Guido Guidi, Milano, 1998
Guido Guidi, Cogliate (MI), 1995

Il concetto di paesaggio non esiste, è un termine inventato, introdotto nella nostra lingua nel Settecento, preso a prestito dai vedutisti francesi. È comunque un termine fortunato, che è entrato nel linguaggio comune, quotidiano e anche giuridico. In Italia i progetti di committenza pubblica fotografica nel paesaggio tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso hanno contribuito ad accelerare il processo di istituzionalizzazione della fotografia non solo in termini di collezionismo, ma anche di conservazione, letteratura specialistica e mercato.

Il concetto di paesaggio non esiste, è un termine inventato, introdotto nella nostra lingua nel Settecento, preso a prestito dai vedutisti francesi. È comunque un termine fortunato, che è entrato nel linguaggio comune, quotidiano e anche giuridico. In Italia i progetti di committenza pubblica fotografica nel paesaggio tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso hanno contribuito ad accelerare il processo di istituzionalizzazione della fotografia non solo in termini di collezionismo, ma anche di conservazione, letteratura specialistica e mercato.

Cinque viaggi 1990-98 di Guido Guidi, curata da Corrado Benigni, presso il Monastero di Astino, rientra in una serie di mostre in cui l’indagine paesaggistica è attraversata dallo sguardo di importanti fotografi italiani degli ultimi quarant’anni. 

Nei primi anni Ottanta Guido Guidi partecipa al progetto Viaggio in Italia, con Luigi Ghirri, Olivo Barbieri, Mario Cresci, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte, Vittore Fossati e altri artisti. Precedentemente guarda con ammirazione le immagini di Eugène Atget, le ricerche di Walker Evans, Paul Strand, Lee Friedlander. Aderente alle esperienze visuali dei Nuovi Topografi Americani, Robert Adams e Stephen Shore, l’artista cesenate poi indaga a suo modo il fluire del tempo periferico, la sua trasparenza non invisibile, il passaggio dei secondi sui muri, tra luci e ombre – ai margini dei centri provinciali italiani -, lo scorrere dei minuti fotografici nei ciuffi di erbe sommossi dall’aria. Osserva la cultura vernacolare, posa lo sguardo e l’obiettivo sulle pietre, sui bastoni, sulle facciate delle case, sui dettagli ritenuti insignificanti. Traduce con il medium fotografico contemporaneo certe questioni che erano state analizzate dalla pittura olandese di paesaggio, con uno sguardo meno interessato alla centralità e più rivolto alla descrizione lenticolare degli aspetti gergali.

Nella mostra Cinque viaggi 1990-98 sono proposti paesaggi marginali lombardi, che sono da osservare con grande attenzione, nei minimi dettagli, con molto tempo a disposizione, perché le immagini di Guido Guidi sono mondi complessi. È necessario andare oltre la prima apparenza, oltre il primo sguardo d’insieme, e addentrarsi in silenzio in ogni minimo soggetto marginale contenuto nell’immagine. Poi osservare le sequenze, le connessioni tra due o più fotografie. E poi addentrarsi nelle singole immagini e nella sequenza montata nel libro/catalogo edito da Mack. Il progetto raccoglie fotografie realizzate negli anni Novanta a Milano, ma anche nella sua periferia, nei luoghi in cui la città finisce e un’altra comincia, in quello che Corrado Benigni definisce come “uno spazio dai confini sfrangiati e mutevoli”.

Il titolo della mostra riflette l’asciuttezza di Guidi che tra il 1990 e il 1998 ha svolto cinque viaggi tra Cesena e la Lombardia, per due committenze pubbliche: Archivio dello spazio e Milano senza confini. Questi progetti, voluti dalla Provincia di Milano e realizzati tra il 1987 e il 1998, furono affidati a Roberta Valtorta. Cinque viaggi 1990-98 è una mostra che include quindi una selezione di immagini di questi progetti, ma anche diversi inediti. Lo sguardo di Guidi si posa su “luoghi imprecisi”, agendo secondo una prassi per cui egli è ciò che fotografa nel momento stesso in cui lo sta fotografando.

Guido Guidi, Cogliate (MI), 1995
Guido Guidi, Lazzate (MI), 1997

Le fotografie di questi luoghi periferici milanesi registrano la mutazione dei processi urbani, ma la verticalità della gran parte delle immagini nel progetto “sembra rifarsi alla zona più oscura e profonda dell’anima milanese e lombarda, quella che in letteratura – dagli Inni sacri di Manzoni alla Scapigliatura, dal Romanticismo fino a Gadda e Testori – sceglie di esplorare i luoghi poetici inafferrabili da qualsiasi razionalismo”, scrive Benigni.
I Promessi Sposi, insieme alla Bibbia, è uno dei pochi libri nella casa paterna di Guidi, che afferma di aver conosciuto Milano per la prima volta leggendo Manzoni e che attraverso queste fotografie ha “voluto in qualche modo ripercorrere il cammino di Renzo Tramaglino in fuga da Milano verso Bergamo, lungo il naviglio della Martesana”.
Alessandro Manzoni, afferma il curatore, “ha anticipato nell’Ottocento lo sguardo dei fotografi di Viaggio in Italia là dove descrive il paesaggio con uno sguardo rasoterra… I fotografi di paesaggio in Italia hanno una visione rasoterra, mai aerea”.
Le fotografie esposte sono dotate di una bellezza raffinata, in cui la consistenza della luce e la sua traccia temporale si insinuano anche nella pelle delle immagini, alcune delle quali sono stampate a partire da diapositive sulle quali il tempo ha agito lasciando la sua traccia.
Quelli che sembrerebbero viraggi accelerati della componente magenta di vecchie stampe vintage sono in realtà il riflesso di un trasferimento. Si tratta di un dettaglio, minimo, ma che rende paradossalmente toccanti queste visioni di luoghi imprecisati del territorio lombardo, in cui la fragilità temporale riecheggia nel processo stesso di stampa, senza essere artificio. L’armonia delle forme, le prospettive precise, le specchiature e le barriere sono alcuni degli elementi che caratterizzano la poetica di Guidi. Così come la lieve differenza, di luce, di concentrazione, di materia, di posizione.
È una poetica che si trova nei dettagli. Anche nella resistenza in ripetizioni lente, nei limiti dello sguardo. Che suggeriscono il processo di comprensione per immagini, attraverso lievi mutazioni, spostamenti. In Guidi la contemplazione in sé è nell’assenza di un evento, registrato da una macchina che cammina ad altezza d’uomo. E che muovendosi lentamente apprende lo sguardo, in una dimensione che non intrattiene, non allieta.

Guido Guidi. Cinque viaggi 1990-98
A cura di Corrado Benigni
Complesso Monumentale di Astino, Bergamo
Fino al 30.09.2021

Guido Guidi, Milano, 1998
Guido Guidi, Milano, 1998
Guido Guidi, Milano, 1991
Guido Guidi, Milano, 1998
Guido Guidi, Milano, 1998_
Guido Guidi, Installation view di ‘Cinque viaggi’ ad Astino, Ph. Martina Pezzati