Ancora pochi giorni visitare la mostra Get Rid of Yourself (Ancora Ancora Ancora) (fino al 8 novembre 2019, alla Fondazione Baruchello a Roma), il progetto ideato da Lucrezia Calabrò Visconti che coinvolge Dafne Boggeri, Teresa Cos, Ambra Pittoni, Elena Radice, Radna Rumping e Erica van Loon.
La collettiva si presenta come una mostra sonora che prende forma nel buio, grazie ad un percorso sonoro costruito in collaborazione con il collettivo ALMARE.
Dopo l’intervista con la curatrice Lucrezia Calabrò Visconti e le artiste Elena Radice, Dafne Boggeri e Erica van Loon, seguono le risposte di Ambra Pittoni, Teresa Cos e Radna Rumping.

Materiali approfondimento: Bernadette Corporation
Materiali approfondimento: Bernadette Corporation

Elena Bordignon: La mostra è incentrata sull’assenza e l’oscurità. Per molti versi, il tema della mostra sembra ribadire: vedere meno per vedere meglio. Mi dai un tuo punto di vista sul tema della mostra?

Ambra Pittoni: Nel territorio dell’arte bisogna muoversi e ascoltare come dei fantasmi, con la generosità di chi non da valore al tempo e con la fiducia di chi è pronto a parlare una lingua perennemente straniera. Così la conoscenza prodotta dall’arte chiede di essere attraversata piuttosto che osservata da lontana, incarnata piuttosto che accumulata. Se c’è una vera missione politica dell’arte è proprio questa, articolare pratica e  teoria, superando la divisione tra i saperi, invitando a conoscere attraversando il buio perché come ha scritto W.Benjamin “un giorno le idee e le opere d’arte verranno ascritte al regno del naturale, perché come la natura, esse si svelano velandosi”. Benvenute siano le tenebre.

Teresa Cos: Credo che i concetti di assenza e oscurità alla base della mostra siano degli escamotage sensoriali, che funzionano da invito a lasciarsi guidare dagli strumenti di percezione meno sviluppati in noi–l’udito rispetto alla visione per esempio–e quelli più esposti al rischio di fraintendimento, come può essere l’esperienza dello spazio e di altri corpi nel buio. In questo senso la mostra è in realtà stracolma della presenza di “volumi sonici” intrecciati fra di loro, che per natura tendono a interagire con la parte più emotiva della nostra memoria. Il buio allora non fa più paura e diventa un velo di protezione all’intimità richiesta dall’ascolto, così come una cortina di anonimato in cui ci si può permettere di formulare pensieri senza temere il giudizio di chi ci circonda.

EB: Mi racconti l’opera che esponi? Che attinenza ha con il concetto di “immaginario in assenza”?

Ambra Pittoni: L’opera che espongo è una “finzione somatica” ovvero la costruzione di un corpo attraverso un processo di finzione. Guidando l’immaginazione del visitatore con le mie parole lo invito a produrre una metamorfosi del suo corpo e del suo sentire. Nello specifico desideravo lavorare su un corpo che potesse sentire e pensare in altri modi, con nuovi organi, nuove intelligenze o forse antichissime come quelle dei cefalopodi.

Si è così reso necessario costruire una lingua capace di creare una forte relazione tra immagine mentale, percezione e movimento; una lingua che parli ai sensi attraverso il pensiero razionale. Il corpo che viene prodotto è allo stesso tempo intimo e collettivo, unico e molteplice.

Teresa Cos: Il lavoro in mostra è un archivio di improvvisazioni musicali basate sull’utilizzo di looper machines che ho iniziato a registrare e archiviare nel mio studio dal 2017. Sono momenti di espressione spontanea, puoi immaginarlo come una raccolta di schizzi e disegni o un diario, ma dove l’espressione grafica è sostituita da quella sonora, vocale e strumentale. All’interno delle registrazioni gioco con diverse tecniche di ripetizione e inversione temporale, alternando lunghi drone meditativi a poliritmie scostanti in cui vengono lasciate inalterate le imperfezioni di un loop “sbagliato”. A questo processo molto intimo si contrappone invece quello automatizzato dell’installazione in mostra. Un algoritmo organizza e riproduce le attuali 96 tracce e 36 ore di musica dell’archivio imitando il comportamento medio degli utenti di Spotify, ovvero saltando pseudo-casualmente tra le tracce ogni 31 secondi (30 secondi sono la soglia minima perché una riproduzione venga contata come stream e l’autore remunerato). Tra una traccia e l’altra il sistema informatico inserisce un intervallo di silenzio in cui la data di registrazione del frammento successivo viene proiettata su di uno sfondo blu a illuminare per un istante la stanza. In questo modo è come se lo spettatore entrasse nel bel mezzo di un discorso già iniziato e fosse esposto alle sue possibili declinazioni, piuttosto che al fluire del suo contenuto.

