mondiale, con ponti iniziati e mai finiti, con progetti lanciati e non abortiti. Si passa poi a “Lo sguardo positivo”, “una dichirazione d’amore collettiva che parte con Harry Gruyaert, innamorato dalle categorie degli autori italiani, e presenta poi un Martin Parr graffiante, a volte un pochino più gentile, ma sempre fortemente critico nel fotografare la Costiera Amalfitana con i turisti che invece di guardare il paesaggio guardano se stessi; un Hans can der Meer che documenta i campi di calcio,…” (G.C.) Per finire, c’è la sezione “Autoritratto: le possibilità del ‘acconto di sé”: “in questi anni di selfie scatenati, mi sembra giusto mostrare questo tipo di rappresentazione. C’è un sorprendente Nobuyoshi Araki che a Venezia, colto dall’entusiasmo dal carnevale, si fotografa per la strada con maschere da gattino e una Sophie Zénon, che ripercorre la storia dei suoni nonni provenienti dal Lago di Garda…e altri ancora”.

Gli artisti in mostra: Nobuyoshi Araki, Michael Ackerman, Jordi Bernadó, Elina Brotherus, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Gregory Crewdson, John Davies, Joan Fontcuberta, Harry Gruyaert, Alex Hütte, Art Kane, William Klein, Irene Kung, Herbert List, Guy Mandery, Iroyuki Masuyama, Steve Mccurry, Joel Meyerowitz, Sarah Moon, Abelardo Morell, Helmut Newton, Claude Nori, Martin Parr, Mark Power, Bernard Plossu, Sebastião Salgado, David Seymour, George Tatge, Thomas Struth, Alexey Titarenko, Hans Van Der Meer, Cuchi White, Jay Wolke, Sophie Zénon

 Henri Cartier-Bresson, Firenze, 1933 © Fondation Henri Cartier-Bresson, Paris / Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson, Firenze, 1933 © Fondation Henri Cartier-Bresson, Paris / Magnum Photos

Martin Parr, Costiera Amalfitana, 2014 © Martin Parr : Magnum Photos – Courtesy Studio Trisorio, Napoli

Martin Parr, Costiera Amalfitana, 2014 © Martin Parr : Magnum Photos – Courtesy Studio Trisorio, Napoli

Segue un testo della curatrice Giovanna Calvenzi 

Un Grand Tour in sette tappe

Sette ampie aree di riflessione per raccontare come i grandi fotografi internazionali hanno visto l’Italia in un arco di tempo di quasi ottant’anni: aree tematiche o linguistiche all’interno delle quali si sviluppa una storia indiretta della fotografia e dell’evoluzione dei suoi linguaggi. Il lungo viaggio inizia con un autoritratto di Henri Cartier-Bresson del 1933: il suo sogno umanista di fermare il tempo, di cogliere il momento decisivo nel flusso in divenire della realtà influenzerà a lungo la fotografia di diversi Paesi e sarà adottato da generazioni di fotografi. A lui, indiscusso maestro, e al suo lavoro sull’Italia, è affidato il compito di introdurre il primo itinerario, fra autori che in grande autonomia fanno riferimento alla cultura visiva dell’immediato dopoguerra e che creano quella che a lungo rimarrà “l’immagine” del Paese.

L’Italia, la fotografia “umanista” e altro

Dopo Cartier-Bresson, e il suo viaggio durato circa trent’anni, il reportage di Robert Capa al seguito delle truppe americane durante la Campagna d’Italia del 1943; l’elegante rilettura del mondo della fede affrontato da David Seymour; il fascino che un’Italia minore esercita su Cuchi White, ancora studentessa di fotografia. Poi la visione umanista si stempera nelle luci classiche del racconto di Herbert List o nella destabilizzazione della visione di William Klein che entra da protagonista nel provocatorio racconto di Roma del 1956. Infine Sebastião Salgado che, con la consueta magistrale capacità di rileggere la realtà degli uomini, racconta l’epopea degli ultimi pescatori di tonni in Sicilia.

