• Francis Alÿs, Reel-Unreel, 2011 - En colaboración con Julien Devaux y Ajmal Maiwandi Documentación en video de una acción Fotograma
  • Francis Alÿs, Reel-Unreel, 2011 - En colaboración con Julien Devaux y Ajmal Maiwandi Documentación en video de una acción Fotograma
  • Francis Alÿs - foto: Roberto Rubalcava - Relato de una negociación
  • Francis Alÿs, Don’t Cross the Bridge before you get to the River, En colaboración con Julien Devaux, Rafael Ortega, Felix Blume, Ivan Bocara, Jimena Blasquez, Roberto Rubalcava, Begoña Rey, Abbas Benhnin y niños de Tarifa and Tanger. Estrecho de Gibraltar, 2008 Docuementación fotográfica y en video de una acción Foto: Roberto Rubalcava
  • Francis Alÿs, Sin título (díptico) Estudio para Don’t Cross the bridge before you get to the river Óleo, encáustica y hoja de oro sobre tela y sobre madera 22.4 x 28.5 x 1.5 cm cada uno
  • Francis Alÿs, Tornado, Milpa Alta, 2000-10 Documentación en video de una acción (55 minutos) Fotogramas Foto: Francis Alÿs y Jorge Golem
  • Francis Alÿs - foto: Wolfgang Günzel - Relato de una negociación

Da Città del Messico, Nina Fiocco

Una delle viste più affascinanti e controverse di Città del Messico è quella che si osserva dal lato nord del castello di Chapultepec.  La roccaforte edificata sulla “montagna delle cavallette”, traducendo il nome dal nahuatl, concepita come seconda residenza del virrey spagnolo durante la colonia, fu poi baluardo della difesa dei Niños Héroes durante l’occupazione statunitense, centro del potere di Massimiliano d’Asburgo e quindi di alcuni presidenti del primo Novecento. Dalla terrazza in pieno stile europeo, si osserva un lottare perpetuo tra la vegetazione inarrestabile, tropicale, quasi selvaggia del parco che sembra soffocare i grattacieli moderni di cui svettano, nel verde, le punte.

Anche se questo è omesso, la negoziazione di cui Francis Alÿs e Cuauhtémoc Medina parlano nella mostra che si presenta al Museo Tamayo di Città del Messico immerso nel parco di Chapultepec, comincia a metà degli anni ‘80 quando un giovane belga arriva nella capitale messicana. La sua pratica artistica comincia poco dopo, sorta proprio dal confronto inevitabile tra l’occhio occidentale educato all’architettura e all’urbanismo e un tessuto urbano in continua ridiscussione, determinato da un’identità molteplice e ibrida.

In uno dei primi lavori noti dell’artista è la sua stessa corporeità esotica e svettante tra i locali – quasi come i grattacieli visti nel parco – che impone un’amichevole indagine reciproca tra chi arriva in città come “turista” e chi vicino a lui, addossato al cancello della Cattedrale nello Zocalo, cerca un lavoro a giornata. Nello stesso modo le attività a metà strada tra l’ozio del turista e il lavoro dell’artista, come spingere fino a che si sciolga completamente un enorme blocco di ghiaccio sulle strade del Centro Storico, stabiliscono un contatto diretto tra gli abitanti e il paradosso alla base di molte sue opere. Così, questo linguaggio creato al limite tra osservazione metaforica e azione intesse nella città narrazioni popolari che, semplici come proverbi, nascondono un profondo legame con un territorio.

Quasi trent’anni dopo Città del Messico, dove Francis Alÿs continua a risiedere, è ancora un’urbe calamitante, non domesticabile perché sempre mutante vista la sua constante crescita che si stima essere di oltre un ettaro al giorno. Anche in “Relato de una Negociación” la tensione tra due polarità si conferma come tema centrale di tre dei suoi progetti più recenti; i primi due sono dedicati alla questione, quanto mai attuale in Italia, delle migrazioni per mare, il terzo al periodo trascorso in Afghanistan.  Ad aprire l’esposizione un’opera chiave: un quadro di paesaggio appeso alla parete che lo stesso artista ha diviso in due usando una sega elettrica. Lo stesso dialogo tra azione, pittura e documentazione percorre l’intero spazio museografico, ricostruendo l’alternarsi delle attività di ricerca, pratica e riflessione al centro del suo lavoro.

La dimensione utopica della parola, della speculazione metaforica che si converte in una sfida per la creazione di un’opera, alimenta in particolare il primo corpus di lavori presentato attorno alla geografia dello Stretto di Gibilterra. Un video girato tra una riva e l’altra che osserva chi guarda l’altra sponda in Marocco così come in Spagna in una specie di sorveglianza reciproca; semplici installazioni – come due forchette incastrate su una grande mappa – che creano un ponte immaginario e instabile; pitture di piccolo formato che ritrattano architetture o rappresentano letteralmente giochi di parole messicani. Poi, soprattutto, un’azione, fulcro di tutti questi lavori, che cerca di rispondere alla domanda: se due file di bambini nuotano, l’una partendo dall’Africa e l’altra dall’Europa, si uniranno all’orizzonte? Non è un caso che – al confine tra speranza e scetticismo – proprio lo spazio dell’illusione ottica sia lo spazio del futuro verso il quale, nella documentazione dell’azione presentata, camminano due file di ragazzi, afferrando bizzarre barchette ricavata da babbucce o infradito di cui alcune, forse, il video non lo dice, arriveranno dall’altra parte.

