A sinistra: Mirko Canesi  “Fall and raising,   fall and raising,   fall and raising...”  2016,   pianta d’appartamento,   materiale plastico,    carta marmorizzata A destra: Alessandro Di Pietro  D_ring [ Downgrade Vampire Project ],   2016.  Taglio laser di policarbonato su tessuto Reflex  intelaiato,   125 x 65 cm. Tavolino sezione circolare in  alluminio e vetro,   80 x 40 cm,   Ø 40cm,   orecchino,    silicone alluminio RAL 9006

A sinistra: Mirko Canesi “Fall and raising, fall and raising, fall and raising…” 2016, pianta d’appartamento, materiale plastico, carta marmorizzata A destra: Alessandro Di Pietro D_ring [ Downgrade Vampire Project ], 2016. Taglio laser di policarbonato su tessuto Reflex intelaiato, 125 x 65 cm. Tavolino sezione circolare in alluminio e vetro, 80 x 40 cm, Ø 40cm, orecchino, silicone alluminio RAL 9006

GAFF, lo spazio espositivo all’interno dell’appartamento del collezionista Fabio Farnè, situato a Milano in via Gaffurio 8, si spegne e lascia il posto ad una sua rinascita: GAFFdabbasso, al piano terra dello stesso edificio, in un ex laboratorio triangolare dove non sono state cancellate le vestigia della sua vita precedente, ma tutto rimane immutato. Qui, martedì 6 dicembre è stato inaugurata una mostra in cui i tre curatori Giulia Brivio, Giulia Bortoluzzi e Andrea Lacarpia hanno invitato ad esporre, rispettivamente, Alessandro di Pietro, Lara Verena Bellenghi e Mirko Canesi.

ATPdiary ha deciso di fare alcune domande sul progetto.

ATP: GAFdabasso inaugura con una mostra in cui espongono tre artisti, invitati rispettivamente da tre curatori diversi. È una direzione che riguarda solo la mostra di inaugurazione dello spazio o un format caratterizzante che vorreste riproporre anche in futuro?

Fabio Farnè: No, non è un format che caratterizzerà la programmazione futura, ma mi sono  solamente lasciato trasportare dalla improbabile forma triangolare dello spazio ed ho pensato di invitare 3 curatori a ciascuno dei quali era chiesto di invitare un artista.
Per il futuro si ospiteranno progetti di curatori e artisti che dovranno tener conto dello statement di GAFFdabasso: misurarsi con lo spazio, anche nelle sue caratteristiche più singolari e nel suo divenire.
In che senso nel suo divenire? Nel senso che gli artisti avranno libertà assoluta nell’occupazione dello spazio e lo lasceranno con le tracce del loro lavoro. Gli artisti che verranno dopo saranno liberi di appropriarsi delle tracce lasciate oppure semplicemente di cancellarle. GAFFdabasso potrà ogni volta cambiare pelle, veder sovrapporre strati agli strati, oppure ritrovarsi candido come il più candido dei white cubes. A gennaio verrà lanciata la open call.

ATP: C’è un progetto condiviso tra i tre curatori o ognuno ha curato il suo? Gli artisti sono stati scelti autonomamente per dare liberamente spazio al lavoro di ciascuno o avete cercato di scegliere artisti che avessero precise attinenze di ricerca in modo da creare una mostra omogenea e coerente per indagare un tema specifico?

F.F.: Nessun tema specifico da indagare e nessuna volontà di armonizzare il lavoro degli artisti invitati. L’idea non è stata tanto quella di una mostra, quanto piuttosto la volontà di invitare artisti che non necessariamente si conoscevano, che avrebbero dovuto confrontarsi con uno spazio assolutamente non neutro, ricco sicuramente di forti suggestioni ma anche di connotazioni non esattamente positive. Ci interessava rivivere la tensione che si prova quando si entra in un luogo che è da quel preciso istante nella nostra disponibilità ma che scopriamo essere pieno di cose d’altri, freddo, impuro.
Ma l’arte vince sempre, caspita forse era l’amore che vince sempre.

ATP: Dal comunicato stampa emerge che lo spazio non è dei più semplici: è a forma triangolare e porta le “tracce della precedente attività, canaline elettriche, tubi del gas, controsoffitti, condotti di esalazione, sovrapposizioni di colori alle pareti, intonaci ammalorati e tanta, tanta polvere”. Mi raccontate le reazioni dell’artista che avete invitato vedendo questo spazio? Quanto lo ha condizionato?

