Short Interview with Simone Tosca

ATP: E’ molto ambiziosa la citazione che introduce la tua mostra: “Mi limito ad inseguire il senso delle cose; ogni mio lavoro non è altro che traccia di una costante ricerca di appropriazione di tutto. Della realtà, delle identità, dei luoghi, colori, suoni, odori, ricordi, sensazioni, fastidi, errori, stili e di tutta la vita che mi perdo ogni giorno che passa, con tutto quello che non riesco a trattenere edinterpretare. … Io cerco tutto e tutto insieme.”  Cerchi la sintesi o la rappresentazione di questo ipotetico ‘tutto’? Mi racconti com’è nata questa mostra?

Simone Tosca: É la semplice descrizione del mio approccio al lavoro. Che é anche il mio approccio alla vita, dal momento che tutto quello che faccio – o che penso – ha sempre una sorta di basso costante, che implica l’attribuzione di un valore estetico ad ogni cosa.  Cerco di sintetizzare segni e forme della realtà, per poterla rappresentare come un unicum, un flusso, un oggetto immane. Mostrare tutto contemporaneamente.  Per questa mostra ho deciso si semplificare al massimo le cose, di rimuovere ogni patina e di mostrare il mio lavoro nel modo più essenziale, più crudo possibile.

ATP: C’è una scultura-muro in mostra, ‘From A to ?’. Da qui all’infinito sembra suggerire. In cosa consiste? Com’è nata quest’opera?

ST: L’opera é nata come conseguenza dei mie lavori precedenti; lavoro sempre sulla forma, non procedo per intuizioni, se non in rari casi. È una delle prime volte che mi cimento con la scultura. In passato avevo realizzato lavori tridimensionali, ma sempre legati alla pittura, in quanto il volume era solo una conseguenza dell’ordine dettato dai colori. Qui succede il contrario. In ‘From A to ?’ la pittura é utilizzata in senso materico, per il modo in cui si relaziona alla struttura.

ATP: Le tue opere si presentano come una nuova forma di linguaggio espressivo, formata da geometrie, tensioni e colori. Cosa ambisci ad esprimere con le tue opere?

ST: Non so se come linguaggio sia nuovo o meno. É solamente il mio. E cco, vedi. Ti confiderò un segreto: io non voglio veramente ‘esprimere’ nulla attraverso il mio lavoro. Sarebbe veramente ignobile nei suoi (e quindi nei miei) riguardi. Cosa rimane della forma una volta che l’abbiamo seppellita di parole? Ogni mio lavoro incarna una complessità (che è un tutt’uno con la mia vita) che ha implicazioni con il linguaggio ed una sua portata di cosiddetti “contenuti”, ma mi guarderò bene dal cercare di dipanare un tale mistero.  Sarebbe anzi un doppio tradimento, non solamente in termini di principio, ma anche un errore formale. La descrizione del significato dell’opera é un tipo di narrazione inaccettabile per chi lavora con forme che hanno finalità puramente astratte. I miei lavori vanno esclusivamente esperiti. Quello che esprimono devi chiederlo a chi li guarda. O deciderlo tu stessa.

ATP: In un contesto storico, avvicinerai in modo molto arbitrario il tuo modo di lavorare a una sorta di spiritualità che mi ricorda Kandinsky. Kandinskij nelle sue opere esponeva le sue teorie sull’uso del colore, intravedendo un nesso strettissimo tra opera d’arte e dimensione spirituale. Il colore può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale e basato su sensazioni momentanee, determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore piuttosto che di un altro; un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale (prodotta dalla forza psichica dell’uomo) attraverso cui il colore raggiunge l’anima.   Il mio è un azzardo o, per molti versi, la tua opera si avvicina a questo tipo di dimensione?

ST: É vero che attribuisco un valore enorme al colore e che il mio modo di lavorare è a tutti gli effetti una ricerca costante in chiave cromatica. La pittura é, giusto per ripeterlo, colore-segno-superficie e non olio-pennello-tela. Non mi sono però mai ritenuto un individuo particolarmente spirituale.. Manco di tensione morale, credo.  In realtà quello che cerco di ottenere tramite il colore è una visione totalmente “apolitica” dei rapporti cromatici. Una forma anarchica che cerca di obbedire a logiche differenti dalle teorie del colore, dai simboli e dalle bandiere. I miei colori sono post-pixel.  È difficile essere ancora cacciatore di colori, alla Kandinskij o alla Itten per intenderci, dopo che ti sei assuefatto ad averli visti tutti.  Penso che i rapporti cromatici presentano ancora profondità inesplorate, che sfuggono alla mazzetta Pantone.  Forse l’unico aspetto ‘spirituale’ che si può trovare nel mio lavoro – in senso più intimo e personale – é legato al forte individualismo che possiede.

“We don’t play for you. We play for us”.

Simone Tosca /  From A to ?

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Dal 11/10 al 10/11