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Martedì 19 dicembre POMO presenta in via Vincenzo Bellini 11 a Milano il secondo numero del magazine Genda: un ‘crocevia’ tra occidente e oriente. Frutto di una doppia redazione, una in Italia e l’altra in Cina, il magazine raccoglie e sviluppa un tema diverso ad ogni numero.
Qual è il significato di Genda?
Genda è una storpiatura occidentale della parola cinese Zhenda – in inglese ‘really?’, ‘davvero?’ – ma è anche il nome di un fiore che si utilizza solitamente per le celebrazioni e riti indù.
Presentato come un “container of accidental, compressed, distant yet dangerously similar material”, Genda rivendita la sua autonomia e il suo carattere indisciplinato: filtro di disparate esperienze, diviene volta per volta filtro e caleidoscopio di visioni, di modi di essere e di apparire. In altre parole è un contenitore di idee imprevedibili che mettono in dialogo gli opposti e gli affini.
Il numero zero ha avuto come tema Landscape as abandon; il primo numero Body as packaging; mentre il secondo, fresco di stampa, Animals as permanent followers.

ANIMALS AS PERMANENT FOLLOWERS —

Gli animali come presenze che seguono, precedono, aspettano, condizionano, spiano. La loro apparizione può essere uno specchio che misura la distanza e delinea un legame, indifferente, morboso o dipendente che sia. È un rapporto quotidiano e costante che li trasforma in cibo o in dedizione idolatrante. Gli animali come assenze che riempiono, intuiscono, assediano, prevedono e urlano agli altri che ci siamo, che siamo arrivati fino a lì.

Gli artisti sono 9 cinesi e 9 occidentali: John Divola,  Wenxin Zhang,  Xuan Canxing,  Christian Weber,  Ed Panar, Robert Zhao Renhui, Fang Meiwen,  Ricardo Cases,  Tatsuki Masaru,  Yan Yibo, Ouyang Shizhong,  Amy Stein, Jon Naiman, Lui Tao, Xiaoxiao Xu,  Yoshinori Mizutani,  Takashi Homma, Melanie Bonajo

Genda è in inglese e cinese.
Genda #2. Animals as permanent followers
— Testi: Balduzzi Matteo.
F.to: 16,5×21; pagg. 156; COL; rileg. brossura .
Editore: A&Mbookstore Edizioni, Milano, 2017.
Questo numero costa Euro 20.00
Lo si può acquistare direttamente dal sito arte contemporanea.com (spedizione gratuita per l’Italia)

GENDA magazine

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Bisonti e gattini
Testo di Matteo Balduzzi

La traccia di qualcosa che è stato, come una fotografia. Lotta e sopraffazione, ma anche attesa, pazienza, fatica, conoscenza. Le tracce di sangue sulla neve presenti nelle immagini di Takashi Homma, crude e metafisiche allo stesso tempo, ci ricordano le origini dell’uomo e della rappresentazione, evocano le scene dipinte sulle pareti delle grotte di Altamira o Lescaux in cui l’animale – bisonti o cervi – è protagonista assoluto, creatura terrena materiale e insieme simulacro del divino.
All’opposto, i “campioni” fotografati da Xiaoxiao Xu, creature totalmente umanizzate che si esibiscono su scintillanti palcoscenici, appaiono icone o caricature di una condizione contemporanea, iper-urbana e smaterializzata, tanto quanto i ritratti di gattini che invadono il web e che, forse, saranno riscoperti e studiati dagli antropologi di domani. Forma di rappresentazione tra le più apprezzate e riconosciute nel mondo apparentemente rarefatto dei social media in quanto totalmente “naturale”.

Bisonti e gattini, quindi. Semplificando, estremi di una parabola che abbraccia la storia dell’umanità, in un processo apparente irreversibile e in costante accelerazione che vede milioni di persone spostarsi, fisicamente e culturalmente, da una realtà rurale e in qualche modo ancora ancestrale a una condizione metropolitana indifferenziata e globalizzata.
L’animale come presenza assidua, da allevare, crescere e accudire nel segno di una divina benevolenza. E, con rispetto e durezza, da usare, guidare, macellare, come strumento di lavoro e come fonte di sostentamento. Creatura selvaggia, minaccia costante per la nostra stessa sopravvivenza, entità da inseguire, stanare, cacciare e al contempo da esorcizzare con richiami al soprannaturale.
E dall’altra parte, oggi più che mai, esperienza esotica, di compiaciuta contemplazione o fuga ideale verso primordiali orizzonti; deposito di affetti vari – cooconing – o diluizione omeopatica di un figlio mai realmente voluto; animale-guida nelle più diverse forme di sciamanesimo contemporaneo e di personale sincretismo spirituale. Ma anche, più semplicemente, feticcio da appartamento e da compagnia, complemento semovente ma composto della casa universale che IKEA celebra con “Lurvig” (peloso), recente linea di arredamento per cani e gatti.
Tra selvatico e addomesticato, bestiale e contemporaneo, materiale e simbolico, i piani della relazione uomo-animale scivolano e si sovrappongono in un misterioso caleidoscopio, incontrollabile e non lineare come lo sono gli animali stessi e come, in fondo, lo sono le immagini. Così, le fotografie che scorriamo in queste pagine misurano senza ideologie i gradienti di un percorso evolutivo e ci restituiscono pulsioni e contraddizioni della società in cui viviamo, svelano qualcosa che va al di là della nostra stessa razionale consapevolezza, tratteggiano scenari futuri e possibili che non mettono in gioco soltanto le fondamentali questioni di sostenibilità ecologica, politica e sociale, ma la natura dell’essere umano in quanto tale.