Giulia Brivio: È accaduto l’imprevisto che era previsto, lo spazio è molto difficile, agli antipodi dello spazio espositivo neutro e asettico. L’imprevisto, fatto di interferenze architettoniche e incognite, non è stato semplice da fronteggiare. I lavori di Alessandro Di Pietro mutano con la luce, la distanza dalla quale si osservano, l’inclinazione secondo la quale si presentano, quindi con un grado di complessità ulteriore. Sono molto felice che Alessandro abbia accettato il mio invito a mettersi alla prova con un luogo mai visto, con artisti che fino all’ultimo non avrebbe incontrato, dove l’unico confronto richiesto è stato quello con la parete scrostata, le canaline elettriche, un lucernario, un controsoffitto precario…

Giulia Bortoluzzi: L’intento dell’invito di Fabio è stato quello di metterci davanti a uno spazio sconosciuto, o poco conosciuto. Uno spazio che non è (quasi ancora) di nessuno, e che sosta in un tempo in cui le tracce di chi è stato prima si confondono con quelle di chi potrebbe esserci dopo. È uno spazio che abbiamo esplorato nella distanza che separa l’incontro, di qualcosa che sai appartenerti ma devi ancora possedere. Io e Lara siamo entrate in questo spazio lasciando che ci venisse incontro, nella sua forma di triangolo, e nei segni che portava (le sue geometrie, le mattonelle floreali, i portasalviette, le finestre accostate, le canaline elettriche, le viti spanate…). Lo spazio è venuto da noi, e così ci siamo ritrovate all’angolo. In una non (quasi ancora) appartenenza che è caratteristica del lavoro e della vita di Lara, dove la poesia avviene nei vuoti, nei passaggi, nelle trasparenze, nell’intuizione, nello scorgere, nell’essere nomade… Chissà se l’incontro sarà stato all’altezza delle aspettative? 

Andrea Lacarpia: Sin dall’inizio ho voluto invitare un artista che si fosse confrontato in precedenza con spazi connotati, e che non sarebbe stato quindi inibito da un luogo così saturo di segni preesistenti. Appena visto lo spazio, Mirko Canesi ha sentito la necessità di realizzare un intervento che si ponesse come elemento purificatore, da qui l’idea di realizzare con il dentifricio un wallpainting dalla forma definita come un logo. Lo stesso tipo di azione svolta su una pianta da appartamento, elemento tipico della sua ricerca, nella quale intagli e innesti artificiali hanno trasformato le foglie in elementi grafici. Le difficoltà dello spazio si sono rivelate parte integrante di un processo fatto di contrasti e integrazione, in un rapporto di forze dai risultati non prevedibili.

GAFFdabbasso,   Installation view - Copyright 2016 © ARMELLIN F.

GAFFdabbasso, Installation view – Copyright 2016 © ARMELLIN F.

Mirko Canesi,   Logo,   2016,   dentifricio aquafresh su parete - Copyright 2016 © ARMELLIN F.

Mirko Canesi, Logo, 2016, dentifricio aquafresh su parete – Copyright 2016 © ARMELLIN F.

Mirko Canesi,   Logo,   2016,   dentifricio aquafresh su parete

Mirko Canesi, Logo, 2016, dentifricio aquafresh su parete

Lara Verena Bellenghi Through a Keyhole and Beyond,   2014-2016,   polaroid

Lara Verena Bellenghi Through a Keyhole and Beyond, 2014-2016, polaroid

Alessandro Di Pietro D_ring [ Downgrade Vampire Project ],   2016. Taglio laser di policarbonato su tessuto Reflex intelaiato,   125 x 65 cm. Tavolino sezione circolare in alluminio e vetro,   80 x 40 cm,   Ø 40cm,   orecchino,   silicone alluminio RAL 9006 - Copyright 2016 © ARMELLIN F.

Alessandro Di Pietro D_ring [ Downgrade Vampire Project ], 2016. Taglio laser di policarbonato su tessuto Reflex intelaiato, 125 x 65 cm. Tavolino sezione circolare in alluminio e vetro, 80 x 40 cm, Ø 40cm, orecchino, silicone alluminio RAL 9006 – Copyright 2016 © ARMELLIN F.