From my point of view, Metronom, Modena,  25/2 – 22/4 2018, Installation view

From my point of view, Metronom, Modena, 25/2 – 22/4 2018, Installation view

Il 24 febbraio ha inaugurato a Modena la nuova location dello spazio espositivo Metronom, con una mostra collettiva dal titolo From My Point of View, in programma fino al 22 aprile.
In mostra si mescolano media e linguaggi diversi, con cui si esprimono i quattro artisti per proporre ciascuno un discorso a se stante
La fondatrice Marcella Manni ha deciso di utilizzare la vetrina dello spazio come elemento ulteriore per l’esposizione delle opere, occupando un’intera vetrata con quattro schermi in cui per ogni mostra saranno proiettati contenuti diversi: immagini, video, testi, musiche.

Per la prima mostra sono esposti i video dell’artista Kenta Cobayashi (Tokyo, 1992), in cui fotografie amatoriali che lui scatta ad amici, conoscenti o alle esperienze che vive sono manipolate in postproduzione aggiungendo strappi colorati, strisce di luce o di buio. Nel suo lavoro mescola la cultura giapponese con gli apporti della cultura di Internet, servendosi della fotografia digitale, di Photoshop, del mondo virtuale e di sound programms col fine di creare immagini sensuali, dove alla filigrana quotidiana e banale della realtà che lo circonda sovrappone come dei tentativi di rinascita emotiva, tradotti nel linguaggio che conosciamo tutti, quello digitale.

Un altro tipo di fotografia esposto è quello di Olaf Breuning (Schaffhausen, 1970). Siamo di fronte a collage stampati in formato ovale, che assumono dimensioni variabili a seconda del contesto. C’è sempre una certa dose di humor, e non di ironia (lo dice lo stesso artista), che lui ottiene mediante l’accostamento paradossale di immagini, attraverso la creazione di piccoli ecosistemi fatti da frammenti iconografici accostati a fini citazionistici, critici, schernenti. Ci sono artisti a cavallo che come maghi spruzzano piogge occulte ad un pubblico in estasi adorante, uomini-manichini che si coprono il viso con i libri, silhouette umane costituite da immagini prese da Google di opere d’arte, uomini con la testa dei pupazzi di Murakami, donne con una treccia invece del viso (forse un rimando ad Abramović). Oppure scimmie con pennelli in bocca e fasciate da un accumulo/dripping di pitture colorate: come una sorta di critica al ritrito detto “Lo posso fare anche io”.

Di fronte, Thomas Kuijpers (Helmon, 1985) crea una piccola scenetta in cui si immedesima in Donald Trump se fosse artista, e ci mostra le opere che avrebbe creato. C’è così una pila di 365 autoritratti a matita, uno diverso dall’altro, accumulati sotto una teca di plexiglass trasparente; c’è una fotografia della piccola casetta natale di Donald, e della Trump Tower, la casa attuale. E poi c’è un’asta da microfono che sorregge 34 microfoni diversi. Una palese dimostrazione di narcisismo e auto-pubblicizzazione. Il tutto su un red carpet, e sullo sfondo della bandiera degli States. L’opera deriva da un percorso che Kuijpers fa da anni attorno al tema della comunicazione, della diffusione delle notizie, dello scarto tra la realtà e la narrazione della stessa. Ha già trattato il tema “Trump” quando la notizia della sua elezione lo ha destato da un torpore rilassato che dice essere stato alimentato e nutrito dalle fake news che giravano in quei mesi sulle percentuali di favore dei due candidati alla presidenza. È così che l’artista ha iniziato una riflessione e uno studio sulle possibilità di ricezione delle informazioni, sui meccanismi di manipolazione delle stesse, sull’influenza inconscia che queste hanno sulle persone e sulla vita (con anche riferimenti al terrorismo).

Mark Dorf Landscape 9, 2017 UV Print on Dibond mounted on Birch Plywood 61h x 76.20w cm

Mark Dorf Landscape 9, 2017 UV Print on Dibond mounted on Birch Plywood 61h x 76.20w cm

In mostra ci sono anche le fotografie di Mark Dorf (Laconia, 1988), che anche lui modifica in postproduzione, camuffando la realtà attraverso l’inserzione di superfici diverse, riproducendo dimensioni squadrate e regolari in ambienti naturali, creando agonismi visivi in boschi, vallate e prati. Sembra un po di vedere i Mirror Displacements di Robert Smithson, con la differenza che questa volta siamo davanti a inserzioni create come nella griglia della fotografia, e non nella realtà che la fotografia cattura. Oppure, il gioco ricorda lo sfasamento della realtà naturale che Henri Fridfinnsson ha creato a Münster l’estate scorsa, mediante una scultura – cosa nel mondo delle cose – che inganna la nostra percezione e la nostra prospettiva. Con Mark Dorf siamo però nelle prospettive artificiali nel mondo delle immagini.

I nuovi spazi di Metronom sono all’interno di uno storico edificio nel cuore di Modena. Palazzo Montecuccoli degli Erri, maestoso palazzo di origini settecentesche, oggi sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, le cui stanze al piano nobile, decorate con affreschi e stucchi, riflettono il gusto delle due nobili famiglie che ne furono proprietarie – i Munarini e i Montecuccoli – e testimoniano l’evoluzione delle arti a Modena, dalle raffinatezze rococò al neoclassicismo, fino al revival degli stili storici di fine secolo.

Metronom è una organizzazione fondata nel 2008 da Marcella Manni allo scopo di indagare e promuovere le ricerche della cultura visiva contemporanea. Lo spazio riserva particolare attenzione alle nuove generazioni, ospitando tutto l’anno mostre personali e collettive di giovani artisti, italiani e stranieri, che puntano su lavori inediti, o mai visti in Italia. Ad autori emergenti è dedicato anche il progetto di residenze d’artista “LIVEstudio”. generazionecritica.it è lo spazio per l’approfondimento teorico, la ricerca e la divulgazione.

 Thomas Kuijpers #firstcrib, 2017 Oil painting on canvas, framed 50h x 60w cm

Thomas Kuijpers #firstcrib, 2017 Oil painting on canvas, framed 50h x 60w cm

Thomas Kuijpers, Installation view

Thomas Kuijpers, Installation view