Franco Vimercati la fotografia, la vita. Un dialogo con Giorgio Morandi – Istituto Italiano di Cultura, Madrid

Durante la settimana dell’arte madrileña ha inaugurato Franco Vimercati: la fotografia, la vita. Un dialogo con Giorgio Morandi, curata da Elio Grazioli.
In “Franco Vimercati: opere”, la prima monografia dedicata all’artista milanese pubblicata nel 2012 in occasione della mostra a Palazzo Fortuny, è contenuta un’intervista, approvata da Vimercati, sempre curata da Elio Grazioli. Il volume è stato abusato da parte di chi scrive per trarre dichiarazioni di Vimercati, per indagare, forse solo sbirciare questo suo mondo la cui complessa semplicità è disarmante. 
Nella parte finale dell’intervista, si legge questa risposta, riferita a cosa l’artista pensasse dell’essere definito “Il Morandi della Fotografia”:
“Io credo che il filtro sbagliato sia quello di Morandi. Cioè tutti ritengono che io sia il Morandi della fotografia e allora… fra l’altro anche io uso gli oggetti, e allora è questo l’equivoco.
A me Morandi interessa molto, sicuramente, però non sono Morandi!”


La mostra si pone quindi come un insolito momento di osservazione sulle analogie e differenze tra questi due artisti seriali: di Morandi vengono selezionate due incisioni, di Vimercati una varietà di scatti.

“Del resto la fotografia è un po’ il seguito dell’incisione, no?
La fotografia prende il posto di tutto quello che nell’Ottocento era inciso”

Sin título (Sopera), 1990 Copia a la gelatina de plata. Cortesía de Archivio Franco Vimercati y Galleria Raffaella Cortese, Milán © Eredi Franco Vimercati
Franco Vimercati la fotografia, la vita. Un dialogo con Giorgio Morandi – Istituto Italiano di Cultura, Madrid

Vimercati all’inizio degli anni ’70 conosce Ugo Mulas, che lo introduce al lavoro di fotografi americani come Diane Arbus, Lee Friedlander, Robert Frank. Si dedica inizialmente a ritratti in stile August Sander, ritratti di gente di paese, stranamente immortalata in pausa, immobile, senza riferimenti espliciti al lavoro che conducevano. Sander interessa Vimercati per l’abnegazione con cui si è rivolto ad un unico macro progetto, attitudine rara nel mondo della fotografia: retrospettivamente intuisce che, inconsapevolmente, quello di Sander era un modus operandi cui anche lui stesso ambiva (amerà anche la ripetuta semplicità di Castellani, la perseveranza di Roman Opalka e On Kawara).
In un secondo momento spariscono le persone dai suoi scatti, la cui presenza è carica di un fattore psicologico che Vimercati non intende indagare, privilegiando piuttosto la contemplazione dell’oggetto.
Nasce così la serie delle trentasei bottiglie di acqua minerale, trentasei tante quante gli scatti disponibili del rullino: nell’operare di Vimercati diviene decisiva la contemplazione, nel senso di prestare la massima attenzione a quello che accade, alla pratica stessa del lavoro, in questo caso la pratica fotografica.
Le immagini prodotte, o i soggetti scelti divengono secondari rispetto al cerimoniale fotografico, appropriatamente associato al rituale del tè.
Comprendere che il soggetto non è determinante è un passaggio fondamentale nella lettura dell’opera di Vimercati, spesso erroneamente associata all’ossessività.

Franco Vimercati la fotografia, la vita. Un dialogo con Giorgio Morandi – Istituto Italiano di Cultura, Madrid

Proprio per questo motivo, cioè l’ininfluenza del soggetto (qui oggetto), dal 1983 individua un unico referente per i suoi scatti, paradossalmente proprio per affrancarsene, liberarsi dal problema della selezione:
la zuppiera, oggetto borghese che lo attrarrà per 10 anni.
E’ bizzarro volersi emancipare da un referente da cui si è attratti, perché dove c’è attrazione si presume esista predilezione alla sua forma.
Vimercati non è regolare con la produzione, si lascia guidare dalla sua stessa voglia, senza programmare. Ci sono anni in cui realizza molto, altri di cui esiste uno scatto soltanto.
E’ con questa stessa libertà che si allontana dalla zuppiera, senza imporsi se riprenderla o meno in considerazione in futuro.
Questo insieme di scatti, la cui congetturata ripetitività maniacale si rivela invece un elogio della differenza impalpabile, è pervaso da un’aura surreale ed enigmatica.
Vimercati aveva una predilezione per i tappeti: la pazienza del compiere lo stesso gesto dell’annodare un’infinità di volte per realizzare qualcosa che va visto non nel dettaglio, ma nella sua completezza, ma che di particolari è composto e che grazie alla finezza realizzativa acquisisce valore è, esasperando, associabile alla necessità di guardare il lavoro dell’artista nel suo insieme, nell’idea appunto di rituale complessivo.
Questa lettura spericolata è contestualmente suffragata e smentita dal fatto che Vimercati non selezionasse i suoi scatti, non ne scartasse, ma li intendesse tutti come parte di un lavoro indifferenziato, affrontabile “senza priorità temporali”.

Morandi e Vimercati sono stati ambedue artisti seriali, votati a ripetizioni differenti:
esistono equivalenti di artisti contemporanei che fanno coincidere la loro poetica con l’essere totalmente immersi nel processi più febbrili del rispettivo laborare?

L’esposizione è stata possibile grazie all’Archivio Franco Vimercati e alla preziosa collaborazione della Galleria Raffaella Cortese.
1 marzo | 21 giugno 2019
Istituto Italiano di Cultura – calle Mayor, 86 – 28013 Madrid

Franco Vimercati la fotografia, la vita. Un dialogo con Giorgio Morandi – Istituto Italiano di Cultura, Madrid