Materiali approfondimento . Mina

EB: Immagino che anche tu, come tanta parte di noi, vivrai lunghi momenti sui social media. Penso al mio peregrinare su Instagram. Credo di scoprire aspetti nuovi del vivere, invece mi rendo conto che perdono solo tempo: sbircio nella vita delle celebrità, sguazzo tra sfilate di moda, installation view in giro per importanti musei, gattini & Co., vacanze, viaggi e cucina gourmet. Come hai vissuto il tema di questa mostra, che sembra opporsi e creare attrito con questo tipo di abitudini virtuali, soporifere e sterili?

Ambra Pittoni: A dir la verità di tempo sui social media ne passo sempre meno, sarà che appartengo all’ultima generazione prima dell’internet, ma per me continua ad essere un po’ faticoso starmene troppo tempo sui social. Con questo non sono esente dal naufragare in Instagram o sul www in generale, ma diciamo che non mi capita in automatico. D’altro canto anche immaginarsi un corpo fittizio è una pratica di articolazione del virtuale, ma nel senso magico del termine. Forse tra le due realtà virtuali della finzione somatica e della navigazione in internet la differenza è ancora la stessa espressa da Guy Debord. Nella prima siamo maghi, fautori poetici. Nella seconda siamo spettatori e non acquisiamo nessun potere

Teresa Cos: Credo che la mostra si prenda la responsabilità di chiedere tempo ed attenzione allo spettatore, senza però di fatto imporre un’ unica modalità di fruizione. Facendo un salto, possiamo vedere come questa libertà di scelta appartenga anche al modo in cui decidiamo di fruire della molteplicità dei contenuti che ci vengono offerti online. Nonostante sia evidentemente un effetto desiderato e incentivato da tecniche di manipolazione psicologica di massa quello di tenerci incollati ai social media, è pur sempre vero che non c’è nessuno lì con noi a spingerci il dito sul refresh button. La mostra è per me un invito a lasciarsi comprimere e dilatare dalle diverse espressioni temporali dei lavori presenti in mostra ed in questa elasticità forse scoprire tattiche di resistenza all’assimilazione passiva a cui siamo quotidianamente esposti.

Teresa Cos

Interview with Radna Rumping

Elena Bordignon: The exhibition is based on the concepts of absence and darkness. In a lot of ways, the theme of the show seems to suggest that the less you see the better you get. Would you like to explain to me your point of view about the exhibition?

Radna Rumping: I wouldn’t suggest that the less you see the better you get. Still, often the image, and sight, is assumed to be prevailing over other senses, such as hearing, touching, smelling. I think the exhibition invites the visitor to focus on other senses as well. The absence of image, and light, actually allows other elements and ways of being to become more present.

Elena Bordignon:  Would you like to describe your exhibited work? What kind of connection can it have with the concept of ”imaginary in absence”?

Radna Rumping: My work Get Rid of Yourself, Again (Extended Version) in the show is what I’d like to call an audio-essay; it’s a longer text written in an associative way, that deals with presence and absence, ideas of the self and the presentation of the self, situations of loss, the building of narrative, and examples of artistic practices and biographies that somehow relate to these themes – looking at Bernadette Corporation, Adrian Piper en Gary Wilson specifically. The text doesn’t exist as a printed text, but is narrated by five different voices. Four human voices, and one voice exists as a text on a screen. So the way the work is installed and is accessable also deals with elements of absence and fluidity. Still, within this polyphonic narrative, and within the video screen that is most of the time a screen without any image – an image is created. This demands a certain engagement from the viewer-as-listener, and it’s an image that stays layered and fluid: it’s impossible to take a snapshot of it. The title is a reference to the film Get Rid of Yourself (2003) by Bernadette Corporation. There was an attraction to that title in me and I wondered where that attraction, to the idea of getting rid of oneself, came from. It’s interesting that now the title expanded further, in relation to the wider show and Lucrezia’s interest in the singer Mina and her song Ancora Ancora Ancora.

Elena Bordignon:  I imagine that you – like most of us – spend much time on social networks. I look at my ”wandering” on Instagram. I suppose to discover new things about the world, but I know I’m wasting my time: I “glance” celebrities’ lives and splash around fashion shows, installation views of several Museums, kittens & Co., holidays, journeys and gourmet cuisine. How do you live the theme of this exhibition which appears in contrast with these virtual, sterile and soporific habits? 

Radna Rumping: I you’ll listen to the work it will become clear how I live the theme of the exhibition. The piece deals partly with social media presence, self-design and online communication. I wouldn’t contrast social networks with other parts of life – since I think it’s very much intertwined. Although I definitely have my moments of addiction and am critical of the monopoly of large social media platforms, I also believe there is space for tenderness, opacity and communality when you look for it, and build towards that.

Radna Rumping