Giacomo Gerboni, Notizie sulle morti da caduta, vista dell’installazione, 2019 (Ph. Alberto Petrò)

Giacomo Gerboni ha presentato l’installazione site-specific Notizie sulle morti da caduta, studiata per gli spazi della sala Santi Filippo e Giacomo di Brescia, sede dell’Associazione Culturale C.AR.M.E. (dal 18/10 al 10/11/2019)
L’artista ha pensato e lavorato a questo progetto in quanto vincitore del bando Māk/Sīt call for artists.
Il titolo del lavoro rimanda al geologo svizzero Albert Heim che attraverso uno studio indagò per la prima volta le esperienze di quasi-morte (o premorte). L’artista parte da questo punto per raccontare la sua visione della paura e sull’accettazione di quest’ultima, legando lo stato di angoscia ad un’inevitabile ricerca del Sé.

Segue una conversazione tra l’artista e Margherita Moro

Margherita Moro: Nei tuoi lavori è spesso presente il rapporto, o se vogliamo il contatto, che si crea tra uomo e natura. In Notizie sulle morti da caduta qual è l’elemento portante di questo rapporto?

Giacomo Gerboni: In Notizie sulle morti da caduta l’elemento portante di questo rapporto è senza dubbio il buio. Mi piace pensare che non l’ho portato io, ma c’era già e rimarrà nello spazio anche dopo la mostra. L’installazione si fa interruttore di attenzione verso l’oscurità presente, ti costringe a “vederla”, a farci caso ed entraci in relazione. Il buio è anche la sintesi perfetta delle tematiche trattate: il rapporto con la paura. La mostra può essere vista come un tentativo di porre le condizioni per instaurare una confidenza con le tenebre, infatti l’occhio necessita di tempo per abituarsi, per poter riconoscere gli elementi presenti e lo spazio, per dare suggerimenti di possibili cammini da intraprendere. Una confidenza che sento sia importante recuperare da un passato non troppo lontano. Penso di essermene accorto chiaramente qualche anno fa: ero a Parigi, e mi ritrovai improvvisamente a camminare in un quartiere in blackout; c’era un’intensa condizione di naturale sospensione, una bellezza dimenticata. Cercavo quello; per questa ragiona la prima grande sala della mostra si presentava per la maggior parte del tempo buia; le finestre non erano sigillate, perché ero interessato ad indagare come nelle ore di apertura della mostra le condizioni mutassero. Ad intervalli irregolari e anche piuttosto lunghi, si accendeva la scritta per un minuto, ricordando all’intera sala il momento in cui l’uomo smise di dipendere dal ciclo del sole e si è legò all’elettricità.

MM: Potremmo dire che ci sono tre parole chiave in questa mostra: paura, morte, accettazione. Come prendono forma, e si intersecano, questi tre elementi?

GG: Li rintraccio maggiormente negli elementi naturali che compongono l’installazione: gli alberi e la terra. I tronchi carbonizzati sono castagni – arrivano da uno dei castagneti più antichi d’Europa – e raccontano una storia di dolore, diventano presenze che hanno conosciuto il fuoco e ne sono uscite mutate, ma non ne sono state del tutto consumate – sono sopravvissute alla morte. Questi alberi trasportano la loro esperienza sulla pelle, diventano “segnanti”, nel senso che segnano tutto quello che toccano, lasciando una traccia nera e netta sulle mani e sui muri. Li ritroviamo caduti e si compongono da pattern che ricordano la pelle di alcuni rettili, lucida. Sembrano preziosi e allo stesso tempo sono delicatissimi, basta un niente per rovinarli in maniera irreversibile. La Terra invece è un luogo in cui camminare piacevolmente, è morbida, attutisce i suoni e ti suggerisce il silenzio, ricorda il rimanere in contatto con il reale e a differenza dei tronchi, anche se non lo si nota, è viva (è popolata da microorganismi).

Giacomo Gerboni, Notizie sulle morti da caduta, vista dell’installazione (luce spenta), 2019 (Ph. Alberto Petrò)
Giacomo Gerboni, Notizie sulle morti da caduta, vista dell’installazione (luce spenta), 2019 (Ph. Alberto Petrò)

MM: Quanto hanno influito lo spazio espositivo, una chiesa sconsacrata, e il quartiere che ospitava quest’ultima, sul lavoro che hai presentato?

