• © Graziano Folata - kalla
  • © Graziano Folata - cavallo che guarda un quadro di Cy Twombly
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  • © Graziano Folata - jellyfishwall 2016
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Giovedì 9 febbraio inaugura la seconda mostra personale alla galleria Massimodeluca di Mestre di Graziano Folata (1982), intitolata Parabola. Attraverso vari media, Folata cerca di rendere in un’immagine la sua “disposizione ad osservare la realtà delle cose”, traducendo la conoscenza sensoriale ed emotiva di sé e di ciò che lo circonda filtrando tutto attraverso una ben consapevole analisi del tempo, della storia, dell’arte. Sembra che le sue opere, e i discorsi che fa su queste, siano sempre una tensione verso una realtà più grande, infinita e sconosciuta che le contiene, una realtà intellettuale e storica, ma anche spirituale e alchimistica.
Lui stesso, parlando del suo lavoro, anni fa citò Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Seguono alcune domande all’artista —

ATP: Come scrive Giulio Ciavoliello in merito al tuo lavoro: “Differenti mezzi espressivi concorrono alla ricerca di un’armonia che unisce natura e cultura, spinte interiori e totalità del mondo”. Come ti relazioni, dunque, con il mondo per cercare una possibile armonia?

Graziano Folata: Caro Marco, tu dici che sarei io a cercare armonia: questo non è corretto nei termini, non sono io, ma proprio ­come scritto da Ciavoliello, ­ sono i “diversi mezzi espressivi” che concorrono nel farlo. Ecco, vedi, credo che essi siano come strumenti, dei calibri o dei compassi. Come si fa a trovare l’armonia in un compasso? Occorre dargli l’opportunità di realizzare un cerchio (o, guarda caso, una parabola). Come si fa a rintracciare un’armonia in una pietra? I modi sono pressoché infiniti, come infinito è il numero degli uomini, ma ritengo che bisogna tentare di elevare costantemente dal suo statuto mondano l’oggetto, donandogli un afflato superiore. Oppure potremmo, con sensibilità rara, ascoltare (paradossalmente) le caratteristiche particolari che compongono la materia in questione; ne ritroveremmo sicuramente, insito nelle sue invisibili venature, il legame con quei valori personali – simbolici o muti, poetici o stridenti, culturali o dissacranti – che noi stessi ci portiamo dentro. Credo che una volta accordata questa potenza alla materia, essa tutta potrà farsi compasso e allo stesso tempo fonte di trasformazione per il nostro intelletto e i nostri sensi.
Per quanto riguarda la questione culturale o quella dell’essere un “operatore culturale”, ritengo sia strettamente legata alla ricerca della qualità, una qualità di contenuto e non estetica o estetizzante. È come ci si pone di fronte a una proposta e come questa la si restituisce… è la buona fede o la mala fede, forse è l’onestà intellettuale o la disonestà intellettuale… e ci sono persone che pensano di usare l’immagine in modo intellettualmente corretto, onesto.

ATP: Mi parleresti di come hai concepito le opere che presenti in mostra?

G.F.: Le opere in mostra sono frutto delle dense ricerche di questi ultimi tre anni, sono il risultato della mia maturazione, dei miei interrogativi e dell’ascolto delle pulsioni poetiche ed esistenziali, dell’apprendimento delle tecniche che fanno dei gesti anche elementari, delle capacità sostanziali irriducibili; del Tempo che compie il miracolo costante di plasmarci lasciandoci comunque sempre un po’ indietro. Della necessità sempre presente nel cercare di rinnovare il gesto artistico, di rinnovarmi insieme ad esso e di cimentarmi fisicamente nelle manifestazioni delle forme, renderne la concretezza di sogno e differire dalla banalità dei simulacri.

ATP: Dove nasce l’idea degli innesti di materiali diversi e/o opposti (es. marmo e carta)?

G.F.: Sai… io non lavoro per idee, mi esprimo per fugaci illuminazioni, epifanie e assurdi presagi. Se dovesse capitare che mi si prospetti un’idea è solo perché questa vada a sedimentarsi per un tempo indefinito in una zona tra le pieghe della mia coscienza, temporaneamente inaccessibile anche al sottoscritto; forse qualcosa la richiamerà a galla, magari sarà un dato materiale piuttosto che un altro, forse questa “idea” sarà intrecciata con qualcosa che avrò esperito nel corso del tempo e riterrò che questa possegga un valore poetico o profetico (incredibile!). Un’ idea è un’astrazione che va accompagnandosi necessariamente a un processo progettistico, e io per mia natura o mia assenza di attrazione nei riguardi da tale processo, tento di discostarmene. Lungi dall’essere un creativo, ho una vocazione visionaria.

ATP: La curatrice della mostra Marina Bastianello dice nel comunicato stampa che “Attraversando questa mostra ogni singola persona del pubblico sarà portata a compiere un’autentica esperienza trascendentale ”. Cosa pensi di questa sua affermazione?

G.F.: Credo mi risulti impossibile cercare di descrivere a parole cosa sia un esperienza trascendentale, perché questa è qualcosa di strettamente soggettivo, da compiere in prima persona sentendosi chiamati in causa per motivi che possono esser i più svariati.
Se vorrai visitare la mostra sarò ben felice di accompagnarti.

ATP: Infine, arriviamo al titolo, Parabola. Mi spiegheresti perché lo hai scelto e con quale valore?

G.F.: La Parabola completa non è limitata, si estende all’infinito.

© Graziano Folata - Friends fanteriamarina

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© Graziano Folata - ABOUTTHESCULPTURE

© Graziano Folata – ABOUTTHESCULPTURE