Francis Alÿs, Don’t Cross the Bridge before you get to the River, En colaboración con Julien Devaux, Rafael Ortega, Felix Blume, Ivan Bocara, Jimena Blasquez, Roberto Rubalcava, Begoña Rey, Abbas Benhnin y niños de Tarifa and Tanger.  Estrecho de Gibraltar, 2008 Docuementación fotográfica y en video de una acción Foto: Roberto Rubalcava

Francis Alÿs, Don’t Cross the Bridge before you get to the River, En colaboración con Julien Devaux, Rafael Ortega, Felix Blume, Ivan Bocara, Jimena Blasquez, Roberto Rubalcava, Begoña Rey, Abbas Benhnin y niños de Tarifa and Tanger. Estrecho de Gibraltar, 2008 Docuementación fotográfica y en video de una acción Foto: Roberto Rubalcava

Lo stesso sforzo per creare un’azione che dia luogo a un’architettura effimera e utopica è proposto nel secondo nucleo; qui, siamo spettatori dei materiali volti alla preparazione e alla riflessione attorno all’opera “Puente/Bridge”. Come molti ponti abbandonati a metà costruzione in Florida, Francis Alÿs e Cuauhtémoc Medina organizzano temporalmente una catena di barche di pescatori e per turisti, l’una a Cuba e l’altra negli Stati Uniti, posizionate nella stessa direzione a conformare un collegamento suggerito ma impossibile di cui lo spazio al centro, vuoto, risulta essere il vero perché.

Gli stimoli che Francis Alÿs dimostra di assorbire nel suo lavoro – dall’iconografia medievale, al detto popolare, alle regole del gioco per bambini, inservibili e irreali al di fuori di una determinata situazione – tornano anche nella terza parte dell’esposizione in cui si esibiscono i lavori creati dall’artista in Afghanistan, quando per Documenta, trascorse lunghi periodi di ricerca nel paese in guerra. In una situazione totalmente anomala, accompagnato dall’esercito inglese, l’artista torna alla tela perché, come si legge nel catalogo che accompagna la mostra, questa contrariamente alla macchina da presa incuriosiva e avvicinava locali e soldati. Evitando di ritrarre le macerie di una città distrutta e cercando una via per l’evasione, l’artista si concentra sull’astrazione simbolica dei gradi dei soldati, elementi colorati, quasi vezzosi sulla tela mimetica, che assimilati al segnale d’interruzione dei programmi della televisione simboleggiano da una parte la guerra e il disonorabile onore da questa prodotto, dall’altra il fervore iconoclasta della religione islamica che negli ultimi anni ha portato alla distruzione d’innumerevoli beni culturali. Il video “Reel/Unreel”, il più famoso risultato dell’esperienza presentato alla scorsa Documenta, escogita un dispositivo di fuga dal divieto di riprodurre immagini che relaziona dialetticamente l’affanno di distruzione e quello di conservazione delle due culture in contrasto. Recuperando un gioco infantile, la telecamera di Alÿs segue due ragazzini che, aiutandosi con due paletti, arrotolano e srotolano un rullo di pellicola rincorrendosi tra le strade di Kabul. Il tempo filmico diventa quindi, in qualche modo, il tempo dell’azione che comporta lo strisciarsi, il distruggersi di una pellicola che sarà irreparabilmente rovinata, come la città, indiretta protagonista del video, sulle cui strade corrono i bambini.

All’uscita della mostra un’opera, la linea creata dallo sgocciolare di due secchi di colore che rimette in scena “the leak”, collega il Museo Tamayo alla Sala de Arte Público Siqueiros, dove si presenta un’altra opera di Francis Alÿs girata a Ciudad Juarez, città di confine alla frontiera con gli Stati Uniti, resa fantasma dalla recente guerra dei narcos. Città del Messico, luogo in cui negli ultimi trent’anni l’artista ha imparato l’arte della negoziazione, entra così – inevitabilmente – a far parte della mostra. Il dispositivo della camminata condiviso con i visitatori crea un corto circuito nello spazio della città: i marciapiedi del quartiere molto borghese di Polanco, i meno transitati del paese perché le classi alte qui viaggiano solo in auto, sono adesso usati dai tanti che vengono a vedere le esposizioni. Un po’ del Centro Storico della Città con il suo inarrestabile formicolio di persone e la sua vita popolare entra a far parte di un contesto alieno, evitando almeno parzialmente, la gentrification non degli spazi, bensì dell’artista.

Testo di Nina Ficco

FRANCIS ALŸS. RELATO DE UNA NEGOCIACIÓN.

Museo Tamayo – Cittá del Messico

Francis Alÿs, Don’t Cross the Bridge before you get to the River, En colaboración con Julien Devaux, Rafael Ortega, Felix Blume, Ivan Bocara, Jimena Blasquez, Roberto Rubalcava, Begoña Rey, Abbas Benhnin y niños de Tarifa and Tanger.  Estrecho de Gibraltar, 2008 Docuementación fotográfica y en video de una acción Foto: Roberto Rubalcava

Francis Alÿs, Don’t Cross the Bridge before you get to the River, En colaboración con Julien Devaux, Rafael Ortega, Felix Blume, Ivan Bocara, Jimena Blasquez, Roberto Rubalcava, Begoña Rey, Abbas Benhnin y niños de Tarifa and Tanger. Estrecho de Gibraltar, 2008 Docuementación fotográfica y en video de una acción Foto: Roberto Rubalcava

Francis Alÿs, Reel-Unreel, 2011 -  En colaboración con Julien Devaux y Ajmal Maiwandi Documentación en video de una acción Fotograma

Francis Alÿs, Reel-Unreel, 2011 – En colaboración con Julien Devaux y Ajmal Maiwandi Documentación en video de una acción Fotograma