GG: Il lavoro è stato sviluppato appositamente studiando la storia dello spazio e del quartiere di Brescia, il Carmine. Il bando richiedeva un progetto site-specific e perciò non credo che il progetto e il luogo che lo ospita non si possano scindere. Progettare un’installazione non può essere una mera questione di spazi da riempire, bensì reputo essenziale far partire tutto dalla relazione con il contesto culturale in cui si lavora. Il Carmine è uno dei casi più complessi tra i quartieri d’immigrazione in Lombardia. Fino a qualche anno fa era considerato pericoloso e si suggeriva ai ragazzini di non passarci da soli, soprattutto a causa della presenza di tossico dipendenti. Ora le cose sono cambiate e l’area ha cominciato ad essere rivalutata: ci sono una serie di piccoli spazi culturali e studi d’artista e negli anni sono sorti locali, osterie e bar alla moda.

MM: Sono due le stanze in cui si muove lo spettatore: nella prima sala espositiva, oltre ad una serie di tronchi bruciati, è presente una grande scritta che ci dice NON TEMERE, nella seconda invece, un tempo ospitante il coro delle monache, le parole usate sono BE PRESENT. Perché hai scelto proprio queste frasi?

GG: Queste sono due frasi che non nascono appositamente per questo lavoro, ma che porto con me da diverso tempo. Sono presenti anche in Stamp, una performance continua in cui marchio le persone con un timbro tascabile che mi porto sempre dietro, e che si configura come un tentativo di contatto relazionale alternativo. Le scritte sono un elemento che sto utilizzando molto nei miei ultimi lavori; mi interessano per il loro potere di trasportare lo spettatore in luoghi interiori, facendo sorgere riflessioni personali. La scritta – NON TEMERE – l’ho rubata dai Vangeli, è la prima cosa che dicono gli angeli quando parlano agli esseri umani. Mi ha affascinato subito e mi sembrava qualcosa di estremamente potente, una modalità di relazione con l’invisibile che non prevede la paura. La scritta si lega alla tradizione cristiana anche per come è stata realizzata, cioè utilizzando una tecnica di doratura simile a quelle delle icone bizantine. Ho scoperto poi, tramite alcune letture di psicanalisi, che il nostro subconscio tende a non leggere le frasi negative, quindi il messaggio può essere inteso anche come il contrario. Anche la seconda scritta ha un’origine simile. Vivere il momento presente, rinunciando a riconoscersi con la mente, è uno dei principi chiave di molte filosofie orientali. Ho pensato di metterle in due lingue diverse perché vedevo l’attraversamento della soglia tra le due stanze come il passaggio di una frontiera.

MM: Attraverso la creazione della mostra avrai riflettuto su come poter sconfiggere la paura. Qualche suggerimento?

GG: La paura ha molte facce e diversi livelli di possibile lettura. A livello sociale, comunitario e politico, è chiaro che stiamo esagerando, la sento molto presente, ma non credo di avere delle reali soluzioni per sconfiggerla se non cercar di lavorare a livello individuale. Da quest’ultimo punto di vista non credo la si possa vincere completamente, e forse una sana dose di paura è salutare per preservarsi. Mi accorgo però spesso che oggi sono presenti molte paure che non lo sono (salutari) e che generano uno stato di blocco, che a sua volta generano ansie. Come forse è fin troppo chiaro nel lavoro, penso che imparare a vivere il momento presente possa essere una buona strada. Ci sono molti libri che ne parlano e diversi esercizi che si possono imparare a fare.

Giacomo Gerboni, Notizie sulle morti da caduta, vista dell’installazione, 2019 (Ph. Alberto Petrò)
Giacomo Gerboni, Notizie sulle morti da caduta, dettaglio, 2019 (Ph. Alberto Petrò)
Giacomo Gerboni, Notizie sulle morti da caduta, dettaglio, 2019 (Ph. Alberto Petrò)