• Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view
  • Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view
  • Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view
  • Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view
  • Giovanni Morbin, Personale nr 4, 2014, Sette buste di dimensione e colore diversi, tutte in cornice a cassetta 30.7 X 42.8 cm - Prometeogallery di Ida Pisani, Milan
  • Giovanni Morbin, Tergicristallino (no show device), 2016. Sculptures, aluminium structures and electric motor, 2,5 x 2,5 m each - Prometeogallery di Ida Pisani, Milan

Nella società della spettacolarizzazione, dell’esibizionismo estremo e dell’ipervisibilità l’unica strategia di resistenza possibile sembra essere la sottrazione. È questa la via scelta e percorsa con coerenza da Giovanni Morbin, che si traduce nella riduzione ai minimi termini dell’oggetto e nella rinuncia alla spettacolarità delle azioni, inscritte in una trama esperienziale di relazioni funzionale alla conoscenza del reale e del sé.

La privazione – nel senso appunto di riduzione – è la tensione costantemente presente che ispira l’indagine dell’artista sulla realtà considerata nei suoi aspetti materiali, sociali e antropologici. L’uomo, la relazione con se stessi e con l’altro e i rapporti di potere – nella società e all’interno del sistema dell’arte – sono temi centrali tradotti in opere che assumono il valore di strumenti e rimandano ad azioni ibride che spesso diventano denunce – come nei casi eclatanti dell’asta di metallo intitolata Forza Nuova del 2008 o della Fioriera a forma di svastica del 2010 – che hanno dato origine a numerose polemiche – o, in questa mostra, di Peroratore 1 (2017), che sottolinea il pericolo delle striscianti derive autoritarie e populiste attuali. L’installazione comprende una bacheca con esposti documenti testuali e fotografici sull’esibizionismo del potere e una pedana lignea che è anche l’occasione per ripensare la scultura, la cui unica possibilità di invenzione formale oggi – secondo Morbin – si concentra unicamente sul piedistallo, che qui è vuoto, in attesa di un oratore (un chiaro omaggio a La Base del mondo di Piero Manzoni). L’opera quindi concentra senso e sapere in una forma di espressività minima che riformula la natura e la funzione dell’oggetto trasformato in strumento di destabilizzazione, che si offre e si nega allo stesso tempo, mettendo continuamente in causa anche il proprio statuto e quello del sistema dell’arte. Ne è un esempio Atrophy (2017), nient’altro che il basamento di un trofeo che può essere comprato e posseduto solo nominalmente e non esclusivamente, oppure Personale strettamete personale (2014) una serie di buste chiuse contenenti dei segreti che non possono essere aperte pena la distruzione dell’opera. In questi lavori il collezionista è chiamato a partecipare suo malgrado mentre il suo ruolo viene messo in crisi, compromesso o addirittura negato.

Giovanni Morbin, Tergicristallino (no show device), 2016. Sculptures, aluminium structures and electric motor, 2,5 x 2,5 m each - Prometeogallery di Ida Pisani, Milano

Giovanni Morbin, Tergicristallino (no show device), 2016. Sculptures, aluminium structures and electric motor, 2,5 x 2,5 m each – Prometeogallery di Ida Pisani, Milano

Anche Tergicristallino (no show device) (2016-2017) è un agente di privazione: l’installazione ambientale è composta di due strutture mobili che occupano parte della sala espositiva negandone la possibilità d’uso e realizzando con un inesorabile movimento lento, quasi meditativo, il vuoto, la riduzione assoluta che determina una dimensione spaziale e temporale di attesa.

Morbin innesca una dialettica degli opposti che permette la contemporanea presenza di antitetici punti di vista, come nei Ritratti, una serie– di cui in mostra è presente un autoritratto – in cui la riconoscibilità del modello non è data dalla somiglianza ma dalla materia con cui il quadro è realizzato, cioè il sangue: identità totale che permette allo stesso tempo di guardarsi dall’esterno e di essere contemporaneamente in sé e fuori di sé, una condizione paradossale che si realizza anche con Strumento a perdifiato, dispositivo in vetro che collega la bocca all’orecchio enfatizzando il parlare da soli, tra sé e sé, qui presentato insieme alla documentazione di molte operazioni realizzate negli oltre trent’anni di attività.

Morbin lavora sommessamente, sempre mimetizzato nella banalità del quotidiano ma riuscendo a squarciare la superficie dell’ovvietà per mostrare la realtà che non riusciamo più a vedere veramente.

Giovanni Morbin | Privazione
con un testo di Simone Frangi
Prometeogallery di Ida Pisani, Milano
Fino al 4.11.2017

Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view

Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view

Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view

Giovanni Morbin, Privazione (Deprivation), 2017. Prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Installation view