Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 - 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 – 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Guardando le opere di Magnus Andersen (1987 – Elsinore, Danimarca) esposte da Gió Marconi nella mostra Danze Militanti, e leggendo il foglio di sala, mi sembra di cadere in alcune pagine di Narciso e Boccadoro, in certe perifrasi de La morte a Venezia, o in certe scene di Festen di Vinterberg, o in alcune sporcizie di Sade.
Non capisco mai se i retaggi di certi immaginari ostacolino la mia possibilità di vedere le cose in modo neutrale, ma allo stesso tempo penso che quando ciò che vedo e leggo mi inquina la mente con altri ricordi o refusi allora valga la pena di continuare.

La mostra di Andersen è un insieme di pastelli e acrilici su tela e installazioni che raccontano la storia di un orfanotrofio veneto in cui la danza aveva una certa importanza. Il comunicato stampa raccoglie le citazioni di un anonimo che parla, sembrerebbe essere una persona coinvolta nella gestione dell’orfanotrofio che sta raccontando certi aneddoti.
Viene detto anche come l’insegnamento della danza venisse appreso attraverso lo studio dei diversi stili del passato sino a quelli più recenti. Le coreografie del Medioevo… chissà cosa avrebbe detto Narciso nel vedere un passo ballato da Boccadoro. L’ambiente è lo stesso claustrale recinto sorvegliato e nostalgico.
Quello che voglio dire è che sebbene ciò che leggiamo non ha niente di, come dire, sudicio, i dipinti sono altamente infelici: i colori, le espressioni dei soggetti, la catena di ritratti hanno smorfie, occhi pesti, bocche divaricate, pelle gialla. I due ballerini diventano mostri disfatti su uno sfondo nero. Ci sono degli specchi con dei neon con uno sgabello dinnanzi che aspetta che qualcuno si sieda: ma è vuoto. Un’altra tela rappresenta una scena di un massaggio tra due esseri androgini, gli unici, direi, con un’espressione sorniona, divertita. Ma è più un ghigno che un sorriso.

Ci sono delle scarpette a terra, l’unica cosa non storpiata da chissà quali reconditi. Ecco forse sono quelle l’unico ritmo che ribalza in una danza di speranza, di evasione per quei volti allucinati e soli. Guarda caso “allucinare” ha due significati perfetti in questo contesto: “ingannarsi” se fatto derivare dal latino “allucinari”; “vaneggiare, esser fuori di sè” se dal greco “aluo”. Ma, che sorpresa!, certi studiosi dicono provenire anche dall’innesto di “lux” (luce) con un senso, in questo caso, più spostato verso “abbagliare”. Eloquente, no?

Certe scene sono un abbaglio; le parole cercano a volte solo di ammorbidire. Chissà cos’avrà da raccontare Andersen. Per certi versi si potrebbe dire che la pennellata non è forse all’altezza del contenuto. La pittura veicola un messaggio, ma meno se stessa.

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 - 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 – 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 - 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 – 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 - 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan

Magnus Andersen; Danzanti Militanti; 11.04 – 18.05.2018; Installation view; Gió Marconi, Milan; photo: Filippo Armellin; Courtesy: the artist; Gió Marconi, Milan