?Valentina Dotti, Risme
? Valeria Cavagnoli, Geminazione
? Silvia Inselvini, La schiuma dei giorni
?Lucia Seghezzi, Due tempi, due pesi
? Lucia Seghezzi, Il carbonio dice tutto a tutti
? Francesca Longhini, Cavallo Sauro

? Paolo Richetti, Adoro Ancora
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Luca Trevisani racconta la mostra ‘I can no longer associate myself’ allo Spazio Morris a cura di Stefano Mandracchia.

Nel comunicato stampa della mostra avevo letto di Rosemary’s Baby. Sapevo di Spazio Morris come di una casa abbandonata da tempo, e dell’amore di Stefano per l’horror. Gli ingredienti che prevedevo li ho trovati tutti, ma quando sono arrivato in via Crivelli li ho trovati mescolati in modo strano, e la cosa mi ha spiazzato.

L’atmosfera era davvero piacevole; era come essere un bambino piccolo che va a trovare una vecchia parente, che teme di passare il pomeriggio a mangiare biscotti secchi, innaffiati da del thè con troppo limone e, invece, si ritrova a giocare con lei a twister, o a sentire racconti semplici ma spassosi.
Si, lo so, mi diverto con poco. Ma, in fin dei conti, non è una dote ?

E poi, lasciatemelo dire, I Can No Longer Associate Myself non è mica poco. E poi, lasciatemi dire anche questo: freschezza mezza bellezza.
E con questo non intendo che si tratti di una cosa leggera. Noi italiani – e il povero Calvino insegna – questa strana idea di leggerezza c’è la siamo ritrovata addosso e non ce la stacchiamo più.
Non parlerei di una mostra leggera, no, perché la vita non si misura in grammi, ma di una mostra lieve, senza retorica, senza zavorra.
Non chiedetemi di dirvi cosa mi è piaciuto di più, non è interessante dividere gli ingredienti: la somma è sempre più dell’unione delle sue parti.
Andate a toccare con mano, siamo sotto pasqua, copiate da san Tommaso.

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