La poesia del bianco e nero

La fascinazione per la fotografia in bianco e nero caratterizza la seconda area tematica nella quale la narrazione si allontana dal reportage ma conserva intatta la poesia della visione classica. Claude Nori ripercorre le strade dei ricordi sul litorale adriatico alla ricerca di radici familiari; George Tatge si lascia incantare da visioni metafisiche; Helmut Newton in “72 ore a Roma” ricrea una passeggiata notturna nel centro monumentale della città e Guy Mandery cerca a sud paesaggi conosciuti, reminiscenze letterarie, armonie di natura e architetture.

Dove l’interpretazione diventa un atto d’amore

Nella terza area tematica, le città d’arte e cultura diventano terreno di interpretazione e di sperimentazione dei molti linguaggi che la tecnologia contemporanea offre oggi alla fotografia. Alexey Titarenko dedica a Venezia quindici anni di una profonda, poetica frequentazione; Abelardo Morell, utilizzando le tecniche del foro stenopeico, crea visioni nelle quali interni ed esterni si sommano; Bernard Plossu attraversa l’Italia in treno e ricorre poi a un sistema di stampa al carbone che risale alla fine dell’Ottocento; Gregory Crewdson riscopre la fotografia in bianco e nero per interpretare Cinecittà; Hiroyuki Masuyama usa tecniche sofisticate per reinventare Venezia alla maniera di William Turner; Sarah Moon dedica a Reggio Emilia un suo invernale sogno in bianco e nero e Irene Kung ricrea un’atmosfera onirica per ritrarre i monumenti del passato e del presente di Milano.

La nobile tradizione documentaria

Paul Strand, che con Cesare Zavattini ha realizzato una delle più straordinarie opere dedicate alla realtà contadina (Un Paese, 1953), introduce al quarto itinerario, affidato ad autori che utilizzano quello che per consuetudine viene definito “linguaggio documentario”. Strand, attraverso ritratti, still life e paesaggi conserva la storia di un piccolo centro emiliano, Luzzara; Thomas Struth ritrae il centro storico di Milano; John Davies frequenta luoghi diversi in anni diversi e il linguaggio diventa il trait d’union che unisce i diversi tasselli della sua narrazione; Jordi Bernadó si dedica ai palazzi di Roma nei quali si esercita il potere; Mark Power utilizza dittici e trittici per raccontare il disorientamento del Paese; Axel Hütte ritrae le Alpi, magistralmente e algidamente imponenti; Joan Fontcuberta si dedica ai gabinetti delle curiosità dei Musei scientifici di Bologna e di Reggio Emilia.

Lo sguardo inquieto

Disagi esistenziali o scempi architettonici trovano spazio nella narrazione nella quinta area. Già alla fine degli anni Sessanta Art Kane progetta immagini-sandwich dedicandole alla salvezza di Venezia; Michael Ackerman racconta invece in una lunga sequenza un doloroso incontro napoletano mentre Jay Wolke censisce in Italia meridionale lo stato di abbandono di molte architetture.

Lo sguardo positivo

Quasi a contraltare, numerosi sono invece gli autori che rileggono con sguardo positivo diverse situazioni italiane. Hans van der Meer documenta i campi di calcio amatoriali, attento a cogliere con gentile ironia gli eccessi teatrali dei giocatori; Joel Meyerowitz racconta le luci magiche della Toscana e arricchisce le sue immagini con il contributo poetico di Maggie Barret; Harry Gruyaert ricostruisce un suo ideale viaggio in Italia; Steve McCurry è a Venezia, affascinato dall’alchimia estetica che si crea tra le persone e l’ambiente; Martin Parr sulla costiera Amalfitana gioca con l’immagine dei turisti che si dedicano a ritrarre se stessi sullo sfondo di straordinari paesaggi.

Autoritratto: le possibilità del “racconto di sé”

Al tema della narrazione autobiografica è dedicata l’ultima area: Nobuyoshi Araki, lui pure affascinato dalla città lagunare, si fotografa con le maschere del carnevale e racconta in chiave soggettiva i suoi incontri. Sophie Zénon ripercorre la storia della sua famiglia, costretta a emigrare, affiancando i ritratti dei suoi nonni ai loro luoghi di provenienza; e infine Elina Brotherus e i suoi autoritratti nel paesaggio, che si ricollegano all’inizio del nostro itinerario, allo stupefacente e modernissimo autoritratto di Henri Cartier-Bresson che idealmente ha dato il via a questo lungo viaggio.