Zehra Doğan, Özdinamik, Auto-dinamica, 2017, carcere di Diyarbakir, 67 x 56 cm, penna a sfera, caffè, curcuma, succo di prezzemolo su giornale Photo credit. Jef Rabillon

Apre dal 16 novembre al 6 gennaio 2020, al Museo di Santa Giulia a Brescia, la personale dell’artista e giornalista curda Zehra Doğan (Diyarbakir, Turchia, 1989), “Avremo anche giorni migliori – Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche”, ̀ un progetto curato da Elettra Stamboulis. Dopo l’importante appuntamento alla Tate di Londra, che ha visto la Doğan come protagonista, ora l’artista sarà presenta a Brescia con una potente esposizione, pensata anche in occasione della sua partecipazione al Festival della Pace organizzato dal Comune di Brescia e dalla Provincia di Brescia.

Con oltre 60 opere, tra disegni, dipinti e lavori  a tecnica mista, il percorso espositivo dipana il lungo periodo trascorso dall’artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l’accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco, che mostrava la città di Nusaybin distrutta dall’esercito nazionale nel giugno 2016.
Accanto alle opere, a rendere ancora più emozionante il percorso espositivo, si possono vedere brani del suo diario scritto durante la prigionia: riflessioni in cui l’artista più volte fa riferimento ad artisti che nel corso della storia hanno manifestato il proprio dissenso senza pagarne, almeno apparentemente, le conseguenze e a quegli artisti che invece si rifiutano di prendere una posizione.

Da un percorso personale, la mostra si apre a visioni ed esperienze collettive, dove oggetti quotidiani come la carta dei giornali, pacchetti di sigarette, indumenti… diventano supporti e forme espressive, così come il caffè, gli alimenti, il sangue mestruale o i più tradizionali pastelli e inchiostri, si trasformano in mezzi con cui dar vita a immagini eloquenti dei drammi vissuti, quando non inflitti, dall’artista.

Zehra Doğan, Hayallerim, I miei sogni, 2018, carcere di Diyarbakir, 21 x 30 cm, olio alimentare, matita nera, succo di melograno, vernice procurata clandestinamente su carta da lettera Photo credit: Jef Rabillon
Zehra Doğan, Kervan 1, Caravan 1, 2017, carcere di Diyarbakir, 21 x 30 cm, curcuma, caffè, penna da disegno su carta Photo credit: Jef Rabillon

La mostra si suddivide in macro aree: una di queste è dedicate le macchie, forme generatesi dalla casuale sovrapposizione di materiale a un supporto scelto in quel momento come superficie creativa; e alla figura femminile – parte più preponderante della mostra – quale singolo individuale o corpo collettivo.
Attivista femminista, tra i primi giornalisti internazionali ad avere raccolto le testimonianze delle donne Yazide scampate all’ISIS, Doğan dedica alla rappresentazione della donna la parte più vasta della propria produzione. Il corpo rientra nella rappresentazione politica con scene di guerra in cui di nuovo incorre la predominanza della presenza femminile, a sottolineare come la prima delle battaglie da vincere sia quella contro il patriarcato.
Conclude la mostra un nucleo di opere create dopo l’esperienza in carcere.

Zehra Doğan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019. La sua storia di artista dissidente ha da subito raccolto l’interesse e la solidarietà del mondo dell’arte internazionale, tanto da attirare l’attenzione e la stima di artisti come Ai Weiwei e  Banksy.
La mostra è resa possibile grazie all’impegno del web magazine Kedistan (“Il Paese dei gatti” in turco) che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere di Zehra Doğan dalla Turchia e che si occupa dell’archivio dell’artista e di Associazione Mirada, partner del progetto.

Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche
A cura di Elettra Stamboulis
Museo di Santa Giulia
16 novembre 2019 – 6 gennaio 2020

Zehra Doğan, Senza titolo, 2019, Londra, 77 x 50 cm, miscele naturali su tela Photo credit: Jef Rabillon
Zehra Doğan, Kuş kadinlar, Donne uccello, 2019, carcere di Tarso, 150 x 142 cm, penna a sfera su tessuto Photo credit: Jef Rabillon