Da sempre la cultura occidentale, in una tradizione umanistica che da Aristotele arriva fino a Heidegger, ha posto tra uomo e animale un abisso insormontabile, scavato da chi, possiedendo il linguaggio, si celebra attore della storia, nei confronti di creature destinate, immutabili, a subirla. Una distanza duplice, che agisce verso l’esterno, con un senso di affermazione e una violenza implicita verso l’altro, e anche verso l’interno, relegando la nostra parte corporea a una dimensione inferiore e comunque esclusivamente personale. È forse soltanto nell’arte che questa esclusione del mondo animale si fessura e apre nuovi sguardi, capaci di cogliere nella differenza una radice comune e di disegnare un’animalizzazione dell’uomo o, al contrario, un’umanizzazione dell’animale. Pensiamo alle figure della mitologia classica, ai cavalli di Leonardo, all’assimilazione che unisce il destino di Achab a quello della balena di Moby Dick, fino al bestiario che ispira tutta la nostra educazione, dalla proliferazione iconografica dei cartoni animati, alla diffusione di giocattoli dal corpo animale.
L’immagine dell’animale, insomma, volta a definire la nostra identità per contrasto, non ha mai smesso di insidiarla. Soprattutto quando abbiamo a che fare con un insiemi indistinti come come un un branco, uno sciame, una mandria o uno stormo, entità informi e multiformi che prima ancora che paurose risultano incomprensibili e disturbanti, invadendo la nostra visione con qualcosa di ignoto e inquietante, che ritroviamo nella piaga delle cavallette dell’Antico Testamento, negli Uccelli di Hitchcock, nell’invasione degli Ultracorpi o nelle masse inarrestabili e non controllabili di corpi che si attivano durante le antiche e nuove rivoluzioni.
L’inesorabile erosione della tradizione umanistica nel corso del Novecento ha inaugurato spazi in cui prendono forma nuove concezioni dell’umano che superano la separazione netta tra umanità e animalità, avvicinando oriente e occidente, in un percorso che concepisce il corpo, le pulsioni e i desideri come portatori di una verità e un’esperienza altra (“il corpo, per il linguaggio, è indigeribile” scrive Nancy), da conoscere e accogliere.
Come le immagini stesse che ce li raccontano e costantemente ci accompagnano – addomesticate ma sempre selvatiche, ubbidienti ma comunque sfuggenti, mai completamente assoggettabili al nostro potere e forse per anche questo sempre in tensione – gli animali non costituiscono solo abissi dal passato, carnalità e inconsapevolezza sopra cui dobbiamo elevarci e che dobbiamo disciplinare ma anche, da sempre, ciò che siamo e ciò che saremo.
Prendere atto della nostra parte animale, individualmente così come a livello di organizzazioni politiche, significa farsi carico, oltre che dei rischi, anche delle possibilità che dischiude e delle risorse che libera.
Essere “animale politico”, come scrive Aristotele, o homo duplex, secondo l’espressione di Durkheim, significa riconoscere questo rapporto e tensione continua tra cose sacre (oggetto della nostra ragione) e cose profane (prodotto della nostra animalità). Significa accettare che ciò che è in gioco nella politica, e nel regime biopolitico in cui siamo immersi, è la nostra stessa vita biologica: la nascita, la morte, il sesso, la salute e la migrazione, al centro di ogni relazione e ogni conflitto sociale, delineano con noi il profilo imprevedibile del futuro.

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《真的 》是一本将东方与西方文化交叉融合的杂志。两组编辑人员 – 一组扎根在中国而另一组人员立足在意大利 来首先确定一个共同主题, 然后通过每一次具象的信息互换中所产生的误解与谋和来发展这设定的研究主题。《真的 》 的首刊致力于被遗弃地这一概念 。这是一个主体在被遗弃的地点,一个不熟悉的地方对所看到景象的描述。在无意识中发现或特意寻求的这个如自身被抛弃的地点,看到的令人惊异的景观成为了观察者旅途中的停顿点。貌似不同与遥远的两个世界与文化互相观察,并互相复制,在这个过程中不受相互指责的改变自己。《真的 》诞生于误解中,它是西方风格对常用中文“真的?”的发音重整,这也是印度教仪式和庆典的首选花卉名称《真的 》是一个意外的,被压缩的,遥远而危险的相似材料的装载容器。其对称的结构将两个领域分隔并进行重组并通过绑定重新分配。冲突和交汇在接近遥远世界的过程中产生。《真的 》是一个独立的、跨学科的个体。它证明了事物的存在和出现的存在,讲述的是经历。每一期的《真的 》都蕴含了这个世界对作者产生影响的证据与表现。文字构成了期刊的一部分因此我们用双语形式呈现。《真的 》有一个标题,这个标题寻求触发新问题的各种条件。

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