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Alessandro Agudio e Davide Stucchi in occasione di Ha-ha nello spazio Plusdesign*  a Lambrate, Milano. 
Davide Stucchi: Nell’androne di casa Berri – Meregalli a Milano: Adolfo Wildt o Giulio Ulisse Arata?
Alessandro Agudio: G. U. Arata, anche il suo complesso termale napoletano di Agnano, progettato come casa Berri – Meregalli negli anni dieci  del novecento. Quest’opera mi affascina come logica di inserimento di un ambiente costruito in uno naturale. Inoltre il portale d’ingresso di queste terme è stato spostato più a valle come altri resti degli edifici che facevano parte della struttura originaria dopo il loro abbattimento negli anni sessanta. Ora mentre sto guardando le immagini di questo luogo penso di trasportarci la Vittoria di Wildt.
D. S. : Ha-ha di William Kent o Swoosh di Nike?
A.A. : Ha-ha di William Kent.
D. S.: Teoria delle ombre o Libro d’ombra di Junichiro Tanizaki?  
A.A.: Libro d’ombra, e Il tokonoma più di tutto, ovvero una nicchia nella stanza principale della casa giapponese dove esporre di volta in volta un quadro o qualche fiore. E a fianco una cameretta a pedana.   
D. S. : Il progetto Machiantor o il Festival Dominator?
A.A. : Entrambi! Machinator l’abbiamo provato, mentre a Dominator dobbiamo andarci.
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* Questo progetto è inscritto in un’idea più ampia che ha avuto origine a partire da una visione di Marco Tagliafierro, un’immagine della mente per la quale alcuni artisti verranno invitati a confrontarsi con le proprietà linguistiche di alcune architetture che ospitano l’arte nella contemporaneità. Si tratta di un format che prevede l’interazione di uno o due artisti con un’architettura, questo per ogni tappa di un programma di appuntamenti che si andrà a definire strada facendo. Si chiamerà machinator, termine latino che accanto ai significati di fabbricatore e meccanico aveva anche quello di architetto ed ingegnere. Se ne può desumere una concezione di architettura che la equipara al concetto di macchina. La scarsa comprensione delle modalità di funzionamento della macchina, per quell’epoca, ha portato il curatore a pensare ad una concezione di architettura percepibile come problema aperto.